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Martorano

«Grazie a un benefattore anche noi diciamo “Io capitano”»

«Grazie a un benefattore anche noi diciamo “Io capitano”»

09 Settembre 2024, 09:09

L. e D. sono giovani, pieni di vita e di progetti per il futuro. Insieme ad altri ospiti del Centro di accoglienza temporanea di Martorano, hanno ricevuto un regalo: grazie ai biglietti fatti recapitare da un benefattore anonimo, hanno avuto la possibilità di assistere alla proiezione del film “Io capitano” al cinema Astra.

Due giorni dopo, durante la lezione di italiano che si tiene grazie ad alcune volontarie, hanno accettato di raccontare alla classe quel che avevano vissuto davanti al grande schermo all'aperto.
Si erano preparati: sul loro quaderno, fitto di regole grammaticali e di esercizi, avevano fatto la fatica di rispondere, rigorosamente in italiano, ad alcune domande proposte dalle insegnanti.
Hanno citato con precisione il nome del regista, raccontato con passione la vicenda di Seydou e Moussa e spiegato le scene che li hanno maggiormente toccati.
Molto difficile, però, condividere pensieri e sentimenti personali, richiamare alla mente ricordi ancora recenti di viaggi per terra e per mare, intrapresi non per svago o per turismo ma alla ricerca di un futuro migliore.
«Mi sono sentito male, come Seydou, e mi sono scese le lacrime quando ho visto i miei fratelli camminare sotto il sole nel deserto, senz’acqua», ha detto D. Che poi ha aggiunto: «Nel Maghreb i nostri fratelli imprigionano e torturano altri fratelli, come se non fossimo la stessa persona…». E non era un errore linguistico quel “la stessa persona”: esprimeva il dolore di un unico popolo, di un unico continente, di un unico corpo all’interno del quale alcune parti opprimono e altre sono oppresse.
Non è difficile immaginare quanto L. sia sensibile al tema della separazione da chi si ama: «Mi hanno colpito le scene di Seydou e Moussa che all’inizio vengono separati e poi si ritrovano. Ho pensato alla mia strada». E anche il termine “strada” è denso di significati: storia, vita, pericoli affrontati. Ma quando una delle insegnanti gli ha chiesto: «Vuoi raccontarci qualcosa della tua strada?», lui ha abbassato lo sguardo sul quaderno e ha risposto semplicemente: «No».
Dalle ombre alla luce negli occhi quando un’altra insegnante ha domandato: “Secondo voi perché questo film s’intitola “Io capitano”?». E allora le due voci si sono unite: «Perché Seydou non sapeva guidare una barca, gli hanno detto di farlo senza spiegargli niente e lui è riuscito a portare tutti a terra». In una identificazione con il protagonista che alterna dolore e fierezza.
«Sono determinati a diventare loro stessi capitani della barca della loro vita e, forti della loro esperienza, della barca della vita di altri - è la lettura di una delle loro insegnanti -. Esprimono la stessa speranza: che il viaggio verso l’Europa possa essere vissuto dai loro fratelli e le loro sorelle in condizioni diverse da quelle che hanno affrontato loro. Il sogno è quello di poter arrivare in modo sicuro, sostenuti da una legislazione che crei la possibilità di incontri proficui tra Paesi e continenti così diversi da aver bisogno gli uni degli altri». Scegliendo di camminare insieme su una stessa, buona strada.
r.c.

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