Salute
Provate una forte emozione e vi assale un dolore al centro del petto. State correndo e sentite una leggera nausea. Durante una pedalata, vi coglie un'insistente sensazione di oppressione al torace che può arrivare fino alla spalla e al braccio. Spesso, quando salite le scale, vi ritrovate con il «fiatone». Questione di minuti, poi passa. E magari non si ripresenta per mesi e mesi, fino al nuovo campanello d'allarme: allora, che fare? Come capire se il dolore è il sintomo di una cardiopatia? Ne parliamo con i cardiologi della nostra Azienda ospedaliero-universitaria Nicola Gaibazzi, responsabile del Coordinamento attività specialistiche ambulatoriali cardiologiche, e Luigi Vignali, responsabile della Cardiologia interventistica. Quali sono i test cardiologici necessari per «fotografare» la salute delle coronarie (le arterie che portano sangue al muscolo cardiaco)? Come affrontare il dolore al petto e l'affanno? L'Ospedale di Parma è un centro cardiologico all'avanguardia per il trattamento del cuore ed alle sindromi coronariche croniche ha dedicato, nei giorni scorsi, un importante convegno - «Chronic Coronary Syndrome» -, con focus di Gaibazzi e Vignali e la partecipazione di cardiologi di fama internazionale.
«I sintomi sembrano simili, ma si tratta di due “capitoli” completamente diversi. - spiega Luigi Vignali - Diciamo che nella sindrome coronarica cronica, quella che fino al 2019 si chiamava angina stabile, il dolore toracico si presenta durante uno sforzo, mentre nella fase acuta della sindrome coronarica, cioè nell'infarto, il dolore arriva spontaneamente, non è un evento innescato dall'attività fisica o da un'emozione». Succede a migliaia di persone di provare dolore al petto, durante una corsetta, senza ulteriori conseguenze, ma, dopo quell'esperienza allarmante, è importante capire se e quanto c'entrino le coronarie. Verificarlo consente di correre ai ripari per tempo.
«In generale la sindrome coronarica cronica indica le condizioni in cui si verifica un insufficiente apporto di sangue ed ossigeno al muscolo cardiaco. Ma perché succede? La causa più frequente è la presenza di placche ad elevato contenuto di colesterolo nelle coronarie che riduce il flusso di sangue al cuore». In sostanza, l'arteria si restringe per le placche e il cardiologo deve verificarne lo stato: «Gli accertamenti servono per valutare la presenza e l'estensione di un'eventuale area ischemica, cioè di una parte del muscolo cardiaco con un insufficiente apporto di ossigeno. Se si conferma che l'area non è troppo estesa, si può programmare un percorso terapeutico non invasivo, ad esempio con farmaci, cioè terapie volte a controllare il rischio cardiovascolare e a prevenire l'evoluzione verso l'infarto. - continua Vignali - Se l'area ischemica è estesa, bisogna intervenire con “stent”, ossia anelli metallici in grado di schiacciare la placca lungo la parete del vaso, o con bypass, cioè un vero e proprio intervento cardiochirurgico che crea un condotto a valle della stenosi, per ripristinare il corretto flusso di sangue». Ma il punto a monte è: come si fa ad accertare se esiste e quanto è estesa questa area ischemica?
L'obiettivo – spiegano Gaibazzi e Vignali – è individuare il percorso clinico «personalizzato» per il paziente usando le metodiche diagnostiche adeguate al caso singolo: «Se il percorso diagnostico è gestito bene, si può evitare la coronarografia, che è una metodica invasiva». La nostra Cardiologia ha fatto passi da gigante in questo percorso congiunto tra cardiologi ed emodinamisti (cioè cardiologi interventisti), come è emerso dal convegno sulle coronaropatie croniche, e rappresenta un modello a cui guardare. «Oggi vediamo il cuore attraverso l'imaging, con esami come l'ecocardio con stress farmacologico, usando anche un mezzo di contrasto, oppure con la tac coronarica. - continua Gaibazzi - Questi mezzi di contrasto ultrasonografici ci permettono di “leggere” la coronaria, capire il suo stato. L'ecocardiostress farmacologico con mezzo di contrasto è utilissimo nella diagnosi della sindrome coronarica cronica e ci serve per capire quando si deve proseguire verso l'angioplastica con l'emodinamista per riaprire il vaso e quando bastano solo i farmaci. Evitiamo così esami inutili per il paziente. A Parma negli ultimi 15 anni abbiamo eseguito più di 10mila ecostress, senza alcun problema durante la procedura. La sicurezza è straordinaria».
Ma torniamo all'inizio: a quel dolore al petto che porta il paziente dal cardiologo. I medici affrontano il problema in squadra: in primis, l'esperto di imaging con i test non invasivi e, se l'esito di questo primo step diagnostico lo richiede, l'emodinamista che riapre la coronaria chiusa, impiantando uno stent. Ma c'è il rischio che si possa passare dal dolore stabile alla fase acuta, cioè all'infarto? «Il punto è la valutazione dell'estensione dell’area ischemica: - spiegano Gaibazzi e Vignali - nella coronaropatia cronica, l'ecostress ci dice quanto è vasta, le terapie farmacologiche – ad esempio le statine o la cardiospirina – e il corretto stile di vita (alimentazione e sport) riducono la possibilità dell’evoluzione in fase acuta. È questa la strada fuori dall'acuzie. E conoscere è prevenire».
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