SALUTE
In commercio, c’è l’imbarazzo della scelta: di fibra di cellulosa o di polimeri plastici espansi, ma anche di fibra vegetale (le più ecosostenibili pare siano quelle bambù o luffa), di microfibra, più o men morbida, più o meno abrasiva.
Sono le spugnette (da cucina, per lavare i piatti o per pulire le superfici) e sono in buona compagnia dei panni, anche loro in microfibra o di morbida spugna artificiale. Oggetti di uso quotidiano, e specialmente in questo periodo dell'anno, tradizionalmente dedicato alle pulizie di primavera, che «liberano» la casa dalla polvere e dall'inquinamento indoor causato dai lunghi inverni a finestre chiuse.
Al netto delle soluzioni migliori per lavare e lucidare piatti, pentole, padelle o superfici, panni e spugnette hanno in comune un temibile neo: sono un ricettacolo di germi e, secondo alcuni esperti, andrebbero addirittura cambiate una volta la settimana. Vero o falso?
A detta di uno studio pubblicato su «Nature Chemical Biology», condotto da un gruppo di ingegneri biomedici della Duke University di Durham (nella Carolina del Nord, Usa), le spugnette in particolare sono l’habitat perfetto per la proliferazione di germi e batteri.
«Lo studio statunitense pone l’attenzione sul fatto che i germi trovano condizioni favorevoli sulle spugnette utilizzate normalmente per le pulizie, non solo perché trattengono residui di cibo che contengono materiale utile alla crescita, ma anche per la struttura stessa delle spugne fatta di “cellette” che favoriscono la crescita di colonie - spiega Rosanna Giordano, medico specialista di igiene e medicina preventiva dell’Ausl di Parma -. A questo, si aggiunga anche il cosiddetto “biofilm” che si forma sulla superficie, dovuto alla presenza di materiali raccolti con l’utilizzo e l’umidità che è un “pabulum” (materiale nutritizio) per i germi, ossia un brodo».
A chi si chiede esattamente quali batteri si annidano nelle spugne e quali rischi si corrono con la loro moltiplicazione, la specialista spiega che «i batteri che proliferano sulle spugne sono quelli normalmente presenti nell’aria; quindi, si tratta di batteri generalmente innocui, e che si depositano sulle superfici. Quelli più ritrovati sono i “Gammaproteobacteria”, soprattutto la specie Moraxella osloensis che potrebbe provocare infezioni in persone particolarmente defedate (a seguito di malattie più o meno gravi e immunocompromesse, ndr), ma che normalmente è un commensale, ossia colonizza le nostre mucose. Stando alla letteratura medica, emergono casi molto rari di infezione sintomatica, ben curabile con la terapia antibiotica».
Alla Moraxella, che i ricercatori annoverano tra i batteri più resistenti, si deve peraltro la formazione di odori sgradevoli: ecco perché spesso le spugne da cucina possono diventare particolarmente maleodoranti.
Tornando allo studio pubblicato, secondo i ricercatori statunitensi, in appena un centimetro cubo di spugnetta possono convivere la «bellezza» di 50 miliardi di batteri. Tanti? Pochi? Per avere un’idea del peso di questo numero, basti pensare che se ne trovano di più solo nelle feci!
Che fare, allora, per evitare di trasformare le spugnette in un orto di batteri? Davvero bisogna cambiarle una volta la settimana, con buona pace per l’ambiente? Non dimentichiamo infatti che la maggior parte sono di materiale sintetico e plastico.
«Le spugne andrebbero cambiate quando cominciano a deteriorarsi, vale a dire quando perdono tessuto, forma o non si riesce più a eliminare le macchie - chiarisce Giordano -. Si possono sicuramente igienizzare utilizzando l’ipoclorito di sodio (la comune candeggina) o anche facendole bollire. L’importante però è seguire alcuni semplici accorgimenti: in primis, far asciugare perfettamente la spugna perché l’umidità favorisce la proliferazione dei germi. Ovviamente, vanno poi seguiti alcuni accorgimenti, tra cui l’utilizzo di spugne diverse per diversi tipi di operazione: lavaggio piatti, pulizia cucina a gas, pulizia superfici come tavoli, piani di lavoro, mobiletti da cucina».
Lo stesso vale per i panni cucina, che possono peraltro essere lavati esattamente come avviene per gli strofinacci per asciugare i piani di lavoro o i piatti: in lavatrice a non meno di 60 gradi, oppure facendoli bollire.
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