Salute
Esiste un modo per misurare lo stress? Per valutare quando ansia e stanchezza abbiano anche dei riscontri fisiologici nel nostro organismo? A Parma è possibile nel Laboratorio di psicologia clinica, psicofisiologia clinica e neuropsicologia clinica del Dipartimento di medicina e chirurgia dell'università, diretto da Carlo Pruneti. Con una serie di sofisticate apparecchiature (valore, oltre 180 mila euro) si misura lo stress, valutando, a riposo e sotto stress indotto, fenomeni come la sudorazione (dai polpastrelli), il battito cardiaco, la variabilità cardiaca, le variazioni nella temperatura periferica, la tensione muscolare (tramite elettrodi posizionati sulla fronte), e rilevando la frequenza e l'ampiezza respiratoria con sensori fissati alla vita.
«Siamo fra i non molti centri in Italia con questo tipo di strumentazioni che fanno da interfaccia fra il dato clinico medico e psicologico e quello psicofisiologico riconosciuti a livello internazionale anche dalla Biofeedback Federation of Europe (BFE) - dice Carlo Pruneti - Oltre a valutare con le strumentazioni il livello di stress psicofisico, sono importanti alcuni test psicologici standardizzati che vengono in genere somministrati dopo il colloquio, questionari sullo stile di vita e gli eventi significativi del vissuto, se c'è il sospetto di una componente di ansia legata alla storia personale. Anche il colloquio è un'occasione preziosa per osservare il paziente e prendere nota dei cambi di tono della voce quando si toccano corde emotive».
Dopo il colloquio clinico e la somministrazione dei test, circa l'80% delle persone esegue gli esami strumentali non invasivi e in alcuni casi vengono richiesti esami del sangue e dosaggi ormonali tramite il medico curante per valutare, tra gli altri, il livello di cortisolo, il principale ormone dello stress.

Si arriva al laboratorio - nel polo universitario di via Volturno – in genere esclusivamente col “passaparola”. «Da noi arrivano pazienti, inviati anche da medici di Ausl o ospedale, con una sintomatologia varia su base ansiosa e che in genere non hanno risposto ai trattamenti terapeutici tradizionali, e l’invio è motivato soprattutto perché qui si fanno delle valutazioni che non sono così diffuse nel pubblico e nel privato. Recentemente anche pazienti mandati da alcuni neurologi, che presentano 15-20 attacchi mensili di cefalea di forte intensità: una situazione invalidante, nella quale si sospetta una componente sia di ansia che depressione», spiega Guidotti.
Il lavoro non manca, spiega Pruneti, specialmente dopo il Covid: «In poco più di sette mesi, grazie ad avvisi pubblicati sulle varie bacheche, vi sono state 300 richieste di valutazione ed eventuale trattamento per disturbi psicofisici legati allo stress connesso con la pandemia. Fra di loro anche 12 medici». Una recente raccolta dati sulle cefalee ha evidenziato come ansia e depressione siano cresciute negli ultimi anni, con valori sopra la soglia-limite. Un campanello di allarme se si considera, dice Guidotti, che «lo stress è un fattore scatenante anche di molti disturbi mentali». «Di recente è stata affissa una nuova locandina per arruolare soggetti in vista di una ricerca sulla cefalea: in una settimana sono arrivate ben 50 richieste», aggiunge Pruneti.
Un altro progetto di ricerca è in corso con l'ospedale San Giacomo di Piacenza, specializzato in medicina fisica e riabilitativa. «Uno studio sullo stress lavoro-correlato al quale hanno aderito 50 operatori sanitari. Dopo la valutazione iniziale siamo nella fase di intervento preventivo, che mira ad una migliore gestione dell'ansia», spiega Pruneti.
La terapia, quando si parla di stress, varia a seconda del soggetto e della causa scatenante. «In caso di trauma, è indicata la psicoterapia, ma non si esclude mai anche la terapia integrata psicoterapica e farmacologica con consulenti esterni. Se ci sono alterazioni della personalità o chiari segni psicopatologici, serve quasi sempre la consulenza psichiatrica, spesso con un adeguato supporto farmacologico. In molti casi, quelli meno impegnati da un punto di vista clinico psicologico, è indicato il trattamento con biofeedback, metodologia che vede il nostro laboratorio come centro di eccellenza», dice Pruneti.
Adeguata respirazione diaframmatica, rilassamento, training autogeno, mindfulness, stress inoculation training e valutazione multidimensionale con, eventualmente, modifica degli stili di vita, sono i capisaldi dell'approccio. «Che si avvale anche di videogiochi», spiega Sara Guidotti, dottoranda di ricerca che collabora con Pruneti assieme al professore associato Christian Franceschini, noto esperto di disturbi del sonno, al laureando in medicina Daniele Chirco, al fisioterapista Matteo Castaldo, alla psicologa Alice Fiduccia, a borsista di ricerca e allo psicologo dello sport Andrea Menozzi.
«Ad esempio - mostra Guidotti - sullo schermo di questo particolare videogioco vi è una mongolfiera ferma a terra. Viene spiegato alla persona che, registrando la variabilità cardiaca (HRV) con un fotopletismografo piazzato sulla falange di un dito della mano o su uno dei lobi delle orecchie, è possibile con adeguata respirazione diaframmatica, e attivando dei pensieri e ricordi piacevoli, farla decollare e poi volare nel cielo. In un'altra ambientazione, c’è da tenere sui binari un trenino, che marcia solo se i parametri dello stress sono sotto controllo». Simulazioni che aiutano il paziente, in situazioni di stress, a mettere in atto le tecniche imparate.
In caso di trattamenti con biofeedback, in media il percorso terapeutico dura dai 10 ai 20 incontri, che includono l'inquadramento iniziale e le sedute di trattamento. «I benefici possono essere importanti e in alcuni casi modificare radicalmente la gestione delle situazioni stressanti. Attivare di più e meglio il sistema parasimpatico da significativi benefici a livello fisico. Importanti studi hanno fatto rilevare ottimi risultati, in particolare nel rallentamento del decadimento cognitivo anche in chi soffre di demenza e di sclerosi multipla», conclude Pruneti.
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