teatro

È un cimento impegnativo confrontarsi con «Miracolo a Milano», il film fantastico, favola nera, del 1951 premiato a Cannes con la regia di Vittorio De Sica e tratto dal romanzo «Totò il buono» di Cesare Zavattini, penna ispirata del neorealismo (della sua collaborazione con De Sica nacquero capolavori come «Sciuscià» e «Ladri di biciclette»). Il romanzo era lo sviluppo di un soggetto a quattro mani di Zavattini e Totò, particolare non ininfluente perché la figura di Totò/De Curtis torna in modo evidente nella messa in scena del Piccolo Teatro di Milano che ha debuttato a inizio marzo (repliche fino al 1 aprile). Una produzione di punta del Piccolo, con la regia di Claudio Longhi - anche direttore del teatro - protagonista Lino Guanciale (che ha contribuito alla drammaturgia).
Sfida complessa, si diceva, ci aveva provato nel 2007 anche il Valli di Reggio Emilia con un’opera all’epoca assegnata al compositore Giorgio Battistelli. E un po' d’opera compare anche in questa messa in scena teatrale che andando a toccare il DNA di Milano non può lasciar fuori l'anima melodrammatica (la scena davanti alla Scala era già un cult nel film del '51): nei momenti iniziali della pièce risuonano arie famose, come «O mio babbino caro» (Puccini).

La storia è nota: Totò viene trovato nell'orto, sotto un cavolo, da mamma Lolotta (al cinema fu Emma Gramatica, un dovere ricordarlo) che lo accudisce finché può... Poi muore. Ci sono gli anni all’orfanotrofio finché Totò diventa un uomo che conosce l'importanza del fare i conti, ha il cuore puro come una colomba e il buongiorno per tutti. Lavoro non ce n'è, arriva in una baraccopoli, proprietario del terreno il signor Brambi che fino a quel momento se ne è disinteressato. La baraccopoli è un coacervo di umanità; Totò trova anche l'amore in Edvige. Ma sono gli anni dell’interessi economici, della ricostruzione, il signor Brambi vende al signor Mobbi che intravvede anche l’illusione del petrolio in quel terreno... Inutile, alla fine vince la forza e, nel film, gli sbaraccati volano in cielo (metafora di morte e promessa di miglior vita) con la celebre scena delle scope che volano sul Duomo di Milano, sequenza che ispirerà anche il regista Spielberg. E che viene proposta in una bella soluzione anche nel finale teatrale.
Se il film era una fotografia della Milano del 1951, lo spettacolo è una rievocazione della Milano del 1951 in un raffronto con la Milano di oggi, da come è aumentata l'aspettativa di vita o l'altezza media delle persone: i cambi scena vengono riempiti da siparietti di varia milanesità, tra omaggi alla nebbia che trattiene i nostri pensieri e le nostre parole, o la storiella, che chi è lombardo avrà sentito raccontare dalle nonne, dei giorni della merla...
Lo spettacolo di Longhi sa coinvolgere e ha il pregio di abbattere la quarta parete per cui lo show inizia prima dello show e continua anche nell’intervallo (di più non si può dire, ovviamente, per non rovinare la sorpresa a chi lo vedrà). Un omaggio a Milano che, alla fine, non è più quella lì ... e chissà quanti oggi capiscono davvero il dialetto, dove il dito mignolo è l'ammazza-pidocchi, in una capitale di tutto, a partire dalla moda, dove anche un vetrinista può diventare un re (re Giorgio, s'intende). Ma, nonostante tutto, a vegliare c'è sempre Lei, la Madonnina, «o mi bela Madunina che te brillet de luntan».
Coinvolgente prova corale, bravi tutti, impegnati in più ruoli, con un grande sforzo per Lino Guanciale - sulla cui teatralità non si discute - qui alle prese con il non facile milanese. Sara Putignano è una convincente Edvige. Da standing ovation la milanese Giulia Lazzarini, 91 anni compiuti e 70 di carriera, nel ruolo di mamma Lolotta. La trasposizione teatrale è di Paolo di Paolo, scene Guia Buzzi, costumi Gianluca Sbicca, luci Manuel Frenda, visual design Riccardo Frati. Da vedere.
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