INTERVISTA
Simona Fasulo
«Ecco perché ho cominciato a scrivere. Perché altrimenti tutto era insopportabilmente noioso». Chi meglio di Raymond Carver potrebbe rappresentare le mille anime di Simona Fasulo, scrittrice, regista e sceneggiatrice, che sarà a Parma, il 24 luglio alle 21, nello Spazio Malerba, vicino alla nuova Biblioteca (via Mafalda di Savoia), al Cinghio, per raccontarsi e raccontare il suo ultimo libro, «Il naso di Teresa» (Porto Seguro editore). Ad intervistarla, nell’incontro organizzato dal Comune, l'autrice di questo articolo, vicecaporedattrice alla Gazzetta di Parma, e Patrizia Rota, architetta. Come un abito tagliato su misura, come l'alter ego più vero, Simona Fasulo si specchia, nella sua pagina web (www.simonafasulo.com), nella voce di Carver, lo scrittore che diceva «prosa o poesia, cerco sempre una storia». E lei le ripropone, quelle parole, quasi come un principio guida della scrittura e qualche volta, con un po' di fortuna, perfino della vita: «Le parole sono importanti. E bisognerebbe sceglierle meglio. A volte hanno l'incredibile potere di concretizzarsi».
Una trentina di documentari biografici su personaggi famosi visti dietro le quinte, per Rai Storia; autrice e conduttrice di storici programmi per Radio Rai, più la scrittura di vari originali radiofonici come la serie «Un racconto al giorno», «Il sangue e la luna», «Voci indiscrete», racconti brevi e libri, come appunto l'ultimo, «Il naso di Teresa»: Simona Fasulo ci racconta questo vortice creativo con allegria e gentilezza.
Radio, televisione, letteratura: c'è un filo conduttore?
«L'interesse. La passione. Credo di appartenere a una generazione che non è mai stata iper-specializzata, una generazione che è cresciuta scrivendo i temi, abituata ad argomentare più che a rispondere ai test a crocette. Così ho potuto spaziare in libertà tra più argomenti e più settori».
Come è nata la passione per la scrittura?
«Da ragazzina volevo fare la giornalista. Un aneddoto: a otto, nove anni ho fondato un settimanale con la mia amica Emma e ho perfino scritto un giallo a puntate. Nel cuore della mia famiglia c'era qualcosa di artistico, anche se sopito, latente. Le mie prozie siciliane erano state allieve di Pirandello al Magistero di Roma... Erano due prof di lettere, arrivate nella capitale dopo il terremoto di Messina. Sono cresciuta con l'Iliade e l'Odissea al posto delle favole».
L'inizio della sua storia professionale.
«Appena uscita dalla maturità, ho iniziato a collaborare con la storica rivista teatrale “Il dramma”, dove tenevo una rubrica di teatro per ragazzi. Tutto lavoro gratis, ovviamente. Finché, un giorno, mi hanno chiamato a Radio Rai. Ho fatto un colloquio, mi hanno preso e ho cominciato a lavorare come programmista regista. Ci sono rimasta circa 20 anni, sempre come freelance. Ma nella mia testa essere precari era un valore aggiunto: mi sentivo libera».
Può ricordare qualche programma che le sta a cuore?
«Difficile scegliere: l'edizione estiva del 3131 fu una grande esperienza al microfono, ma anche “Perché non parli?”, un gioco a premi sulla lingua italiana che ebbe grande ascolto. Poi negli anni Novanta ho inventato una rubrica che si chiamava “Pepe, Nero e gli altri” - da Pepe Carvalho e Nero Wolfe -, mettevo in correlazione la lettura e il cibo: oggi va di moda, ma allora era inusuale... Mi sono divertita moltissimo. E quella fascia oraria ha fatto un salto di ascolti, un po' come Fiorello oggi».
Come è nata l'idea dei documentari?
«La molla è stata una difficoltà: dopo aver fatto per dieci anni la sceneggiatrice per la lunga serialità - da “Incantesimo” ad “Agrodolce”-, mi sono ritrovata all'improvviso senza lavoro. Che fare? Ho pensato che forse potevo tornare alla Rai. Il primo documentario è nato dalla mia esperienza di volontaria nel carcere di Rebibbia. Si sa sempre troppo poco della vita carceraria, insieme con un collega musicista abbiamo scritto “Per non morire dentro”, che racconta la storia di tre detenuti in semilibertà. In carcere ho fatto cineforum e per tre anni ho tenuto una corso di scrittura. È stata una delle esperienze più formative della mia vita. Dopo quel documentario ne sono venuti altri e per dieci anni ho collaborato con Rai Storia come autrice».
Cos'è che la spinge a scegliere un personaggio?
«I documentari sono legati molto agli anniversari. Nel 2017 per esempio mi è capitato di scrivere le biografie di Don Milani, Rossellini e Jacovitti. Mi sono occupata di molti personaggi femminili, donne che hanno fatto l'Italia, come Maria Montessori, Maria Bakunin, Anna Magnani, Goliarda Sapienza, Matilde Serao, Grazia Deledda, Alba de Cespedes e tantissime altre. Il primo personaggio fu Vittorio Emanuele Orlando, uno statista di cui avevo solo nozioni scolastiche, uomo di un'altra generazione e di un'altra epoca. Come affrontarlo? Ho cercato l'uomo dietro il personaggio pubblico. Ed è diventata la mia regola».
Lei ha parlato della capacità taumaturgica della scrittura.
«Le parole curano. Anche se non te ne accorgi, anche se parli di un personaggio totalmente altro da te, ci stai mettendo del tuo. Sempre. Nei documentari cerco sempre qualcosa che mi avvicini alle persone di cui parlo, nei personaggi che invento c'è sempre qualcosa di mio».
Come nasce il romanzo «Il naso di Teresa»?
«Da un soggetto cinematografico che avevo scritto con una collega e da una molla, come al solito nella vita è una difficoltà che porta alla svolta. Eravamo entrambe senza lavoro. Anche Teresa, la protagonista, ha una difficoltà economica e a un certo punto scopre che può vendere un vecchio capannone in cui un tempo c'era la fabbrica di profumi di famiglia. E si accorge anche di essere dotata di un talento speciale per gli odori: il “naso assoluto”, da qui il titolo al libro. In questo percorso di rinascita incontra sei donne e racconto il loro legame speciale. È un romanzo che parla di libertà, ma anche di responsabilità personale condivisa».
È un libro sui rapporti tra le persone.
«Sì. Su come vorrei che fossero questi rapporti, cioè innanzitutto basati sulla sincerità e sull'ascolto. Parlo di relazioni sentimentali, di coppie in difficoltà, di uomini che non ce la fanno a sopportare, per esempio, il cambiamento di lavoro della moglie, che non si sentono più amati. Ma la libertà è riuscire a fare qualcosa per la propria realizzazione. Diciamo che l'unione tra queste donne, la necessità di cambiare la loro vita, è qualcosa che va ben oltre il bisogno di lavorare. Qualcosa di molto profondo, perché c'entrano la condivisione vera, il sentirsi parte di un progetto che ti assomiglia. Bisogna ritrovare l'energia e il piacere di stare al mondo in questo modo. E la scrittura dà questa forza di condivisione».
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