IL RACCONTO DELLA DOMENICA
Il racconto della domenica
Ormai era diventato vecchio: anche lui. Si guardava dentro e anche dietro alle spalle per quanto gli permettesse la cervicale. Per esempio, spesso adesso gli veniva in mente sua nonna, sì sua nonna.
Aveva avuto un rapporto complesso con la nonna; in pratica l’aveva allevato lei. Il padre per motivi di politica, di viaggi d'affari, di debiti, e la madre dietro, erano spesso assenti. Lo avevano parcheggiato dai nonni.
Il nonno era morto giovane, d’ictus, pettinandosi allo specchio mentre si preparava per andare a Milano in treno per vendere burro uova formaggio alle portinaie di Milano. Lui stava bene dalla nonna che non rompeva mai. Nella casa popolare, una specie di alveare umano, in fondo alla discesa, in via Mazzini 28/A.
La nonna aveva subito un'operazione alle corde vocali, per cui non poteva più parlare. Le avevano fatto un buco in gola e le avevano inserito un tubo per respirare. Questo si era rivelato un vantaggio per A., che amava leggere e in silenzio. L’unico problema era quando le telefonava da Bologna dove andava a dare gli esami all'Università.
Dopo le iniziali difficoltà avevano messo in piedi tra nonna e nipote una specie di alfabeto Morse semplificato: lei batteva sulla cornetta. Insomma si capivano. Non esistevano i cellulari, allora.
Solo dopo essersi sposato aveva lasciato la casa popolare ma era sempre molto legato a sua nonna.
Sua sorella Elena aveva avuto cura di lei amorevolmente; negli ultimi anni di vita sua nonna si era sempre sacrificata per i nipoti. Aveva letteralmente consumato le mani le dita, aveva lavato montagne di panni sporchi con l’asse da lavare prima per il marito le figlie e poi per tutti quei nipoti. Li aveva accuditi lavati nutriti: sofficini, bastoncini, stracchini, aveva dato fondo alle sue magre risorse. Aveva stirato, aveva cucito, cucinato, aveva sacrificato la sua pensione. O più precisamente le sue pensioni. Di vecchiaia, di reversibilità, d’invalidità.
Però ai funerali della nonna avevano avuto il coraggio di scherzare perché in famiglia avevano la riprovevole abitudine di scherzare su tutto.
Da Bonelli onoranze funebri lui aveva scherzato persino al momento di scegliere la cassa per la nonna: aveva chiesto se ci fosse un modello “sportivo”. E c’era! Laccato di rosso con lo stemma della Ferrari. In fondo una volta per motivi fiscali le aveva intestato una moto da corsa! E sua nonna era sportiva e in più teneva l’Inter come i nipoti o forse come una volta gli aveva confessato di più il Bologna.
Insomma non si era mai reso conto e forse neanche i fratelli che la nonna era morta davvero. Invece non c’era più.
Però sua nonna gli tornava in mente. Gli tornava in mente nel riquadro della finestra dell’alloggio popolare mentre cuciva sulla Singer come in un quadro di Vermeer. Oppure che faceva le parole crociate.
Il ricordo di sua nonna tornava. Lei che scendeva dalla piazza (dalla fuga), con il bastone, sempre in ordine. Alla voce Esempio gli veniva in mente sua nonna che aveva contato più di tante altre persone nella sua vita. Persone famose, filosofi, politici, grandi uomini e pensatori. Macché Ghandi, Mandela, De Coubertin oppure Maria Teresa di Calcutta! Macché. Per lui era stata importante davvero solo sua nonna.
A. era diventato molto ricco nella sua vita avventurosa e un po’ border line. Si diceva che avesse vinto al Gratta e Vinci Australiano (The Kangaroo Grab and Win) una grande somma, che fosse azionista in una catena di fast food in America (i Tortello’s o i Pizzarello’s) che faceva concorrenza a Mac Donalds. Viaggiava spesso col suo aereo privato, a volte tornava nella cittadina nella pianura e atterrava a Parma.
Adesso era vecchio e per lui era tempo di bilanci, voleva ripagare e ricordare la nonna degnamente. Gli venne in mente che avrebbe potuto dedicarle un monumento, un monumento in bronzo e a grandezza naturale fatto da un bravo scultore. Un monumento che non doveva essere un monumento generico a qualche concetto astratto: al Dovere, alla Patria, alla Libertà come sono i monumenti sui quali poi in fondo vanno a posarsi i piccioni. No invece un monumento a sua nonna, proprio a lei: a Ravanetti Maria nata a Lentigione di Brescello, figlia di casanti, quei lavioratori dei campi che si spostavano da una cascina all’altra. Che era stata a servizio dai Ranieri come servetta, e che la rappresentasse con il cappotto scozzese comprato dai Cinella, il foulard al collo e quella pettinatura che i nipoti, scherzando, dicevano che era alla Generale Custer, il mento un po’ prominente proprio come un Generale.
Avevano eretto tanti brutti monumenti nella sua cittadina. Ai partigiani: un povero mentecatto con un fuciletto in mano, ai carristi, una specie di mezzo bidone sventrato, ai caduti nel Parco delle Rimembranze, bello ormai obsoleto nella sua retorica del ventennio ce ne era anche un altro che sembrava una sanguisuga o una trippa che non si era mai capito cosa fosse tanto brutto che lo avevano spostato, dietro alla via Emilia. Tante brutture avevano deturpato la sua cittadina, per non parlare d’altro.
Il suo monumento alla nonna voleva metterlo al centro del giardino della Rocca, dove lui aveva giocato, dove c’era lo scivolo e dove la nonna aveva sempre abitato nella casa popolare e dove si ricordava che lo chiamava a cena prima dalla finestra, che perdesse la voce… Ma il giardino non c'era più adesso, c'era un parcheggio. Ecco cosa erano stati capaci di costruire: dei parcheggi. In piazza avevano costruito una fontana che sembrava una vasca da piscicoltura! Fredda d’inverno e inutilizzabile d’estate. E poi non l’avrebbero apprezzata neanche quei quattro pakistani o indiani rifugiati tristi che bighellonavano in attesa di permessi di soggiorno.
Andò dall’assessore. Conosceva il vecchio presidente della provincia che aveva giocato a calcio con lui: pessimo portiere, ottimo presidente di Provincia. Lo ascoltò con simpatia ma non aveva più poteri. Già, la Provincia era stata abolita. La Provincia abolita pensò, ma se era una delle poche istituzioni che funzionava! Lo mandarono dall’assessore all’urbanistica. Occorrevano dei permessi speciali perché non era una cosa pubblica ma individuale e osò dire individualistica, un'iniziativa pur lodevole. Oppure ecco avrebbe dovuto raccogliere delle firme, una petizione popolare dal basso un meet up o un push up… Come i Verdi, i 5 stelle ma lui non aveva tempo e pazienza tanto gli sembrava giusto ricordare sua nonna.
Gli venne in auto sua nonna. Gli comparve in sogno. Gli comparve in sogno come l’aveva vista sempre: vestita nel soprabito a scacchi e sorridente dietro gli spessi occhiali e pratica. «Alberto non voglio il monumento! Quello che ho fatto l’ho fatto per voi» e nel sogno si rimise a fare le parole crociate.
A. diede una somma corrispondente al budget del monumento in bronzo a quelli che gli sembravano meno colpevoli di come era andato il mondo ai Frati Cappuccini che stanno appunto nella sua cittadina, sulla strada dei Frati.
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