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La vera sfida di Londra si gioca su manifattura e finanza

La vera sfida di Londra si gioca su manifattura e finanza

18 Ottobre 2021, 09:45

Se si ripetesse oggi il referendum sull’uscita dall’Unione Europea - è voce ricorrente tra gli isolani  - i Brexiteers probabilmente risulterebbero di nuovo vincitori. La pancia dell’elettorato britannico sembra tuttora orgogliosa del distacco dal continente. Ma come il popolo britannico  diede legittima prova di miopia e sterile nazionalismo nel voto del 2016 (che pure vinse di un soffio), oggi che a guidarlo c’è un formidabile tribuno populista, fatica a cogliere i segnali allarmanti all’orizzonte, a parte quelli che proprio non può fare a meno di vedere, come le code ai distributori di benzina vuoti nelle ultime settimane.

Dopo un lustro (eh sì, sono passati più di cinque anni dal voto) segnato da negoziati complicatissimi e tutt’altro che conclusi, non ci sono sul tappeto solo le questioni irrisolte, dalla pesca nella Manica al confine con l’Irlanda del Nord fino al commercio che analizziamo nelle prossime due pagine. Diamo un’occhiata ai numeri provando ad andare oltre al rimbalzo del Pil (robusta, a dire il vero, la stima dell’Fmi al 6,8% nel secondo trimestre, però da raffrontare all’annus horribilis 2020): se gli ultimi dati sul lavoro limano di uno 0,1% il tasso di disoccupazione, ora al 4,5%, rispetto ai livelli pre-pandemia (4%) rimane sensibilmente più alto. E soprattutto, nonostante il picco mensile assoluto di occupati - 29,2 milioni a settembre - spaventa il record (da vent’anni) di posti vacanti, 1,1 milioni fra luglio e settembre. 

I motivi? Più d’uno: la mancata copertura di posizioni scoperte legata alla concorrenza internazionale della ripresa post-pandemica, la richiesta di compensi più elevati da parte di categorie aiutate nei mesi scorsi da sussidi pubblici (in alcuni casi è già avvenuta innescando la spirale inflazionistica), il mancato ritorno di molti lavoratori dai Paesi Ue. A soffrire sono settori cruciali della grande distribuzione, del commercio, della ristorazione, dell’autotrasporto, dell’agroalimentare. Fin qui parliamo essenzialmente di servizi. Dove il colpo farà più male, se il governo tory di Boris Johnson non saprà trovare risposte adeguate (e alla lunga con altrettanto adeguate coperture), sarà nella manifattura e nella finanza. Quest’ultima, cuore pulsante della City londinese, ha iniziato a perdere i pezzi. 

Complice anche il Covid, l’emorragia è lenta e non ha ancora dispiegato tutti i suoi effetti, soprattutto sulla capitale che in queste settimane si scopre alla disperata ricerca di «talenti» che hanno optato per altri lidi. Da Goldman Sachs a Citigroup, da Bank of America a JPMorgan, i big della finanza stanno trasferendo nel continente migliaia di dipendenti, con - nell’ordine - Dublino, Parigi, Francoforte e Amsterdam come mete preferite. Londra non potrà non risentirne.

Lo stesso discorso vale per la manifattura: la fuga non è avvenuta dalla sera alla mattina ma il rischio di un abbraccio mortale è elevato. I 3.500 dipendenti di Honda - per fare un esempio - hanno fatto uscire dallo stabilimento di Swindon l’ultima automobile (una Civic hatchback grigia, per la cronaca) il 30 luglio di quest’anno. Dopo di che, tanti saluti: il costruttore nipponico ha detto addio al Regno Unito.

Altri costruttori stranieri, che hanno ridato linfa alla manifattura britannica negli ultimi decenni, per ora confermano la presenza come Nissan che punta a un hub per veicoli elettrici ma in realtà oggi sono tutti alla finestra: la necessità di rivoluzionare le linee produttive per la transizione ecologica potrebbe rapidamente portare alla decisione di trasferirsi armi e bagagli all’interno dei Ventisette o anche più lontano. Del resto lo sbarco di Tesla e dei cinesi in Europa (e non nel Regno Unito) mentre colossi del calibro di Volkswagen rischiano di lasciare a casa decine di migliaia di lavoratori, rende il quadro molto fluido. 

E poi non dimentichiamo che diversi nodi sul fronte del commercio internazionale sono al momento accantonati ma non sciolti. Le forti barriere che Londra pone in ingresso sembrano minare i vantaggi del libero scambio che finora le aveva permesso di specializzarsi in alcuni settori (automotive, aerospaziale, engineering) integrandosi nelle economie di scala europee. Le lunghe code ai distributori vuoti potrebbero essere state solo l’antipasto di un futuro incerto, ma saremmo ingenerosi se non riconoscessimo che Boris Johnson almeno una carta la sta giocando bene, quella «green»: nell'ultimo anno Londra ha attratto 6 miliardi di sterline di investimenti stranieri creando 56mila posti nel settore dell'energia verde. C'è dentro anche l'Eni, che investe oltre 400 milioni di sterline in impianti eolici offshore: un semaforo verde per il Regno Unito.

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