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ECONOMIA

Siamo proprio sicuri che i tedeschi non siano più i primi della classe?

La locomotiva ora siamo noi? Solo se ripartiamo dalla manifattura

di Franco Mosconi

06 Marzo 2022, 16:26

Agli inizi di febbraio, prima dell’escalation militare russa in Ucraina, uno dei temi principali sul tavolo dei decisori politici di tutt’Europa era rappresentato dalla non brillante situazione economica congiunturale tedesca. L’Ufficio federale di statistica comunicava un calo pari a oltre il 6% della produzione industriale rispetto a febbraio 2020 (pre-pandemia). Anche il tasso di inflazione si discostava dal target tipico del Paese che è il simbolo stesso della stabilità monetaria: all’inizio di questo 2022 i prezzi al consumo in Germania sono saliti del 4,9% su base annua (non si dimentichi che l’obiettivo della Bce è quello di un tasso di inflazione intorno al 2%).

Ora, la domanda sorge spontanea: il modello tedesco (o il capitalismo renano) non è più il primo della classe? Certo, alle difficoltà congiunturali alle quali si è accennato vanno poi aggiunti tutti i problemi strutturali - gli stessi dell’Italia - derivanti dall’elevata dipendenza dal gas russo negli approvvigionamenti energetici. Ma da qui a trarre conclusioni troppo frettolose sulla perdita di leadership nel campo dell’economia ce ne corre. È buona norma far parlare i dati, raccogliere evidenze empiriche, effettuare analisi comparate: e solo dopo cercare di trarre qualche conclusione utile alle decisioni di policy.

Fedeli a questo metodo, abbiamo affidato - nell’ambito di un recente Seminario organizzato presso il Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali del nostro Ateneo (si veda la Gazzetta di Parma, 22 febbraio) - una impegnativa relazione a Francesca Lotti (Banca d’Italia e Luiss) e Valentina Meliciani (Luiss, ove dirige la School of European Political Economy). Traendo spunto dalla pubblicazione di un loro recente volume (“Dinamiche industriali”, Il Mulino, 2021), Lotti e Meliciani hanno posto a confronto i sistemi produttivi di Italia e Germania da tre diversi angoli visuali.

Il primo riguarda la dinamica di crescita del prodotto interno lordo (Pil). Dopo la crisi finanziaria del 2008, il divario fra Germania e Italia si è molto accentuato, e la causa prima di questo gap risiede nella diversa crescita della produttività (ossia, il prodotto orario per lavoratore), che è decisamente più alta in Germania.

Le cause che influiscono sulla produttività sono rappresentate sia dalla struttura dimensionale delle imprese, sia dalla composizione settoriale: nell’insieme – annotano le autrici – “le imprese tedesche sono più produttive di quelle italiane del 20%”. Il secondo angolo visuale riguarda la “duplice transizione, ecologica e digitale” nella quale siamo pienamente immersi. Avvalendosi di numerosi dati di fonte europea, nell’insieme si dimostra come l’Italia sia meno indietro rispetto alla Germania nel campo della transizione verde rispetto alla digitalizzazione. Difatti, il cosiddetto “Eco-innovation index” è pari a 133 per la Germania e 124 per l’Italia (tutt’e due fanno parte della Top10). Passando invece a considerare la “forza lavoro con skill digitali al di sopra del livello base” - parte dell’indice Desi elaborato dalla Commissione europea - la Germania con un punteggio di 44 si colloca al 6° posto, subito dopo i Paesi nordici, mentre l’Italia è solo quart’ultima con un punteggio pari a 26, che è altresì inferiore alla media dell’Unione europea (Ue). Il terzo angolo visuale ha a che fare con gli ormai famosi Piani Nazionali di Ripresa e Resilienza (Pnrr) che tutti i paesi dell’Ue hanno presentato a Bruxelles per accedere alle risorse del NextGenerationEU. Lotti e Meliciani mostrano come le risorse siano in Italia 7,5 volte superiori a quelle tedesche: 191,5 miliardi di euro contro 25,6. Ma è nell’impiego delle rispettive risorse che emerge un’altra differenza: la Germania ha concentrato pressoché tutte le sue risorse nella duplice transizione di cui prima si diceva, mentre il Pnrr dell’Italia si caratterizza per una maggiore dispersione. Sarà questo - si chiedono a conclusione le autrici - anche un punto di maggiore debolezza? Una loro prima risposta suona così: «Il Pnrr è meno concentrato sulla digitalizzazione rispetto a quello tedesco e questo potrebbe spiegare perché l’impatto sulla crescita a parità di risorse stimato dalla Commissione europea sia più limitato».

Franco Mosconi
*Professore di Economia
e politica industriale, Università di Parma

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