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REPORTAGE

Dubai, tutto fa Pil: si investe in cultura. Ma resta un lato oscuro

Prima la crisi immobiliare, poi l'Expo frenato dal Covid e ora l'"invasione" russa, ma la città non si ferma mai. E punta (anche) su musei e biblioteche

Dubai, tutto fa Pil

11 Dicembre 2022, 20:37

Se c’è qualcosa che Dubai può insegnare a chiunque, è senza dubbio la capacità di creare valore, aumentare il Pil, investire in anticipo rispetto alle tendenze, anche quando c’è da vincere sfide apparentemente impossibili, come creare una metropoli nel deserto. Insomma: fare business, a qualsiasi costo. Sotto altri aspetti, in realtà, la Manhattan degli Emirati ha ben poco di cui essere fiera: dalla discriminazione nei confronti delle donne ad anni luce dalla nostra mentalità fino a questioni meno epocali ma significative come la raccolta differenziata molto lontana dai nostri standard.

Non si viene a Dubai per l’etica, ma per fare affari: pensate che da quest’anno è cambiato perfino il weekend, in nome dell’unico Dio che conta davvero, il denaro, più potente dei richiami dei Muezzin: per pareggiare il calendario con l’Occidente, partner principe di Dubai, le festività che già erano state spostate da giovedì-venerdì a venerdì-sabato, dal 1° gennaio scorso sono allineate ai nostri fine settimana per non perdere - di fatto - due giornate lavorative. Potreste mai immaginarlo a parti invertite…?


C'era una volta l'Expo
Una delle ultime tendenze per smuovere il Pil, tarlato anche qui dal Covid, pare essere la cultura, con spunti che possono essere interessanti per realtà come l’Italia che, a sette anni dall’Expo milanese, solo ora sta ridefinendo l'area che ospiterà Mind (Milano Innovation District) con una lentezza che sarebbe inconcepibile a Dubai: a un solo anno dall’Expo 2020 (posticipato di dodici mesi per il Covid) l’area di Expo è già diventata in un evento permanente. I padiglioni tematici attorno a cui ruotava l’Expo sono visitabili tutti i giorni, meta quotidiana (anche) per le scolaresche emiratine. In particolare quelli intitolati a Sostenibilità e Mobilità, anche se pare evidente - una volta rientrati nelle iper trafficate strade di Dubai - che si predica bene ma si razzola ancora in modo molto approssimativo.

Non solo: Expo City Dubai (ora si chiama così) servita da una metro nuova di zecca sta aprendo spazi da business center per start-up e colossi, tanto che un paio di big come Dubai Properties e Siemens hanno già aderito; inoltre è teatro per spettacoli e convegni (in questi giorni perfino dei Mondiali del Qatar live) e ha già in calendario un evento planetario, la Cop28 sul clima a novembre 2023. Diverse aree, dove sono stati smantellati i padiglioni dei vari Paesi, sono ancora «work in progress» ma si cerca disperatamente di ammortizzare l’investimento miliardario (7 per la precisione) per l’esposizione universale che ha patito la mazzata della pandemia: i visitatori si sono fermati a 23 milioni anziché i 25 previsti ma nel conto ci vanno messi molti locali tornati più volte, grazie ai sei giorni lavorativi concessi dalle autorità per recarsi nei padiglioni. Difficile quantificare quanti dei 33 miliardi di investimenti stimati fino al 2031 legati all’Expo siano effettivamente partiti, sicuramente la forte ripresa del mercato abitativo auspicata ancora non c’è stata.


Il confronto con Milano
Nonostante il devastante impatto del Coronavirus, Dubai però corre, mentre più difficile è comprendere come a Milano si sia deciso solo da pochi mesi, dopo mille tentennamenti, di lasciare dov’era l’albero della vita simbolo del 2015 (ma non lo rivedremo acceso prima del 2025, dopo che sarà completato il campus della Statale). Ma, tempi a parte, i 4,5 miliardi investiti da Arexpo e Lendlease negli spazi dell'Expo milanese promettono un autentico avanposto del futuro quando saranno completati lo Human Technopole, l'ospedale Galeazzi e il «playground dell'innovazione».


Il rovescio della medaglia
Non è tutto oro quello che luccica nemmeno a Dubai, però. La ruota panoramica (ovviamente la più grande del mondo…) inaugurata in pompa magna nell’ottobre 2021 è ferma da inizio anno per problemi strutturali. Si parla di riaprire a marzo, ma non c’è ancora l’ufficialità. I prezzi delle case - come accennavamo - stanno molto faticosamente risalendo la china dopo la bolla scoppiata nel 2009 e pezzata solo grazie al «bail-out» di 20 miliardi di dollari operato da Abu Dhabi, ma lo fa grazie soprattutto all’invasione russa, effetto collaterale delle sanzioni e degli embarghi occidentali: il risultato è che i russi abbienti (e sono tanti, molti di più del cerchio magico degli oligarchi) si sono trasferiti spostando qui ingenti capitali.

Ma il conflitto russo-ucraino ha avuto anche un’altra conseguenza: il prezzo dei carburanti è salito, ebbene sì, di oltre il 50% da inizio anno. E nonostante una tassazione del 5% fra le più basse al mondo e il fatto che gli Emirati siano seduti su una montagna di petrolio, per un litro di benzina servono ormai 90 centesimi di euro - per il diesel addirittura 1,1 euro - dopo il picco shock di 1,20 a luglio. A noi sembra poca roba, certo, però qui si viaggiava a 50 centesimi solo un anno fa. Ma tanto - si obietterà - per chi guida Suv di lusso da 5 metri con dei V8 da 4.0 litri sotto il cofano, il pieno è un dettaglio insignificante. Vero: ma se sotto il Burj Khalifa o a Dubai Marina il reddito percepito è da miliardari, la maggioranza della popolazione - tantissimi gli indiani e i filippini - vive con stipendi da fame e scarsissime garanzie contrattuali. Se guardiamo al Pil degli Emirati Arabi, il dato nominale pro capite è più alto di quello italiano (47.790 dollari contro i 33.740 nostri) pur nella stessa fascia indicata dall'Fmi: va però sempre applicata la regola dei polli di Trilussa. E qui sono tanti quelli che non ne hanno mangiato nemmeno una coscia.


Progetti faraonici
Ma si parlava di cultura. Lo sceicco Mohammed bin Rashid Al Maktum vuole mostrare anche una facciata eticamente più spendibile nella città che è diventata lo snodo cruciale delle multinazionali per i mercati di Medio Oriente e Asia. I due progetti più importanti inaugurati quest’anno riguardano la biblioteca nazionale Mohammed Bin Rashid, aperta a giugno, e il Museo del Futuro che risale a febbraio. In comune hanno lo sfarzo tipico di Dubai (con investimenti faraonici che superano i 400 milioni di dollari), un’architettura avveniristica anch’essa ormai marchio di fabbrica a queste latitudini e un segnale di maggior attenzione alla sfera culturale dopo che per anni la regola sono stati i parchi divertimento e resort di lusso. Anche se nella classifica della libertà di stampa gli Emirati viaggiano in coda, al 133° posto e in caduta costante dal 2007...

Comunque: partiamo dalla biblioteca, fatta a forma di ciclopico libro aperto che sorge nella zona nord occidentale di Dubai. Costata 272 milioni di dollari, è uno spazio modernissimo ed elegante - assolutamente gratuito, anche se è necessario prenotare - dove consultare milioni di volumi e pubblicazioni, studiare, servirsi delle postazioni con i pc.

All’ultimo piano, sul modello di Londra e Alessandria (d’Egitto) la mostra permanente sui tesori letterari vale da sola la visita: fra antichissimi Corani, cinquecentesche mappe del mondo, preziosi calamari vecchi di secoli e prime edizioni mozzafiato, la storia dell’ingegno umano scorre straordinaria lungo le sale silenziose (anche perché scarsamente frequentate…). Ci siamo anche noi: dalla prima Divina Commedia illustrata all’edizione originale del Pinocchio di Collodi. Da Shakespeare a Cervantes o Tolstoy, comunque, i Grandi sono tutti lì, in curatissime teche. C’è anche uno spazio dedicato alle mostre, quella in corso («Dubai past and present») racconta la nascita degli Emirati che venerdì scorso hanno festeggiato i 51 anni attraverso migliaia di foto. Tutte di uomini. Se escludiamo la Regina Elisabetta, Indira Gandhi e Margaret Thatcher in visita a Dubai, le uniche donne immortalate sono in divisa militare nella penultima foto..


Un salto nel futuro
L’altra meraviglia architettonica patrocinata dallo Stato è il Museo del Futuro a due passi dal nuovo centro nevralgico di Dubai, quello che ruota intorno al faraonico Mall e alla torre più alta di tutte, il Burj Kalifa. Sotto il profilo architettonico è affascinante: un gigantesco occhio, una costruzione ellittica con un enorme vuoto nel mezzo e costellata di messaggi di speranza sul futuro in arabo attribuiti allo sceicco Mohammed bin Rashid al Maktoum, la cui idea di fare di Dubai un hub mondiale per l’innovazione è alla base di questi progetti. Difficile dire se nel 2071, l’anno in cui è «ambientato» il museo, costruiremo davvero così: servono come minino tanto, tantissimo spazio e parecchi soldi (136 milioni di dollari in questo caso) per avere alla fine sei piani nemmeno giganteschi disponibili a fronte di circa centomila metri quadri e una rete di 2400 tubi di acciaio che sostituiscono le colonne. Sicuramente lo spunto è molto interessante.

Pensato per lo più per i bambini e vissuto come se ci si imbarcasse in uno space shuttle un po’ troppo giostraiolo, il museo ripercorre i temi cari anche all’Expo sulla sostenibilità del pianeta e ipotizza fra mezzo secolo una base lunare capace di sfruttare l’energia solare, che è un po’ quello che si sta facendo negli Emirati con il più grande impianto solare del mondo (Mohammed bin Rashid Al Maktoum Solar Park) che per il 2030 con una capacità di 5.000 MW fornirà il 50% del fabbisogno di Dubai.


Contraddizioni
Un pannello elettronico ci fa prendere coscienza di quanti ettari di foreste stiamo perdendo (nel 2022, aggiornato al 27 novembre, oltre 4 milioni di ettari) o di quanta Co2 emettiamo (6,3 miliardi alla stessa data) però lungo le strade a sei corsie di Dubai le Tesla elettriche sono mosche bianche, per non parlare delle altre elettriche, praticamente invisibili. Contraddizioni? E che dire che con il biglietto d’ingresso (40 euro, da mesi sold-out per tutto il 2022, media di un milione di visitatori l’anno) scatta anche l’iscrizione a una mailing list che vi inonda di offerte di «bagagli eco sostenibili» e altre amenità dalla coscienza green acquistabili on line?

I percorsi culturali di Dubai, insomma, sono ancora un po’ di facciata, come del resto quasi tutto qui. Però indicano un modo nuovo, e per certi versi coraggioso, di coniugare il business con un mondo di valori. Un modo, forse, anche per mettersi al pari con il vicino Sharjah, l’emirato dove l’alcol è proibito per davvero, che ha investito da tempo in istruzione: la sua università è nelle prime 70 del mondo con studenti provenienti da cento Paesi, e gli investimenti in incubatori per idee e Start-up stanno crescendo. Anche nel deserto: la Sharjah Oasis for Technology and Innovation è un’autentica cattedrale avveniristica nel deserto. Vedremo se gli sceicchi ci hanno visto lungo.

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