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Da tesoretto a investimento: il Tfr finirà nei fondi pensione?

Da tesoretto  a investimento:  il Tfr finirà  nei fondi pensione?

di Patrizia Ginepri

11 Gennaio 2026, 15:25

Ormai nessuno lo considera più come quell'accantonamento che ti cambia la vita, per molti è diventato una sorta di bancomat. Anche attraverso le tappe legislative il Trattamento di Fine Rapporto (il cosiddetto Tfr, ovvero quella somma che ogni lavoratore dipendente accumula negli anni di attività) non è solo una liquidazione a fine carriera, ma anche uno strumento di pianificazione finanziaria a lungo termine. È un cambio di mentalità che sposta l'attenzione da un «gruzzolo risparmiato» da investire ad esempio per l'acquisto di una casa a un investimento per la sicurezza in vecchiaia.

È cambiato il mondo del lavoro, è sceso il potere d'acquisto con forti penalizzazioni per stipendi e pensioni, ha cambiato pelle anche la mentalità in tema di risparmio.

Tfr sotto i riflettori
Ora il Tfr è tornato sotto i riflettori con una proposta del governo attualmente in discussione. Infatti, in attesa di conoscere quali saranno le novità in materia pensionistica contenute nella legge di bilancio per il prossimo anno, il dibattito sulla previdenza complementare si fa sempre più acceso, con una crescente attenzione alla necessità di aumentarne la diffusione utilizzando anche lo strumento del Tfr. Si sta spingendo per far sì che il Tfr dei neoassunti a partire dal 2026 confluisca in automatico nei fondi pensione con la possibilità di rinunciare entro sei mesi. In questo caso l’obiettivo perseguito sarebbe quello di aumentare il numero delle adesioni e garantire pensioni più dignitose ai lavoratori.
Ciò ovviamente comporterà una minore liquidità per le aziende che trattengono il Tfr all’interno, ossia quelle imprese che hanno meno di 50 dipendenti e il cui trattamento di fine rapporto rimane nelle casse dell’azienda, se non versato alla previdenza complementare su decisione del lavoratore stesso. Un’ulteriore proposta prevederebbe di trasformare il Tfr accumulato in Tesoreria Inps, quindi quello delle imprese che hanno un numero maggiore a 50 dipendenti, in una rendita da affiancare alla pensione obbligatoria, consentendo quindi di anticipare il pensionamento.
In altre parole, questo meccanismo servirebbe a chi, avendo maturato i requisiti per la pensione anticipata contributiva (64 anni di età e 25 anni di contribuzione), non riesce però a raggiungere l’importo soglia richiesto dalla normativa a chi ha iniziato a lavorare a partire dal primo gennaio 1996.
Ricapitolando, la proposta presentata dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon, ora sul tavolo del governo prevede che il Tfr di coloro che verranno assunti per la prima volta dal 2026 in poi finirà obbligatoriamente nei fondi pensione, a meno che l’interessato, entro 6 mesi non dichiari di volerlo tenere in azienda. La novità, è stato spiegato, riguarderebbe 400-420 mila lavoratori all’anno e funzionerebbe, ha detto Durigon, con un meccanismo di «silenzio-assenso al contrario». A differenza del semestre di silenzio-assenso del 2007, quando i lavoratori dovevano indicare entro giugno se mantenere il Tfr in azienda o destinarlo a un fondo pensione, e se non sceglievano il Tfr finiva automaticamente nel fondo di categoria, questa volta l’accantonamento annuale pari a circa un mese di stipendio per prendere la liquidazione al momento della pensione verrebbe assegnato subito al fondo e potrebbe restare in azienda solo se, entro sei mesi, il lavoratore lo chiedesse formalmente.
Secondo Itinerari Previdenziali, le adesioni ai fondi, in particolare nelle piccole imprese, sono meno del 10% sul totale contro l’80-90% nelle grandi. Il Tfr lasciato in azienda ha finora costituito una grande fonte di autofinanziamento per le stesse Pmi. Per questo, ha detto Durigon, accogliendo quella che è una proposta anche di Itinerari, dovrebbe essere ricostituito il Fondo di garanzia per le Pmi sul Tfr, abolito nel 2006. Inoltre si tratterebbe di trovare una copertura finanziaria perché, nelle aziende con più di 50 dipendenti, il Tfr non destinato ai fondi finisce all’Inps. Ma si tratterebbe di una copertura limitata, perché il conferimento obbligatorio del Tfr sarebbe circoscritto appunto solo ai neo-assunti. Itinerari ha proposto anche di aumentare dal 10 al 25% il tetto agli investimenti dei fondi pensione nell’economia reale.

La storia e le tappe normative
«La storia di questo istituto risale agli inizi del '900 ma la sua entrata in vigore avvenne nel 1927 - premette Pietro Boschi, consulente del lavoro a Parma -. La sua denominazione di allora era “indennità di anzianità” o “indennità di servizio” nel caso dei dipendenti pubblici e spettava al momento della cessazione del rapporto di lavoro anche in caso di licenziamento. In sostanza era un emolumento che serviva al lavoratore per assicurarsi oltre alla pensione anche un sostegno significativo, una volta uscito dal processo produttivo. Il vero cambiamento di questo istituto avviene in tempi più recenti, nel 1982, con il passaggio da indennità di anzianità a trattamento di fine rapporto, un impianto ridefinito tuttora vigente. Per anni è stato un vero e proprio tesoretto, ovvero un'integrazione importante della pensione, ma negli anni è cambiato il contesto, con gli stipendi sempre più inadeguati al costo della vita».
La maturazione del Tfr «avviene annualmente con una rivalutazione in base agli indici Istat - spiega Boschi - con la possibilità di chiedere qualche anticipazione anche durante gli anni di lavoro. La possibilità di ottenere parti del Tfr in anticipo è sempre stata un'opzione possibile, prevista però in casi particolari come l'acquisto di una casa o per ragioni di salute.
Un'altra tappa significativa lungo il percorso del Tfr è l'introduzione della previdenza complementare avvenuta nel 2005. Una vera e propria rivoluzione. Questa novità ha interessato anche l'accantonamento del Tfr. La principale innovazione riguarda le imprese con più di 50 dipendenti che da una certa data in avanti avrebbero dovuto far confluire la gestione del Tfr all'Inps».
Ora si torna a parlare di Tfr proposta di decreto di legge Tfr nei fondi pensione.
«La percezione è cambiata»
«La percezione di questo istituto è cambiata - conferma Boschi - rispetto al passato c'è una grande richiesta dell'anticipo che viene ormai considerato come una parte di liquidità aggiuntiva alla retribuzione corrente e non più come una somma da richiedere in anticipo per un evento straordinario. Alla richiesta sempre più frequente da parte dei lavoratori di un Tfr erogato ogni mese in busta paga che venga erogato tutti i mesi ha risposto l’Ispettorato nazionale del lavoro con una Nota che ha chiarito che l’erogazione mensile del rateo di Tfr non è ammessa, in quanto in tale ipotesi la somma anticipata si configura come una integrazione della retribuzione, con conseguenti ricadute sul piano contributivo e fiscale (soggetta a contribuzione e tassazione ordinaria)».

Il confronto con altri Paesi
In Spagna non esiste un Tfr, ma al termine del rapporto di lavoro viene liquidato il «Finiquito», che include la paga del periodo lavorato, le ferie non godute e le mensilità aggiuntive. In Francia: esiste un'indennità di fine servizio nel settore pubblico, ma il calcolo si basa sulla retribuzione annuale finale e non c'è un accantonamento annuale. In Germania, in caso di licenziamento, può essere erogata una liquidazione chiamata «Abfindung», ma non è un istituto comparabile al Tfr italiano.
Nel Regno Unito il sistema prevede una pensione di servizio che include una liquidazione, calcolata in base agli anni di servizio e alla retribuzione finale, con una maggiore enfasi sulla previdenza complementare.
Nei Paesi Bassi l'indennità di fine rapporto è generalmente pari a un terzo dello stipendio mensile lordo per ogni anno di servizio (limitato a un massimale).
Per quanto riguarda, infine, la parte di Tfr maturata all'estero, la legge prevede che venga tassata nel Paese in cui il lavoratore era fiscalmente residente e svolgeva l'attività, secondo quanto stabilito dalle convenzioni contro le doppie imposizioni. Per ottenere il rimborso di tasse pagate in Italia su Tfr maturato all'estero, può essere sufficiente provare la residenza fiscale estera, senza necessariamente fornire un certificato fiscale del paese estero.

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