EDITORIALE / 1
Vittoria piena quella di Donald Trump, ben al di là delle aspettative visto che colui che è diventato il 47° presidente degli Stati Uniti è un uomo che ha subito vari processi, uno per abusi sessuali, un altro per avere pagato l’avvocato che lo difendeva in un’altra causa di abusi con i soldi donatigli dai suoi aficionados per una campagna elettorale, un altro ancora per questioni fiscali e finanziarie del suo gruppo, ed è stato infine l’autore del tentato golpe del 6 gennaio 2021 (l’assalto a Capitol Hill).
Un’elezione che ci dice, tra l’altro, che una delle più antiche democrazie del mondo soffre di fragilità istituzionale, vista la subordinazione della Corte suprema all’autorità politica che la nomina (e nel caso di Trump, la Corte a “sua” maggioranza ha escluso la sua imputabilità per il tentativo di golpe) e un sistema giudiziario troppo soggetto alla politica, in un senso o in un altro, democratico o repubblicano, come si è visto in questi anni nella varie cause che hanno visto imputato il tycoon della Trump Tower.
Rammentiamo oggi e solo oggi questi precedenti che non riprenderemo più guardando a Donald Trump come al presidente della più grande potenza mondiale e dello storico partner d’Europa, alla cui Liberazione dal fascismo dal nazismo e dal comunismo ha dato un contributo determinante.
Ora voltiamo pagina, game over.
La cosa più interessante di questa presidenza repubblicana è il suo ticket: il vicepresidente eletto JD Vance, 39 anni, ex marine, laureato a Yale, una storia familiare complessa (famiglia operaia, madre alcolizzata) è la personificazione dell’American dream visto il successo ottenuto nella sua giovane vita e la scalata sociale compiuta.
Egli rappresenta la carta repubblicana
per i prossimi 8-12 anni di politica nazionale e sin d’ora (ma la cosa fu rilevata da autorevoli commentatori americani il giorno della sua designazione a candidato vicepresidente) si può scommettere sulla sua successione a Trump nel 2028 (o prima se necessario). Una republican era che cambierà di certo gli Stati Uniti e le loro relazioni con il mondo, a cominciare dall’Europa per finire con la Cina, passando per la Russia.
Questi i fattori che possono avere determinato la vittoria del ticket trumpiano. La disperazione determinata dalle difficoltà della classe media, per l’inflazione e per la perdita di ruolo nell’economia e nella società. L’immigrazione come collante generale dello scontento della nazione, elemento su cui dovremmo riflettere anche in Italia e in particolare, da noi, la coalizione di sinistra e i magistrati di discutibile supporto. La crisi del partito democratico che Barak Obama ha lasciato in condizioni comatose, le candidature di Hillary Clinton e questa di Kamala Harris. La seconda più della prima, visto che ha puntato sulle donne, che non l’hanno seguita, sugli immigrati (che hanno votato contro nuova immigrazione), sui neri (che, diventati establishment, hanno abbracciato le proposte della destra) e insomma su un pacchetto di proposte e su una postura che l’ha lasciata in minoranza, una cospicua minoranza che - il nuovo Congresso, Camera dei rappresentanti e Senato sono a maggioranza trumpiana, con il codicillo della Corte suprema - avrà un ruolo ben minore rispetto ai casi di coabitazione verificatisi in passato.
Farà bene ai democratici la Quaresima nella quale entrano.
Di Europa ci occuperemo presto, anche perché sino a gennaio non si saranno novità reali, soltanto annunci. Non possiamo però tralasciare l’appuntamento che la storia ci ha fissato: se non faremo un passo in avanti nel processo unitario, dotandoci di una forza militare di livello adeguato alle nostre esigenze di difesa, saremo destinati alla definitiva marginalità (nella quale già siamo) e alla dissoluzione su cui puntano i nostri amici dell’Est, a partire da Vladimir Putin. Cartina di tornasole, l’Ucraina sin qui destinataria privilegiata delle ipocrisie europee, chiacchiere e pochi fatti.
Un elemento di serenità, in ogni caso, lo si può trovare proprio nella complessità del quadro internazionale: Trump non è né può essere l’elefante nella cristalleria e, come nel precedente mandato, cercherà di onorare la sua posizione isolazionista evitando di essere coinvolto nei conflitti in essere o in altri che bruciano sotto la cenere.
Né superficiali ottimismi, né distruttivi pessimismi ma l’auspicio di una buona presidenza che, a parte gli eccessi verbali, sia nella sostanza coerente con il passato degli Usa.
La storia va avanti.
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