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Intervista

L'uomo che ha portato Verdi in Florida

L'uomo che ha portato Verdi in Florida

di Giulio Alessandro Bocchi

24 Gennaio 2022,03:01

Giulio Alessandro Bocchi

La nebbia non c'è e probabilmente il clima della costa occidentale della Florida non sarebbe il migliore per stagionare i salumi. Se c'è una cosa esportata a Sarasota con successo, però, è la musica di Verdi visto che qui si è concluso un ciclo integrale delle sue opere. Si fa presto a dire "integrale" e spesso il termine viene un po' abusato, ma in questo caso sono state proposte in scena, o almeno in concerto, anche pagine spesso lasciate da parte come potrebbe essere il caso del balletto in «Don Carlos» o addirittura delle note scritte in qualche lettera.

A Sarasota, dall'aprile del 1982, si sono alternati tanti sindaci e sette diversi Presidenti degli Stati Uniti (in undici mandati), da Ronald Reagan a Joe Biden, ma una persona è sempre rimasta al proprio posto: per quarant'anni, quaranta stagioni, Victor DeRenzi è stato direttore artistico dell'Opera di Sarasota.

Newyorkese, ma con l'Italia e soprattutto Parma e Busseto nel cuore, ancora più di quanto possa lasciare intuire l'origine del suo cognome, il direttore d'orchestra si è reso disponibile per una videochiamata dalla Florida.

Qual è il suo primo ricordo legato a Verdi?

«La prima volta che sono andato a teatro era un teatrino a New York, a Staten Island, dove hanno fatto «La forza del destino», con il pianoforte, senza coro e con cantanti orribili, ma subito me ne sono innamorato. Da ragazzo, poi, sono diventato un fan della Tebaldi che si esibiva al Metropolitan e io andavo anche tre o quattro volte a settimana a teatro per sentirla cantare insieme agli altri grandi interpreti di quell'epoca.

Com'è nato il desiderio di fare tutto Verdi?

«Un anno abbiamo fatto "Aroldo" (facciamo sempre all'interno della stagione lirica un'opera che non conosce nessuno) e, dopo il finale primo, il pubblico si è alzato in piedi gridando: mi sono detto che se facevano così per un'opera delle meno rappresentate doveva esserci un tesoro in tutte le altre e avremmo dovuto cercare di scoprirlo. Sono sorpreso di quanto sia riuscito a trovare e a descrivere l'umanità, altro che verismo: in "Don Carlo" ci sono re e regine, ma soffrono come noi. Le opere devono essere viste in teatro perché sono state scritte per il teatro. Quando si apre la tela io voglio vedere un castello o un palazzo, non una tela bianca.

Le nostre scene sono sempre come Verdi voleva, ma anche con gli allestimenti delle altre opere. C'era un momento nel quale tutti al mondo facevano gli spettacoli così: adesso non si fa quasi più e possiamo quasi considerarci all'avanguardia. Quando ero ragazzo e vivevo a New York il teatro era un modo per evadere e per andare, ad esempio, in Egitto, in Spagna o a Parigi: non avrei mai voluto andare a teatro per vedere New York. Non è vero che le regie in ambientazione moderna si fanno per i giovani».

Com'è il pubblico di Sarasota?

«Naturalmente ama le grandi opere come "Rigoletto", ma riconosce che anche in quelle meno conosciute ci sia della grande musica. Sarasota è molto interessante perché non è grande come città, ma oltre al Teatro d'opera c'è l'orchestra Sinfonica, il Balletto, il Teatro di Prosa e tante altre attività: quando si va in pensione si vuole la spiaggia, ma per la cultura si viene qua, non a Miami, ma a Sarasota!»

La pandemia ha influenzato la programmazione del teatro?

«Qui non c'è mai stata una chiusura completa, ma ci sono tante regole con tamponi e mascherine: sono scelte difficili perché c'è una parte del pubblico che non vorrebbe venire a teatro con la mascherina e un'altra che non vorrebbe venire senza l'obbligo della mascherina. Noi vogliamo mandare in scena le opere come sono state scritte dai compositori e piuttosto che allestire spettacoli ridotti, abbiamo programmato titoli che coinvolgessero un piccolo cast con un'orchestrazione ridotta come le farse di Rossini o "La serva padrona" di Pergolesi. Siamo stati molto rigorosi con il cast e con gli orchestrali che non possono nemmeno andare fuori a mangiare o in palestra. Adesso dobbiamo fare "Tosca", un'opera che coinvolge molte persone e speriamo che vada tutto per il verso giusto».

Quale può essere un vantaggio di poter lavorare tanto tempo nello stesso teatro?

«La nostra orchestra non è tipica perché è composta da gente che ama l'opera: spesso i musicisti si annoiano un po' a suonare nelle opere perché magari la loro singola parte non è molto stimolante. Io voglio che l'orchestra studi il libretto e che capisca le parole: che abbia, quindi, una visione drammatica d'insieme senza limitarsi a leggere "un-pa-pa-pa».

Ama in particolare un'opera più delle altre?

«È difficile da dire... però "Otello" devo ammettere che mi dà più soddisfazione di "Alzira". In ogni opera, comunque, Verdi ha potuto diventare più grande: si pensa spesso che "Nabucco" e "I Lombardi" siano la stessa cosa, ma ha sempre saputo migliorarsi di opera in opera mettendosi sempre in gioco».

Da quale opera ha avuto più soddisfazioni?

«Trovo molto difficile Verdi perché dipende molto dalle voci: in Puccini tutto quello che serve per commuovere il pubblico è scritto nell'orchestra mentre in Verdi dobbiamo affidarci al cast dei cantanti.

Dopo aver concluso il Verdi Cycle con "La battaglia di Legnano" abbiamo mandato per un anno il compositore "in crociera": è stato un anno bruttissimo senza Verdi. L'anno successivo, però, abbiamo ricominciato con "La traviata" e dopo avere eseguito tutte le altre opere, ho trovato tante cose nuove».

È mai stato a Parma e a Busseto?

Sempre! Credo di essere stato a Busseto almeno quindici volte e se sono in Italia vado sempre a Villa Verdi e a Casa Verdi. È strano quanto non ci fosse qualcuno di più legato al proprio territorio, ma allo stesso tempo tanto universale.

Amo anche Parma: quando ero ragazzo era il posto dove se non si canta bene si viene fischiato, un pubblico che sa veramente come deve essere l'opera. È anche vero che un pezzo di Busseto è venuto da me, visto che i Carrara-Verdi sono venuti ad assistere alla conclusione del Verdi Cycle.

© Riproduzione riservata

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