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Borgotaro e Bedonia

Pietre d'inciampo: i deportati valtaresi non saranno mai più dimenticati

Pietre d'inciampo: i deportati valtaresi non saranno mai più dimenticati

di Monica Rossi

24 Gennaio 2022,03:01

«Fare memoria combatte l’indifferenza», disse Elie Wiesel, premio Nobel per la pace nel 1986 e sopravvissuto ai campi di Auschwitz e Buchenwald.

Ed è proprio per dare memoria alle future generazioni, che le amministrazioni di Bedonia e Borgotaro il prossimo 26 gennaio, in collaborazione con l’Istituto Storico della Resistenza di Parma, poseranno nei loro comuni le pietre d’inciampo.

Saranno poste «davanti alla porta della casa in cui abitò la vittima del nazismo o nel luogo in cui fu fatta prigioniera – ricorda il sindaco di Bedonia Gianpaolo Serpagli -. Ridiamo individualità a chi si voleva ridurre soltanto a numero».

Grazie alle ricerche fatte dall’Istituto Storico della Resistenza di Parma, i deportati da e di Bedonia furono Maria Domaic, Davide e Stella Levic e Rudolf Marton (abitavano nella villetta di via Roma di fianco al distributore dell’Agip); Tina Ornstein, Alfredo e Marcello Finz (che risiedevano invece nell’attuale via Don Raffi); e Carlo Bergamaschi, catturato e internato nel campo di concentramento di Brüx (Cecoslovacchia). «La sua casa di via Petrarca non c’è più e quindi posizioneremo la pietra davanti al Comune», informa Serpagli.

Di pietre, ce ne sono più di 70mila in Europa e tre di esse ci parleranno tra poco di Borgo Val di Taro – dice l’assessore alla Cultura Martina Fortunati -. Le poseremo in piazza Manara, davanti al cancello di ingresso del Comune, e saranno dedicate a Bartolomeo Leonardi, Giovanni Brattesani e Dora Klein». Nomi cui assicurare un futuro nel ricordo, visto che le atrocità della guerra hanno negato loro il diritto alla vita (salvo la Klein che invece si salvò). Nomi ai quali è tuttavia oggi difficile dare un volto: gli eventi hanno cancellato intere esistenze di cui oggi non abbiamo pressoché traccia. Ma non tutti.

«Mio zio Carlo e mio papà Mario erano stati catturati a Bedonia per essere avviati ai lavori coatti - racconta il nipote di Bergamaschi che dello zio ha lo stesso nome di battesimo -. Come prima destinazione, la Germania, dove sarebbero poi stati smistati. Mentre mio padre riuscì però a fuggire una volta giunti a Fontanellato, per mio zio non fu così e finì per essere internato nel campo di lavoro a Brüx (oggi Most, ndr)». Dove, stando ai documenti, morì di tifo petecchiale nel marzo del ‘45 a soli 33 anni. «Le famiglie ebree rastrellate a Bedonia e deportate nei campi provenivano dall’ex Jugoslavia – racconta il presidente dell’Istituto storico, Marco Minardi -: fuggite verso est e poi catturate, erano state deportate in Italia e smistate nei vari territori, tra cui 24 comuni del parmense. Erano internate, libere di circolare ma con tutte le limitazioni del confino politico: non potevano lavorare o parlare con la gente del posto». Alcune famiglie, all’arrivo dei tedeschi, riuscirono a scappare, nascondendosi anche con l’aiuto dei locali: tra questi, Graziano Comotti che, lavorando all’anagrafe del Comune di Bedonia, salvò molti sfollati fornendo loro documenti di copertura. Monica Rossi

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