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CARO ENERGIA

Il grido d'allarme degli imprenditori: «Costi alle stelle, servono subito misure strutturali»

Il grido d'allarme degli imprenditori: «Subito misure strutturali»

di Patrizia Ginepri

28 Gennaio 2022,03:01

Confindustria lancia di nuovo l'allarme: il governo sta sottovalutando l'emergenza energia. Le misure del decreto di venerdì scorso? Del tutto insufficienti, davanti alla prospettiva di una bolletta di oltre 37 miliardi prevista quest'anno e di 21 miliardi nel 2023. Sono «misure congiunturali e non strutturali – dicono gli imprenditori – le aziende rischiano di ridurre o addirittura sospendere la produzione. La preoccupazione è palpabile, anche in diversi settori produttivi di Parma.

Impiantistica

«Per la nostra azienda l'impatto del caro energia è inferiore rispetto ad altri settori non essendo una produzione energivora, tuttavia, se parliamo dei prezzi delle materie prime la situazione è drammatica – premette Roberto Catelli (Cft) vicepresidente dell'Unione Parmense degli Industriali – e difficilmente si riesce a scaricare sui listini gli aumenti esagerati a cui dobbiamo far fronte. Tutti i componenti a base di acciaio sono aumentati da un minimo del 30 per cento fino al 60 per cento, senza parlare poi dei componenti elettronici che registrano prezzi in crescita del 400 per cento. Sono cifre inaudite. Tutto è correlato, dai trasporti al packaging, quello che in precedenza si pagava 10 adesso si paga 20 o 30. Stiamo parlando di aumenti insostenibili».

Le ragioni? «L'Italia ha abbandonato il nucleare nel 1987, per ripartire ci vorrebbero dieci anni e noi che abbiamo una produzione di gas di circa il 10 per cento del nostro fabbisogno, oggi dipendiamo in prevalenza dalla Russia e la crisi in Ucraina certamente non aiuta. In Europa siamo tutti nella stessa situazione, a parte la Francia che ha numerose centrali nucleari». Come si possono arginare questi rincari? «I provvedimenti assunti dal governo sono palliativi – prosegue lo stesso Roberto Catelli -, il problema delle materie prime non si risolve senza una stabilità politica internazionale». «L'unica risorsa che abbiamo - rimarca il vicepresidente dell'Upi - è la nostra industria che deve essere messa nelle condizioni di poter competere. Un grave errore è stato quello di spostare in Asia la produzione di determinati componenti. Ora ce ne rendiamo conto. In Europa servono politiche internazionali e nazionali che non siano rivolte al giorno dopo, ma con una visione di medio e lungo termine».

«In azienda e sentendo anche alcuni colleghi del settore, la situazione è abbastanza uniforme: ci sono tanti ordini e si sta lavorando - spiega Ombretta Sarassi Binacchi (Opem), capo consulta impiantistica dell'Unione Parmense degli Industriali -. Il settore ha retto l'urto della pandemia, ma ora iniziano i veri problemi. Le scorte di materiali come ferro, acciaio inox e tondo, stanno per esaurirsi e diventa difficile far fronte alle commesse. L'Italia, che deve importare dall'estero le materie prime, sarà sempre più dipendente dall'Asia, paesi che oggi possiedono anche il know how, Cina in testa. Se poi parliamo di materiale elettronico, la situazione è ancora più pesante». «Molte aziende - continua Ombretta Sarassi Binacchi - stanno consegnando le produzioni ma a quale prezzo? Le schede elettroniche, i cavi, tutto ciò che permette alla meccanica di funzionare, sono disponibili a costi esorbitanti, perché i fornitori tradizionali ne sono sprovvisti. Da mesi si è generato un mercato parallelo con prezzi che sono dieci volte più alti per alcuni materiali elettronici. I forti rincari erodono i margini delle imprese e l'incertezza sui materiali con cui si è costretti a lavorare non permette neppure di fornire date precise di consegna. Si vive alla giornata». Perché siamo arrivati a questo punto?

«L'Europa non ha fatto un gioco di squadra – sottolinea Ombretta Sarassi Binacchi -. Non ha pianificato e preventivato alcune dinamiche, ancora una volta l'industria sta andando allo sbaraglio. L'Europa non ha la forza per competere con i paesi asiatici che hanno acquisito un potere enorme. Un altro aspetto da non tralasciare è che noi abbiamo delegato i cosiddetti lavori tradizionali e siamo diventati semplicemente assemblatori. Acquistiamo il plc (computer per la gestione o il controllo dei processi industriali, ndr), gli azionamenti e altri materiali elettronici e poi ci mettiamo la testa, il software. Adesso abbiamo tanti software, ma non abbiamo l'hardware. L'industria ha sempre temuto la dipendenza di energia, in parte ci si può salvaguardare con il fotovoltaico e altre fonti rinnovabili, ma non basta. Se in Italia e in Europa non si riesce a far fronte all'emergenza energetica, saremo annientati. Non c'è scampo, serve una rivoluzione, nelle stanze dei bottoni ci vogliono persone che sappiano cosa succede nel mondo reale. Siamo vittime di un sistema che non tutela le imprese».

Vetro

«La situazione è molto critica – spiega Vincenzo Di Giuseppantonio, direttore generale della Bormioli Luigi – la nostra è un'industria energivora, sia per quanto riguarda l'energia elettrica che per il gas».

I problemi sono iniziati nel secondo semestre del 2021. «All'inizio del 2022 - dichiara - i rincari sono del 400 per cento per l'energia elettrica e del 450 per cento per il gas, rispetto al primo trimestre dello scorso anno. A questo va aggiunto un aumento dei costi delle materie prime di circa il 15 per cento e del packaging (plastica e cartone) del 18 per cento. Su energia elettrica e gas non è possibile negoziare e riguardo alle materie prime, i colossi internazionali fanno il bello e cattivo tempo. Morale, subiamo aumenti senza poter negoziare».

Per quanto riguarda l'Italia, così come l'Europa, «il prezzo dell'energia elettrica - precisa - segue il prezzo del gas e nonostante il 34 per cento della produzione di energia elettrica in Italia derivi da fonti rinnovabili (solare, eolico, geotermico e idroelettrico), si paga solo in base al valore del gas. Nel frattempo, per scelte politiche, l'estrazione del gas in Italia è passata da circa 9 miliardi di metri cubi all'anno a 2 miliardi. Il costo energetico per l'industria energivora nel 2019 ha raggiunto quota 8 miliardi di euro, nel 2021 circa 21 miliardi e nel 2022 si prevede un costo complessivo di 37 miliardi. Da queste cifre si può capire come le misure del recente decreto emanato dal governo siano poca cosa a confronto».

Perché i rincari sono così elevati? «La Cina è ripartita prima dell'Europa con forti picchi di domanda interna – fa notare Di Giuseppantonio – poi la tensione Usa-Russia per l'Ucraina . Non solo. La Germania non ha avviato il nuovo gasdotto Nord Stream 2 come era previsto a novembre 2021, sia per ragioni geopolitiche che amministrative. E ora, i venti di guerra in Ucraina, stanno aggravando la situazione. E non è tutto. Le dichiarazioni politiche in Europa, ovvero che si può anche fare a meno del metano poiché il futuro è nelle rinnovabili, hanno contribuito agli aumenti dei prezzi energetici. Altra questione è che per il 2021 le scorte di gas sono state inferiori a quelle precedenti la pandemia. In questo scenario, l'industria energivora si trova con un elevato portafoglio ordini e costi di produzione aumentati di circa il 25-30 per cento. Molte realtà rischiano la chiusura, perché è impossibile trasferire questi rincari sui prezzi di vendita, dinamica che peraltro creerebbe inflazione e dunque calo dei consumi. Aziende come la nostra hanno una attività che non può essere interrotta, perché i forni raggiungono i 1.500 gradi: se vengono spenti, subiscono danni ingenti e per ripartire occorre la sostituzione di materiali e molti mesi per l'avviamento successivo».

Il consumo di energia negli stabilimenti della Bormioli Luigi e della Bormioli Rocco è di 250 milioni di kilowattora all'anno, il consumo di gas di 75 milioni di metri cubi , «valori che se si confermeranno i prezzi attuali – sottolinea Di Giuseppantonio – porteranno a un costo maggiorato di 82 milioni di euro su un fatturato 2021 di circa 500 milioni. Siamo di fronte a una situazione drammatica, stiamo cercando di affrontarla al meglio, abbiamo un portafoglio ordini molto superiore agli altri anni, ma in questo modo saremo costretti a produrre senza utili, per non dire margini negativi».

Salumifici

«C'è grandissima preoccupazione, il quadro è molto sfavorevole. I prezzi sono alle stelle: materia prima, imballaggi, servizi. Sono aumentate anche le materie secondarie e con l'inflazione salirà il costo della manodopera, perché è impensabile che il potere d'acquisto sia continuamente decurtato».

A dirlo, senza girarci intorno, è Paolo Tanara (Tanara Giancarlo ) capo consulta prosciuttifici Upi. «Poi c'è la situazione drammatica dell'aumento della forza motrice, ovvero del gas e dell'energia elettrica: costi raddoppiati in un anno con la prospettiva di una crescita del 100 per cento dal 2020 al 2022. Nelle produzioni del nostro settore questa impennata è altamente impattante, perché gli impianti frigoriferi sono in funzione 7 giorni su 7, 24 ore su 24, non si possono fermare, e quindi abbiamo un fabbisogno di elettricità molto alto, così come di gas perché oltre ai consumi per il riscaldamento e per l'acqua calda ci sono anche tanti impianti che si sono dotati di sistemi di cogenerazione, pensando così di risparmiare sulla bolletta energetica. Non solo. Il caro energia determina anche aumenti dei costi indiretti come packaging e trasporti e le aziende non possono continuare solo con la politica del taglio dei costi».

Possibili soluzioni? «La riduzione dell'Iva non serve, non è un costo poiché si scarica – spiega Tanara -, ma restano imposte e accise improponibili. Cito un esempio. Tante aziende hanno investito fortemente per ottenere un migliore efficientamento energetico e devono continuare, comunque, a pagare un'accisa per le fonti rinnovabili. Secondo il mio parere di imprenditore manifatturiero negli ultimi decenni si è guardato sempre di più al terziario e meno al sistema produttivo, nonostante la ricchezza di un paese si basai sui prodotti e non sui servizi. Serve innanzitutto una semplificazione: non tutti hanno la possibilità di assumere professionisti. Al contrario, le novità portano sempre a ulteriori complicazioni e ciò non aiuta il contenimento dei costi. L'impresa sana deve avere la capacità di investire e di crescere».

«Il settore dei prosciuttifici e dei salumifici è abbastanza energivoro, i consumi sono alti e negli ultimi anni abbiamo tutti investito per ottenere risparmi energetici, dagli impianti di cogenerazione, alle rinnovabili al fotovoltaico, ma questa impennata di prezzi a fine 2021 e inizio 2022 ci sta mettendo in crisi e ciò che noi, faticosamente, avevamo risparmiato sui consumi, è vanificato». E' questo lo scenario descritto da Umberto Boschi, (Cav. Umberto Boschi) componente del consiglio generale di Confindustria.

«Il nostro settore – tiene a sottolineare - non può interrompere i consumi, le celle frigorifere devono funzionare giorno e notte. Cento anni fa si tenevano aperte le finestre quando c'era la neve oggi possiamo solo dare aria alle camere con i prosciutti quando c'è bel tempo. Continueremo a cercare di risparmiare energia, lo stavamo già facendo, ma oggi siamo spiazzati. Tutto può servire, anche gli interventi del governo, ma l'impennata è oltre ogni immaginazione e serve un impegno diverso. Noi, nel frattempo, continuiamo a lavorare e ad aspettare che i tempi migliorino. Non possiamo neanche pensare di ridurre la produzione, perché i costi graverebbero comunque in maniera non proporzionale. Nel frattempo sosteniamo la transizione green, ma è anch'essa costosa. Speriamo che questa ondata di rincari si attenui. Il settore ha sempre lavorato per risparmiare energia, ma questa impennata ha vanificato gli sforzi fatti».

Meccanica

«I rincari di energia e materie prime sono considerevoli e ci impegneranno a gestire gli ordini già acquisiti a prezzi diversi da quelli che avrebbero dovuto essere».

E' questa la situazione descritta da Sergio Santini (RP Santini), capo consulta meccanica Upi. «Non avremmo mai immaginato che l'energia sarebbe aumentata così tanto e a questo punto dobbiamo stringere i denti e andare avanti – afferma Santini -. Abbiamo già ordini acquisiti fino a giugno, dunque l'impennata dei prezzi è avvenuta lungo il percorso e per la prima metà dell'anno andrà ad erodere i margini, in pratica non resteranno utili da reinvestire. Noi utilizziamo prevalentemente acciaio ad alta velocità al piombo, i prezzi sono esagerati. Dunque è inevitabile che per gli ordini successivi a quelli acquisiti inizieremo ad aggiornare i listini: Non sarà un passaggio semplice, perché saremo costretti a mettere in campo aumenti dell'8-12 per cento, rincari mai visti che il mercato faticherà ad accettare».

Perché tutto questo? «Il materiale utilizzato proviene dall'estero, da Germania, Francia e Inghilterra, di conseguenza non possiamo essere noi a stabilire i prezzi dei prodotti, sono i grandi gruppi industriali fornitori a farlo». Prospettive? «Noi abbiamo una saturazione della produzione, esportiamo in 12 paesi europei, in Sudafrica e India, perciò non riteniamo che vi sia una caduta come due anni fa, la ripresa c'è ed è consistente. Lo scorso anno abbiamo recuperato il 25 per cento di fatturato dopo il calo di tra anni fa del 30 per cento. Siamo a pieno ritmo, la produzione è sulle 24 ore, anche se l'utile non è quello di prima. L'importante che l'azienda giri in attesa che si intervenga per dare alle imprese un quadro stabile duraturo».

Produttori di energia

Per contenere gli aumenti delle bollette energetiche famiglie e imprese dovrebbero «iniziare a stipulare contratti pluriennali, a lungo termine e a prezzo fisso».

E' questo «l'indirizzo nel breve periodo» che arriva dal direttore Italia di Enel, Nicola Lanzetta. Nel medio periodo invece, «come nazione occorre accelerare fortemente la realizzazione di generazione da fonti rinnovabili» ha aggiunto. Dopo l'inverno i prezzi dovrebbero avere una discesa, «purtroppo però l'aleatorietà di questo mercato continuerà a essere tale» ha precisato. Oggi il sistema-Italia ha poco meno del 50 per cento di energia prodotta da varie forme e 50 per cento prodotta dal gas «per cui all'aumentare del costo del gas aumenta il prezzo di produzione dell'energia elettrica».

Alla luce del fatto che l'Italia importa il 90 per cento di gas, la soluzione al caro-bollette è «l'utilizzo di energie rinnovabili. Tanto più come Paese produciamo da fonti rinnovabili tanto più il prezzo si abbasserà. Se non avessimo intrapreso 10 anni fa uno sviluppo delle rinnovabili, l'aumento del prezzo che stiamo vivendo di energia elettrica sarebbe ulteriormente maggiore del 10-15 per cento» spiega Lanzetta.

Fra le ragioni dell'aumento del costo del gas, il direttore Italia di Enel ricorda «la ripartenza molto vigorosa delle attività economiche, le tensioni geopolitiche, il fatto che la Cina stia rinnovando la generazione dal carbone al gas». Tutto questo «si porta dietro l'aumento dell'energia elettrica». Le rinnovabili «fanno bene all'ambiente, alla sostenibilità del pianeta e a quella economica». Il gas è comunque «importantissimo dal punto di vista della transizione, per accompagnarla».

Per Lanzetta, «tra una decina di anni potremo raggiungere , senza fare miracoli, la produzione da rinnovabili del 70 per cento, come Paese». Il restante 30 per cento probabilmente arriverà «anche dal gas e dagli accumuli», cioè le batterie, dove «la tecnologia sta facendo passi da gigante, per rendere più programmabile la produzione da rinnovabili, quando non c'è vento, perché è sera, perché è inverno».

In un'intervista, l'ad di Iren Mercato Gianluca Bufo ha spiegato il perché ci troviamo di fronte a un caro energia così marcato. «Le diverse strategie di approvvigionamento delle riserve per l'inverno di gas e luce, a causa delle carenze soprattutto in Austria e Olanda, hanno fatto salire ovunque i prezzi. - ha spiegato -. Alla tempesta perfetta hanno contributo anche la crescita di domanda da parte dell'Asia su cui si sono dirottate produzioni prima destinate all'Europa, e le tensioni con la Russia, il primo produttore mondiale di energia e il principale fornitore dell'Europa. Infine sono aumentati i costi legati alla Co2». Rispetto a dieci anni fa si è ridotto il costo di produzione e sono aumentate le efficienze dei sistemi rinnovabili, «ma per aumentare la produzione in maniera radicale c'è bisogno di tempo, di permessi, di enti locali efficienti che rendano possibili gli investimenti dei privati”. Nel frattempo, ci cerca di far fronte in parte al problema. La rateizzazione delle bollette, che Iren da sempre prevede, in questo inizio d’anno è stata riproposta con condizioni di maggior favore.

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