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Gene Gnocchi calciatore

«Quando entrai in campo con una canna da pesca»

«Quando entrai in campo con una canna da pesca»

22 Febbraio 2022, 03:01

Conversare con Eugenio/Gene Ghiozzi/Gnocchi è un piacere assoluto. Non solo perché ogni minuto ti strappa una risata con i suoi divertentissimi aneddoti e non solo perché sa e capisce di calcio (non capita spesso di poter disquisire su Matthew Le Tissier o Juan Roman Riquelme) ma soprattutto per quello che sa trasmettere quando parla di «quegli anni meravigliosi» in cui da classico numero 10 dirigeva il gioco sui campi di Serie D e di Promozione. Una miniera di ricordi e di informazioni ma soprattutto di persone e di emozioni che Eugenio/Gene racconta con la «dolce nostalgia» con cui si parla delle cose più belle del nostro passato.

Ricordi quando hai giocato la tua prima partita “ufficiale” da ragazzino?

«Avevo nove anni e giocavo con l’allora “Cooperativa” che poi diventò la Fidentina. Giocavo con ragazzi tutti più grandi di me anche di tre-quattro anni e riguardando oggi le foto di allora fa davvero impressione la differenza fisica tra me e gli altri».

Chi sono stati i tuoi primi “maestri”?

«Paolo “Chilo” Craviari alla Fidentina che mi ha seguito per tutto il settore giovanile. Da lui ho imparato davvero tanto».

Quando hai capito che avevi qualcosa in più della media?

«A 16 anni feci il mio esordio in Prima Categoria sempre con la Fidentina e alla fine di quella stagione arrivò la chiamata dell’Alessandria, squadra professionistica. Giocai con la squadra Primavera e qualche volta venni aggregato alla prima squadra senza però mai esordire. In quel momento iniziai a pensare che un posticino nel calcio professionistico poteva starci anche per il sottoscritto».

Dopo l’Alessandria inizia il tuo percorso nel “nostro calcio”

«Alla fine della stagione all’Alessandria venni ceduto al Guastalla, dove nella prima stagione vincemmo addirittura il campionato italiano Juniores dei dilettanti. Da allora per tanti anni ho sempre giocato tra la Promozione e la Serie D; ai tempi non esisteva il campionato di Eccellenza».

Avevi un calciatore a cui ti ispiravi da ragazzo?

«Gianni Rivera. Tecnica di altissimo livello, visione di gioco e la propensione a cercare l’assist vincente. Il mio punto di riferimento assoluto».

C’è un gol, un assist o una “giocata” che ricordi con particolare piacere?

«Ce ne sono diversi. Di gol non ne facevo tantissimi ma quei pochi erano quasi sempre di qualità. Ne ricordo ad esempio uno al volo in mezza rovesciata a Fiorenzuola. Poi ci furono due episodi davvero particolari con protagonista Carletto Volpi, mio compagno al Guastalla. Nel primo riesco, nel finale di partita, a saltare due uomini in un fazzoletto per poi mettere la palla sulla testa di Volpi che deve solo spingerla in rete. Nell’altro dopo essermi liberato di un paio di avversari praticamente dalla linea di fondo tiro in porta. Il pallone passa tra palo e portiere e finisce in fondo alla rete. Mentre tutti gli altri miei compagni stanno esultando con me da una parte, tutto solo, c’è Carletto Volpi che me ne dice di tutti i colori, arrabbiatissimo perché non gli avevo passato la palla … non oso pensare a cosa sarebbe successo se non avessi segnato».

Qual è la partita che è rimasta scolpita nella tua memoria?

«La vittoria con il Viadana a San Marino che sancì la nostra promozione in Serie D rimane uno dei ricordi più intensi. Allenatore avevamo Franco Rossini, padre di Stefano che giocò diverse stagioni in Serie A. Altrettanto piacevole il ricordo della promozione ottenuta con il Castiglione delle Stiviere. Erano diversi anni che ci provavano senza riuscirci. Conquistammo la promozione agli spareggi. Quel giorno c’erano tremila persone sugli spalti. Castiglione è un altro posto dove ho lasciato un pezzo di cuore».

A proposito di promozioni: ti si può definire uno “specialista” in questo campo visti i tanti campionati vinti.

«Effettivamente ho avuto la fortuna di vincerne tanti. A Fiorenzuola, a Viadana, a Castiglione delle Stiviere ma considero che il mio apporto negli spogliatoi con il mio spirito, le battute e gli scherzi sia stato importante almeno quanto quello in campo».

C’è stato un allenatore nella tua carriera a cui sei particolarmente legato?

«Sono stato sempre molto fortunato perché ho sempre avuto allenatori che hanno creduto nelle mie qualità e mi hanno dato fiducia. Praticamente con tutti ho avuto rapporti eccellenti. Cattabiani a Noceto e Masi a Fiorenzuola sono due che ricordo con particolare affetto anche e soprattutto a livello umano».

Tra le tante squadre nelle quali hai giocato ce n’è una che ti è rimasta nel cuore?

«Anche qua stesso discorso. Mi sono davvero trovato bene dappertutto ma devo riconoscere che per me la “Bassa” ha sempre esercitato un fascino particolare. A cominciare da Guastalla dove arrivai giovanissimo. Ricordo i viaggi in treno per andare all’allenamento e in seguito con la mia prima “127”. Ricordi ancora vivi e di un periodo davvero indimenticabile. Al calcio sono legati i ricordi più belli in assoluto. Pensa che mi ricordo perfettamente di tutti i compagni di squadra con cui ho giocato negli anni. E nonostante siano diventati tutti vecchi, grassi e pelati li riconosco ancora quando li incontro».

C’è un aneddoto o un episodio particolare della tua carriera che vuoi raccontarci?

«Qua c’è solo l’imbarazzo della scelta! Siamo a Vigolzone e c’è il campo allagato e decisamente impraticabile. L’arbitro, contro il parere di entrambe le squadre, vuole giocare a tutti i costi. Ci sono zone del campo con una spanna d’acqua. Non riusciamo a convincerlo. Tento la mossa disperata: entro in campo con una sedia e una canna da pesca e mi metto in mezzo al campo fingendo di pescare. Tutto inutile! Castiglione delle Stiviere contro Fidenza, serie D. Entriamo in campo per la partita. Il Fidenza al completo ma per il Castiglione c’ero solo io. Feci i miei esercizi di riscaldamento tranquillo e beato e solo dopo diversi minuti si chiesero dov’erano i miei compagni. Semplice: li avevo chiusi negli spogliatoi! Siamo negli spogliatoi a Guastalla, poco prima della partita. Dopo l’appello l’arbitro fa la classica domanda di rito. “Ragazzi c’è qualcosa che volete chiedermi prima di iniziare?” Prendo la parola. “Si io. Volevo chiederle se sa qual è la capitale dell’Australia”. Non la prese benissimo. Dopo pochi minuti trovò la scusa per ammonirmi, io lo mandai a ca...e e venni espulso … Mi sembra di poter dire che da parte sua ci fosse del risentimento».

Chi è stato l’avversario più ostico che hai incontrato?

«A quei tempi si giocava rigorosamente a uomo. Il “5” marcava il “9”, il “3” stava addosso al “7” e anche il numero “10”, il regista, aveva praticamente sempre un uomo addosso. Ricordo due in particolare, Gallerani della Mirandolese e Pizzetti del Reggiolo, che pensavano solo a distruggere. Continuavano a starmi appiccicati anche quando la palla l’avevano loro».

C’è un compagno di squadra che ricordi con particolare affetto?

«Sono davvero tanti ma se ne devo citare uno in particolare dico Fabrizio Pelani (scomparso un paio di anni fa). Con “Il Pelo” c’è sempre stato un rapporto speciale. Ci sentivamo spessissimo. Era una persona buona e sempre disponibile per gli amici».

Eugenio Ghiozzi e il calcio oggi: qual è il tuo rapporto?

«Ovviamente lo seguo ancora anche per il lavoro che faccio e il calcio regala parecchi spunti. Devo riconoscere che però mi appassiona sempre meno. Prevale ormai l’aspetto fisico, la preparazione e la corsa. Oggi i calciatori sono tutti degli atleti ma nei fondamentali ci sono delle grandi lacune. Nello stesso calcio dilettantistico un tempo ogni squadra aveva almeno sette-otto giocatori di grande qualità. Oggi quando ce n’è uno per squadra è un lusso».

Al passaggio nei professionisti ci sei andato spesso vicino. Hai dei rimpianti?

«Assolutamente nessun rimpianto. Anzi. Grazie al calcio ho conosciuto persone fantastiche, ho fatto esperienze splendide e ho coltivato amicizie importanti. Tecnicamente ero bravo ma ero lento e questo per arrivare a certi livelli è un limite oggi come lo era allora. Potevo forse giocare qualche anno in Serie C visto che anche il Montevarchi si era interessato al mio cartellino ma avevo delle responsabilità famigliari. Io sono il primo di sei fratelli e a casa mia non si navigava nell’oro. E poi avevo iniziato l’Università per cui la scelta di rimanere in zona, divertirmi con il calcio comunque ad un buon livello non mi è mai pesata. Anzi come ti ho detto lo ricordo come un periodo meraviglioso».

C’è un giocatore attuale o del recente passato in cui un po’ ti riconosci?

«Nelle movenze e nelle giocate ce ne sono stati due che mi sono piaciuti tantissimo e nei quali un po’ mi riconoscevo. Lamberto Zauli, noto soprattutto per il suo periodo a Vicenza e Palermo, e Matthew Le Tissier, il giocatore inglese che giocava nel Southampton. Entrambi molto tecnici ma non esattamente dei “fulmini”. Tu dici Riquelme? Beh, lui era davvero tanta roba. Diciamo che in comune con lui avevo l’idea di giocare in verticale il più possibile mentre oggi ci sono tanti, troppi passaggi laterali».

Infine ti chiediamo di creare la formazione composta dai migliori con cui hai giocato in carriera

.«In porta Franco Santi del Fidenza. In difesa Mauro Ferrari del Viadana, Dosi del Noceto, Lucio Ghezzi del Castiglione delle Stiviere e Zucchi del Noceto.A centrocampo Eugenio Maranzoni del Fidenza, Paolo Guarnieri del Fiorenzuola e Erminio Ferrari del Fiorenzuola. In attacco Nando Viviano del Noceto, Corrado Porcari del Fidenza e il mio amico Alberto Mingozzi. Allenatore Maurizio Masi».

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