Non volevano pagare
«Qualcosa nel loro atteggiamento mi aveva insospettito. Ma non avrei mai immaginato che potesse finire così».
Già, come pensarlo? In fondo, siamo a Parma non in qualche sobborgo degradato della parte sbagliata del mondo e anche se un taxista vede salire persone di ogni tipo certo non mette in conto di finire all'ospedale. «Anche perché erano molto giovani, potevano avere al massimo 17-18 anni».
Eppure lui al Maggiore c'è finito lo stesso. E ora mentre racconta la sua storia si capisce che non è facile rimuoverla. E non soltanto per i lividi e il dolore che continua a pulsare.
«Tutto è successo sabato mattina, poco prima delle 12 - spiega l'autista che chiede di non pubblicare il proprio nome e la matricola del taxi - e ho ricevuto una chiamata da Coltaro. Io ero proprio in quella zona e ho preso in carico la richiesta». Doveva essere una delle tante, l'ennesima corsa di un giorno qualunque. «Ma da subito le cose hanno iniziato a non funzionare: quando sono arrivato all'indirizzo indicato non c'era nessuno, tanto che ho dovuto chiamare il cellulare con cui avevano contattato il centralino. E solo dopo dieci minuti sono arrivati».
Tre giovanissimi di colore, due ragazzi e una ragazza, mascherina sul volto, capellini e felpa tirate sulla testa: in pratica mascherati. «Non c'ho fatto subito caso, non ho dato peso alla cosa. Ma qualcosa di strano l'ho notato. Tanto che quando siamo arrivati in stazione dove mi avevano detto di portarli, ero un po' sul chi vive». Ma non abbastanza, evidentemente. Appena l'auto si è fermata i tre, infatti, sono saltati giù dal taxi allontanandosi con l'evidente intento di non pagare. E l'autista li ha seguiti. «Gli ho chiesto i soldi e loro mi hanno risposto che la ragazza stava andando al Bancomat a prelevare: ma era ovviamente una bugia. Allora ho seguito fino al piano inferiore la ragazza e quando l'ho raggiunta le ho detto di fermarsi, che avrei chiamato i carabinieri».
Non c'è stato neppure il tempo di prendere in mano il telefonino. Lei è scattata. «All'improvviso mi ha colpito all'inguine con un calcio tanto forte che sono caduto a terra sbattendo anche un ginocchio e ha chiamato gli altri». E a questo punto poteva andare anche peggio. Dalla zona retrostante la stazione, infatti, dall'area della pensilina delle corriere è arrivata una altra decina di ragazzi che hanno circondato il taxista finito a terra. E con la faccia dei duri, con la smorfia di chi non vede l'ora di scattare e fare male hanno iniziato a minacciarlo. «Ero spaventato, dolorante, molto agitato. Sono stato immobile e loro se ne sono andati. Cosa altro avrei potuto fare?». Ovviamente nulla se non comporre il 112 chiedendo aiuto e poi farsi accompagnare al Pronto soccorso dove è stato sottoposto ad una serie di accertamenti. Il referto parla di una decina di giorni di prognosi.
«Poi sono andato in caserma a fare denuncia, ho raccontato quello che è successo, ho fornito ai carabinieri tutte le informazioni che avevo e adesso spero che vengano identificati». E tra immagini di telecamere piazzate a bordo del taxi e numeri di telefono registrati dalla centrale non dovrebbe essere troppo difficile arrivare a dare un nome a quei ragazzi.
Ma, intanto, resta il bruciore per quelle botte e, soprattutto, l'altro dolore: quello che non svanisce quando i lividi scoloriscono. «Dopo l'aggressione mi sono chiuso in macchina, tremavo», conclude il taxista che il giorno dopo però è già lì, al suo posto al volante a chiedere con un sorriso ai clienti «Dove deve andare?». D'altra parte quello è il lavoro, questo è ciò che si deve fare e il taxista, si sa, vede salire sulla propria macchina persone di ogni tipo. Ma di certo, d'ora in poi, ogni cliente lo guarderà con occhi diversi. Anche, forse soprattutto, se sono ragazzini.
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