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REPORTAGE DALLA GUERRA

Zahony, la stazione tra pianti e silenzio

Zahony, la stazione tra pianti e silenzio

23 Marzo 2022, 03:01

DAL NOSTRO INVIATO

Zahony (Frontiera Ungheria-Ucraina) Il diretto da Čop è in ritardo di 90 minuti. Nessuno se ne lamenta sul binario 5: da quel treno si scende e basta, quasi nessuno ci sale dal 24 febbraio, se non i ferrovieri che ogni volta lo riportano indietro oltre confine, per il prossimo dei nove collegamenti quotidiani. Basta che arrivi: Zahony sarà il capolinea. Da Čop in Ucraina a Zahony in Ungheria ci sono cinque chilometri e in mezzo il fiume Tissa (il Tibisco) per frontiera. Cinque soli chilometri, sterminati quanto la distanza tra la pace e la guerra. D’accordo, l’Armata russa è lontana; i missili più vicini sono caduti a un paio d’ore d’auto da qui, a Ivano Frankivsk, a sud di Leopoli, da subito obiettivo strategico per l’aeroporto. La Transcarpazia è stata risparmiata. Finora. Ma, se un domani Putin volesse strangolare davvero la resistenza di Kiev, ogni collegamento con l’Unione Europea finirebbe nel mirino. Anche questo varco, dal quale l’ungherese Orban ha garantito che non passeranno armi. Ma davvero c'è ancora distinzione tra materiale bellico e viveri, medicinali, beni necessari alla sopravvivenza? Difficile non sospettare che anche lo tsunami di profughi non corrisponda a una strategia, a una forma di pressione. Il sapiens del secondo millennio le guerre le fa pure così. Terrorizzare gli inermi, scatenare esodi e pulizie etniche più che un effetto collaterale sembra l'obiettivo dei conflitti. La terra bruciata.

Le corse dei volontari

In stazione regna il silenzio. Spenta l’eco dell’annuncio del diretto ormai prossimo, subito si riappropria di ogni spazio. Intanto, scesa da una delle due carrozze letto ferme su un binario lontano in attesa di essere agganciate a un nuovo convoglio, Victoria, 44 anni, porta a spasso un cagnolino. Si scusa del suo abbaiare («È nervoso, dopo tante ore di treno» dice). Lei viene da Kiev con i due figli minorenni rimasti in cuccetta. E prima ancora veniva dalla regione di Chernobyl, una delle prime invase dai russi. «Ero dai miei, quando tutto è cominciato - racconta -. La casa è andata distrutta e abbiamo percorso a piedi cento chilometri per tornati alla capitale, aiutati dalla gente». Il marito è rimasto a Kiev, dove l'appartamento finora è intatto, come il planetario dove Victoria lavora. «Anche se il cielo sembra venir giù» mormora lei. Sul treno è salita il giorno prima, con il resto della famiglia. Prossima tappa Vienna. Poi, chissà. Forse Bilbao, dove già vive la sorella. Il cagnolino ora tace. Con un sorriso, Victoria ringrazia «chi ha nel cuore l'Ucraina in questi tristi giorni».

E torna il silenzio, quello urlato nelle tragedie collettive, quello che affiora da ogni volto, solo con voci diverse. Segno anche della compostezza, filo conduttore delle storie di tutti. Dei bambini che nel tendone dei gratuiti pasti caldi accanto alla stazione, pennarelli in pugno. si concentrano su fogli da disegno. «Posso?» reagiscono all’offerta di una merendina, prima di allungare la mano. Poi tornano a colorare carri armati metà gialli e metà blu. Saranno sempre stati così o è l'angoscia a frenare i loro slanci? Confina con la rassegnazione la dignità della madre che mostra il figlioletto nel deposito bagagli trasformato in ambulatorio pediatrico a donne senza camice. Non serve essere medici, per capire che il piccolo dagli occhi infossati e lo sguardo spento sta male. Nemmeno considera il peluche che gli viene offerto. Sembra in un’altra dimensione, già stanco di quanto ha visto nel mondo degli adulti. Forse i suoi guai sono cominciati prima delle bombe. Forse la guerra non c’entra. Di certo non aiuta.

Il silenzio non è quello di un deserto: la stazione pullula di volontari. La risposta solidale degli ungheresi e di chi è venuto da più lontano fa da contraltare al peggio dell’uomo. Chi aveva la maglietta di una onlus l’ha indossata e si è presentato. Chi ne era privo si è inventato una tenuta. Come Andrès, chioma canuta, che a una pettorina fosforescente ha attaccato due fogli, davanti e sulla schiena: offre assistenza in russo, inglese e spagnolo. La prima lingua è il retaggio di quando ne era imposto lo studio a scuola dall’Ungheria satellite di Mosca; le altre erano gli strumenti di lavoro di un uomo d’affari nella globalizzazione del dopo Muro. «Ero a Budapest, quando è cominciata: potevo restare lì in poltrona?». Così ora il pensionato è pronto a correre avanti e indietro con i biglietti ferroviari per i profughi e a somministrare parole di conforto. Sul binario 5 è finalmente arrivato il diretto da Čop, un treno blu con una banda rossa orizzontale: ricorda i nostri vecchi espressi, quelli con il corridoio laterale e gli scompartimenti da sei.

Bagaglio leggero

Ne scendono solo donne, con immancabile trolley, zaino in spalla e spesso anche sul petto, borsetta nella mano con il passaporto blu, dal tridente ucraino in copertina, appena mostrato ai poliziotti all’arrivo. Un bagaglio di troppo il passeggino: i bimbi più piccoli si portano in braccio. A quelli in grado di camminare vengono offerti pupazzetti e merendine per un sorriso. Non stanno affrontando un viaggio, queste famiglie monche, ma un trasloco di affetti, speranze, prospettive. Tutto rimesso in discussione. Dove andranno? Torneranno? Rivedranno mai i mariti, i figli, i fratelli e i padri ai quali hanno detto addio alla partenza? I volontari le avvicinano, per domandare o proporre mete: corrono in biglietteria e tornano presto da loro. Quasi tutte proseguono per la capitale. «Spasibo, spasibo bolshoe» (grazie, grazie mille) rispondono, stupite da tanta gentilezza, come i loro bimbi replicano alle offerte di peluche e dolcetti. Molte, si vede da come sono vestite, hanno abbandonato vite agiate, per andare incontro all'ignoto. Altre con sé hanno solo sacchetti di plastica gonfi di stracci: primi aiuti raccolti chissà dove nel loro peregrinare. Prive di documenti, spesso lasciati in case bombardate o nelle quali è troppo pericoloso entrare, dovranno fermarsi a Zahony per l’identificazione, prima di proseguire.

Per tutte, mettere piede sul suolo ungherese equivale a porre il sigillo su un trauma: come se le frasi nel magiaro del tutto incomprensibile e le scritte in un altro alfabeto provassero che l’incubo collettivo è realtà. Quasi tutte hanno occhi arrossati o guance rigate dal pianto. Una donna elegante, matronale, prima di salire sul treno per Budapest con un gatto persiano nel trasportino, mormora di provenire da Kiev e di essere sola, sola come non mai. Il resto sono lacrime e ancora silenzio. Tre ragazze raccontano di essere fuggite da Karkhiv una settimana fa, quando la grande città dell’est era già stata demolita dalle artiglierie. «Ogni giorno speravamo che tutto questo finisse». Poi, tra le vittime si è contata anche la speranza. Una di loro porta a mano un pesante trolley. Preferisce faticare, piuttosto che sentire il rumore del rotolio delle ruote. Anche quello ora la ferisce.

Roberto Longoni

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