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Intervista

Luca Sommi: «Ho scelto Parma per debuttare a teatro»

Luca Sommi: «Ho scelto Parma per debuttare a teatro»

di Mara Pedrabissi

20 Aprile 2022,03:01

Approccia il lavoro da «irregolare», un po’ da «eretico», del resto suoi maestri sono stati Vittorio Sgarbi e Michele Santoro. Tra le grandi città, predilige Milano ma da anni sta a Roma e continua a sentirsi parmigiano, per carattere. Così Luca Sommi, per far debuttare il nuovo spettacolo, ha scelto con il cuore: saranno i parmigiani a vedere per primi «Il cammin di nostra vita. Viaggio nella Divina Commedia» sabato alle 21 al Teatro al Parco. Mette le mani avanti Sommi: «non debutto come attore; spiego e racconto». Certo, lo farà da par suo…

Luca Sommi, un totem come la «Divina Commedia» prima in un libro e ora in uno spettacolo è cosa da far tremare i polsi: nell’affrontare questo lavoro che paletti ti sei messo?
«In realtà il mio lavoro è stato artigianale, non mi ha fatto tremare i polsi. La Divina Commedia è il più grande enigma letterario di tutti i tempi; l’ho studiata tantissimo e qui ho tentato la via di semplificare la complessità. Il mio è un libro che mancava, nel senso che alcuni dantisti avevano provato la via divulgativa senza arrivare veramente alla semplificazione. Credo di essere riuscito nell'intento. Prima di pubblicare il libro, l’ho mandato alla professoressa Isa Guastalla che lo ha “promosso”. Quindi mi sono sentito tranquillo».

Dal libro al monologo teatrale.
«Parlerei lezione-spettacolo. Avevo presentato il libro in tutta Italia e, quando l’incontro prevedeva una mia “lezione”, funzionava molto bene. Tanto che la società editoriale per cui lavoro, la Seif, mi ha proposto di farne uno spettacolo costruito teatralmente, da debuttare a Milano o Roma... “Va bene ma io parto da Parma”, ho risposto e sono qua. Nel libro tratto tutti i cento canti della Commedia, nello spettacolo invece gli snodi fondamentali».

Partendo dall'Inferno, quali gli snodi?
«Il Limbo, Paolo e Francesca, Ulisse, il conte Ugolino, Lucifero... Ma spiego anche cosa sta facendo Dante. Di fronte a Paolo e Francesca, ad esempio, notiamo lo sdoppiamento di Dante: il poeta, retoricamente costruito dal Dante vero, li mette all'Inferno mentre il pellegrino, cioè il poeta che cammina lungo l'Inferno, li perdona e sviene al loro racconto. Nel Purgatorio troviamo una figura importantissima per capire il senso del Paradiso ed è Casella, musicista per cui Dante aveva scritto dei testi, erano i Battisti e Mogol dell'epoca. Casella a un certo punto intona “Amor che nella mente mi ragiona” svelando un concetto cardine cioè che l’amore ha bisogno dell’arbitrio».

Ed è l'amore che si trova in Paradiso.
«Il Paradiso è dottrinale, lì c'è un volo. Il mio racconto sarà accompagnato dai disegni di Francesco Scaramuzza (1803-1886), pittore e disegnatore della Bassa; disegni bellissimi, ci tenevo ad avere un illustratore della nostra terra».

Dante ha scritto «La Divina Commedia» in esilio, tu hai cominciato a dedicarti a questo progetto quando eri “chiuso” a Roma, durante il lockdown: c’è un’affinità in qualche modo, agli inizi non eri convintissimo di trasferirti nella Capitale...
«Vero, anche se ormai ci vivo stabilmente dal 2012, sto a Roma 300 giorni all’anno e ci sto bene. Però ho comprato casa qui, nella campagna di Parma, sto ristrutturando e questo è il mio posto. Sono parmigiano, ho il carattere dei parmigiani».

Qual è, per te, il carattere del parmigiano?
«La spontaneità e la bonarietà. Qualcuno dice che ce la “tiriamo” rispetto alle province vicine ma non credo sia così, a ben vedere. Ufficialmente però non sono più cittadino parmigiano quindi non voterò alle prossime amministrative».

Ti sei occupato di politica però, sei stato assessore alla Cultura. Lo rifaresti?
«È stata una bella esperienza ma non la rifarei perché queste cose si fanno una volta nella vita e non intendo fare il politico di professione».

Dante incontra Virgilio che lo guida attraverso l’Inferno e il Purgatorio, poi in Paradiso la guida è Beatrice. Nel tuo viaggio professionale quali incontri sono stati determinanti?
«Il primo sicuramente Vittorio Sgarbi: spesso la pensiamo diversamente però resta una persona che per me ha significato tantissimo. Poi Michele Santoro, con lui sono passato dalla dimensione della televisione locale di Tv Parma a quella nazionale. Sono due maestri: basta guardarli lavorare. Adesso lavoro con Marco Travaglio e Andrea Scanzi che è anche un amico. Seguo Travaglio dei tempi di Luttazzi, so che è un personaggio che o si ama o si detesta ma credo che, in questi vent’anni, se non ci fosse stato Travaglio, avremmo saputo molte cose in meno. Sono persone diversissime tra di loro quelle che ho citato però sono tutti “irregolari”».

In un certo modo, ti senti un po’ irregolare.
«Sono un po’ eretico nel fare il mio lavoro. Credo che mi si riconosca l'impegno di cercare la chiarezza, di parlare solo di cose che conosco e di occuparmene con intelligenza dinamica, cioè cercando nuove connessioni tra le cose, non in modo enciclopedico».

Hai un ottimo riscontro dal pubblico femminile...
«(Arrossisce, ndr)... Sì, perché le donne sono più curiose degli uomini e quindi, di fronte a un approccio chiaro, hanno più voglia di capire. E poi sono un femminista totale».

© Riproduzione riservata

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