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Lutto a Sala Baganza

Marmo, legno, metallo, le mani di Varo: così il suo silenzio diventava arte

Marmo, legno, metallo, le mani di Varo: così il suo silenzio diventava arte

di Massimo Morelli

12 Maggio 2022,03:01

Sala Baganza Se n’è andato in silenzio, proprio com’era il suo stile di vita. Valerio Ronchini, che tutti conoscevano con il solo nome di Varo. E così continueremo a chiamarlo. Varo, nativo di Fontevivo, dopo una permanenza a Collecchio aveva trovato il suo habitat ideale a Talignano, in un’abitazione immersa nel verde.

Lì, molto spesso all’aperto indipendentemente dalla stagione, trovavi Varo intento a lavorare nel suo banco mentre intagliava del legno o mentre con lo scalpello dava forma a una pietra, dalla quale faceva uscire stilizzato un pesce, un cavallo, un toro.

Pochi tratti, lo stretto necessario per tratteggiare e lasciare individuare chiaramente il soggetto. Varo, è bene sottolinearlo, è stato un artista a 360 gradi, con un’inventiva e una creatività incredibili, per non parlare della manualità che gli consentiva di risolvere ogni tipo di problema mentre creava le sue opere. Da bambino si costruiva i giochi da solo. Era a suo agio con ogni tipo di materiale: lavorava il legno, la pietra arenaria, il marmo di Carrara, quello portoghese e anche quello vietnamita e pure il metallo. Andava personalmente nelle cave a scegliere il marmo da lavorare e gli bastava dare un’occhiata alla materia per capire che cosa si potesse ottenere lavorandoci.

Persona schiva e molto riservata, evitava la ribalta, non era tipo da farsi immortalare vicino alle opere da lui prodotte. Preferiva, come ricordano la moglie Carmen e la figlia Anita, che fossero le sue sculture a parlare per lui. Non sapeva o meglio non voleva farsi propaganda, ma chi lo conosceva lo cercava per proporgli una mostra o un’esposizione. Così Varo, accettando, ha esposto i propri lavori per la prima volta a Pavia nel 1996, poi in seguito a Sala Baganza, a Collecchio, a Talignano nella Pieve (con la nona sinfonia di Mahler in sottofondo), alla Corte di Giarola, al Museo Guatelli, nel palazzo della Provincia di Parma, a Felino in villa Gambara e ancora al castello di Udine e alla Fondazione Collodi, dove la mostra rimase aperta per due mesi.

E qui si apre il capitolo che riguarda Pinocchio, un soggetto molto caro a Varo che al personaggio collodiano ha riservato una quantità enorme di opere, la maggior parte delle quali naturalmente in legno. Varo seguiva personalmente l’allestimento delle mostre, non voleva lasciare nulla al caso, sceglieva lui dove piazzare le opere in base all’ambiente e alla luce.

Massimo Morelli

© Riproduzione riservata

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