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Storie di ex

Lele Pin: "Così ho vinto lo scudetto in Iran"

Lele Pin: «Così ho vinto

di Paolo Grossi

19 Maggio 2022,03:01

Al di là dei doverosi complimenti per il coraggio e la professionalità che gli hanno regalato la gioia di vincere lo scudetto in Iran, l’intervista a Gabriele Pin ci ha lasciato un velo di tristezza. Non per lui, bravissimo a ritagliarsi uno spazio sempre più determinante nell’Esteghlal, la squadra che con tre turni di anticipo ha centrato lo scudetto persiano: supervisore tecnico la sua definizione ufficiale, in realtà vero e proprio tutor del giovane allenatore Farhad Maijdi. Per Lele solo contentezza e ammirazione.

La punta di tristezza subentra nel vedere tanti ex gialloblù con il Parma e Parma sempre cuore (Pin ci vive) che lavorano altrove. Chiaro, nel club crociato non potrebbe esserci posto per tutti, ma che lo stesso Pin, Melli, Cardone, Morrone, Bucci, Paci e molti altri, gente che ha dato il sangue per la nostra maglia, non possa contribuire in qualche modo alla causa crociata (e con Lucarelli demansionato ai prestiti) ci appare, appunto, triste.

Ma qui è giusto esaltare l’impresa di PIn.

«E’ stato un mezzo miracolo - racconta al telefono da Teheran - perché non eravamo tra i favoriti. L’Esteghlal non trionfava da nove anni, e la rosa è stata ringiovanita. Il tecnico Majidi è stato una bandiera del club da giocatore, fu lui ad alzare il trofeo dell’ultimo scudetto, ma è al suo primo anno come allenatore dopo aver guidato l’Under 21. E così il club la scorsa estate mi ha voluto nello staff».

Vincere è bello e difficile a ogni latitudine.

«Certo. Pochi conoscono bene la realtà del calcio in Iran ma qui la gente impazzisce. Ci sono 90 milioni di abitanti e un’età media di trent’anni. La sola Teheran fa venti milioni. Pensate che noi abbiamo saputo di essere campioni sull’aereo che ci riportava a casa da una trasferta perché la nostra storica rivale, il Persepolis (entrambe le squadre dipendono dal ministero dello Sport ndr) giocava un’ora dopo di noi e ha aveva perso. La nostra gioia è così esplosa sull’aereo ma al ritorno nella capitale, dopo un’ora di volo, c’erano cinquantamila persone a festeggiare all’aeroporto. E ora stanno organizzando una mega festa per l’ultima gara in casa: giochiamo in uno stadio che accomoda 80 mila spettatori…».

Questa la parte più bella. Ma ci saranno state anche le difficoltà…

«Non nascondo che quando mi è stato proposto questo lavoro ci ho riflettuto a lungo. Tanti mi davano del matto all’idea che potessi venire a lavorare qui, dove peraltro era passato, trovandosi molto bene e lasciando un buon ricordo, anche Stramaccioni nel 2019. Devo ringraziare la mia famiglia e in particolare mia moglie Donatella per il supporto che mi ha dato. A Teheran son venuto da solo, vivo in albergo e lei mi è venuta a trovare qualche mese fa. Questa è una città cosmopolita, una capitale piena di traffico ma anche di tante attività economiche, sportive e culturali. A darmi una grossa mano è il mio agente iraniano Monseh, davvero prezioso».

E sul lavoro com’è andata?

«Visti i risultati direi benissimo anche perché l’esperienza di vita, sul piano umano, è stata la più gratificante della mia carriera. Ho trovato gente straordinaria, nello spogliatoio e fuori. Da noi ci sono tanti pregiudizi su questi Paesi, l’Iran è sotto embargo da parte dell’Occidente, ma il mondo è fatto di persone: se apriamo la mente possiamo fare conoscenze straordinarie. A me è successo così. Detto questo, l’Iran calcisticamente mi ricorda il nostro meridione di qualche anno fa. E’ pieno di ragazzi di talento che hanno «fame», che cercano attraverso il calcio un innalzamento delle condizioni economiche per sé e la famiglia, che qui è sempre molto importante. Giocano così un calcio particolare, fatto di corsa e aggressività molto intenso. L’Iran ha stravinto il suo girone, che pure era difficile, e farà i Mondiali con 10 titolari su 11 che giocano all’estero. Certo, sono ancora un po’ selvatici sul piano tattico ed è per questo che mi hanno chiamato».

Dove pensi di avere inciso di più?

«Per un paio di mesi ho voluto approfondire la conoscenza con l’ambiente e i singoli giocatori. C’è una buona organizzazione in questi club, abbiamo staff validi, match analyst e tutto quanto serve. Io ho importato diverse metodologie di allenamento, ho cercato di dare più conoscenze di tattica sia individuale che collettiva ai nostri ragazzi. All’inizio andavo in tribuna, poi il tecnico Maidji mi ha chiesto di affiancarlo in panchina e anzi, negli ultimi mesi ha voluto che fossi io a parlare alla squadra prima delle gara e nell’intervallo. Ma qui sono tutti molto umili e rispettosi, e vere «spugne» nell’apprendere quanto gli viene trasmesso».

La lingua è stato un freno?

«No, perché con i membri principali dello staff parliamo in inglese mentre per il resto c’è un assistente bravissimo che traduce. Il persiano è una lingua davvero ostica. Riesco a capire qualche parola ma non ho mai avuto la sensazione che qualcosa di quanto ho detto alla squadra si fosse perso nella traduzione».

Poi c’è il ramadan…

«E’ un mese complicato, senza dubbio, ma lo è per tutti i club. Qui la regola prevede tre soli stranieri per squadra più un altro che deve essere asiatico. Allenamenti e gare vengono spostati a dopo il tramonto, si varia l’alimentazione per compensare il lungo digiuno ma abbiamo bravi medici e, come detto, sono cose che qui devono fare tutti».

L’Iran è bello come dicono?

«Ci sono posti straordinari, testimonianze di grandi civiltà, eccellenze archeologiche, città stupende. In una situazione di normalità ci sarebbe un potenziale turistico incredibile. I collegamenti aerei sono già discreti, ma ottenere il visto è una cosa lunga…».

Da due anni il Parma va male e nei tifosi cresce la nostalgia per i risultati ma anche le persone di un tempo.

«E’ comprensibile, ma con questo fanno cinque anni che ho passato all’estero e ho capito che in Italia pensiamo di essere al centro del calcio mentre in realtà siamo un punto. Il mondo è grande e ognuno può avere buone idee. Quindi sarebbe sbagliato pensare al futuro solo guardando al passato, Allo stesso tempo credo che, specie in certe realtà, serva un mix che comprenda personaggi presi dalla storia del club. Per spirito di appartenenza, e per i rapporti umani stabiliti nella comunità, possono aiutare a creare quell’unione di intenti che fa la differenza».

Paolo Grossi

© Riproduzione riservata

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