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'NDRANGHETA

Appello «Grimilde»: condanne fino a 9 anni per tre parmigiani. Assolta Monica Pasini

Appello «Grimilde»: condanne fino a 9 anni per tre parmigiani. Assolta Monica Pasini

17 Giugno 2022,03:01

La regina cattiva che da Brescello ha esteso i suoi malefici in tutta l'Emilia. L'hanno chiamata «Grimilde», questa costola nata dalla maxi inchiesta Aemilia contro la 'ndrangheta di casa nostra. Dopo la sentenza di primo grado (in abbreviato) che nell'ottobre del 2020 aveva rifilato complessivamente oltre 200 anni di carcere, ieri la quinta sezione della Corte d'appello di Bologna ha in gran parte ridimensionato le pene per gli imputati principali, ma l'associazione mafiosa ha retto. Ha resistito anche per i tre imputati, con casa tra Parma e provincia, che furono arrestati durante il blitz del giugno 2019 coordinato dalla Dda di Bologna, anche se alcuni reati e certe aggravanti sono caduti: 8 anni per Claudio Bologna, 9 anni per Giuseppe Lazzarini e 6 anni e 8 mesi per Giuseppe Strangio. E' stata invece assolta, perché il «fatto non costituisce reato», la consulente del lavoro Monica Pasini, accusata di aver contribuito a un'operazione di intestazione fittizia di un bar di viale Piacenza. Sempre rimasta a piede libero, in primo grado era stata condannata a 2 anni (pena sospesa).

Chi invece avrebbe saputo come muoversi bene tra gli uomini del clan era Strangio, natali a Rocca di Neto, ma da tempo con casa a Traversetolo: dimostrava, secondo gli inquirenti, di aver mantenuto conoscenze tra i clan di 'ndrangheta calabresi e - soprattutto - di essersi inserito a pieno titolo nella cosca emiliana. Parola dei collaboratori di giustizia, Giuseppe Giglio e Salvatore Muto (1977), figure di spicco della maxi inchiesta Aemilia. Che su Strangio hanno riempito verbali della Dda di Bologna. Lui che, secondo l'accusa, non mancava alle riunioni della cosca. Assolto dall'accusa di estorsione, è stato condannato per associazione mafiosa, anche se le aggravanti sono state escluse.

E a far sentire il peso - e la forza di intimidazione del clan - ci avrebbe pensato anche Bologna, origini milanesi, ma con casa in via Brozzi, accusato di associazione mafiosa, estorsione, truffa, tentata truffa e usura. Assolto dall'estorsione, è stato condannato per tutti gli altri reati, anche se per gli ultimi tre è caduta l'aggravante mafiosa. Uno specialista della truffa: grazie all'appoggio di un nipote, dipendente di banca, e con il concorso di Salvatore Grande Aracri e dei fratelli Caruso, aveva fatto credere ai titolari dell'azienda Riso Roncaia di poter ottenere una linea di credito di 5 milioni. Finanziamento mai arrivato, però in cambio il gruppo avrebbe ricevuto dagli imprenditori 28mila euro.

Ma anche Lazzarini, origini crotonesi e residenza ufficiale a Cutro, da tempo però con casa a Sorbolo, avrebbe avuto grande facilità nel muoversi tra le dinamiche del clan. Ha già collezionato una pena definitiva nel processo «Aemilia» per una tentata estorsione nei confronti del titolare di uno stabilimento balneare di Ravenna e una condanna davanti al gup di Parma per false fatturazioni. Ma qui doveva fare i conti con l'associazione mafiosa, oltre che con il reato di intestazione fittizia, perché ci sarebbe anche la sua mano dietro i passaggi vorticosi messi in atto per occultare l'effettiva titolarità di quote societarie. Tutte le accuse hanno retto, ma gli sono stati scontati due anni dagli 11 del primo grado.

G.Az.

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