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Reportage dall'Ucraina

«Io, in guerra contro la guerra»

«Io, in guerra contro la guerra»

di DAL NOSTRO INVIATO Roberto Longoni

25 Luglio 2022,03:01

Zahony (Ungheria-Ucraina) Anche lui ha le sue ferite. Un intrico di graffi su braccia e gambe per l’incontro ravvicinato con cespugli e rovi, il giorno prima: è l’unica battaglia accettata da Dimitri che di imbracciare il fucile non ha alcuna intenzione. Abile e arruolabile, ha messo il confine tra sé stesso e il rischio di diventare parte della catena di smontaggio della guerra. Insostenibile per lui il peso del kalashnikov: e non per questioni muscolari, visti i pettorali che gli gonfiano la maglietta azzurra sotto l’icona di Che Guevara. Insostenibile l'idea di uccidere, come quella di farsi ammazzare per la patria. «Che assurdità, due popoli fratelli... – commenta lui, di madre russa e padre ucraino –. E poi che cosa possiamo fare contro Mosca, se non dissanguarci? Questo conflitto è colpa dei politici. E devo morire io per i loro errori? Sono i poveracci a lasciarci la pelle, mentre tutti gli ucraini ricchi sono fuggiti in Occidente... No, io ho l’obbligo di vivere per la mia famiglia, di crescere il mio bambino».

«In posizione criminale»

Con la fuga, Dimitri è diventato un disertore per il Paese che ormai non è più il suo. Tornasse indietro, finirebbe in cella, alla stregua di un nemico pubblico. Ma lui guarda dalla parte opposta, in uno zigzag continentale, fino in Spagna, dove è atteso da moglie e figlio di 7 anni. Racconta la propria storia a patto che non si riveli il suo vero nome e non lo si fotografi («sono in posizione criminale»). Da nemmeno 24 ore è ospite della scuola di Zahony, dalla quale ieri sono ripartiti i volontari parmigiani del Seirs, dopo una ricognizione in Ucraina, per prendere contatti diretti con il sindaco di Čop. Appena al di qua del Tibisco, Zahony è il comune di frontiera da cui i profughi passano e vanno, come spiega il sindaco Laszlo Helmeori. Proprio ciò che voleva il transfuga: passare e andare. «In Ungheria si può, mentre in Polonia o in Romania i disertori li arrestano».

Fino al 24 febbraio, Dimitri era un elettricista con casa in affitto alla periferia di Kiev. Un laborioso padre di famiglia: una vita come tante, la sua, magari anche più serena. «Dopo quel giorno maledetto ci organizzammo in turni nel palazzo, per dare l’allarme nel caso si avvistassero i russi». Notti in cantina, e in cantina i giorni allarme dopo allarme. Gli invasori non arrivarono a quella specie di rifugio condominiale protetto da una porta blindata montata in frett’e furia. Avessero bussato con una bomba a mano, chi li avrebbe tenuti fuori? I russi si fermarono a una ventina di chilometri. A Bucha...

Moglie e figlio già in Spagna

«Ci ripetevamo che tutto sarebbe finito presto». Un mese, e si capì che era troppo tardi perché finisse. Alla moglie e al figlio di Dimitri cominciarono a cedere i nervi: partirono e furono accolti dai parenti in Spagna. Lui puntò verso la placida Transcarpazia al confine con l’Ungheria. Il confine più indulgente, almeno sul lato magiaro: quello opposto è sorvegliato dal viavai di pattuglie di ogni frontiera ucraina. Uomini armati, pronti a sparare. Il primo colpo in aria, il secondo anche, forse: meglio non fare la prova. «Ho studiato le abitudini delle guardie e ho cercato di capire dove fossero i posti di controllo, quali i tratti più sguarniti». Dimitri pensava di attraversare il Tibisco a nuoto nell’oscurità. È la scelta della maggior parte dei disertori. Lo era nelle notti sotto zero: figuriamoci nell’estate che ha ridotto anche la portata del fiume, qui largo in media una settantina di metri. Ma vortici e correnti traditrici non sono spariti con l’acqua bassa. C’è chi parla di giovani affogati, trascinati a valle o intrappolati sul fondo. Racconti senza conferma: la polizia ungherese nega siano stati trovati cadaveri. Mentre conferma l’«intraprendenza» dei magiari pronti a traghettare i fuggiaschi dietro sostanziosi compensi.

Sconosciuti i passeur affidabili, troppo infida la corrente, infide anche le guardie ucraine, ovviamente non tutte. «C'è chi intasca i soldi (tra i 5 e i 10mila euro, ndr) e poi ti arresta». Così, Dimitri cercò un’altra via: il Tibisco corrisponde solo a tratti alla frontiera. A sud di Zahony, scorre a lungo in territorio ungherese, a occidente del confine terrestre. Il disertore puntò sul Green Border, attraverso campi e acquitrini. Partì in pieno giorno. Ostentare è il miglior modo di nascondere? Lui applicò la teoria. «Avevo solo cellulare e portafogli: potevo sempre dire d'essermi perso durante una passeggiata». Ma nessuno gli impose l’alt: solo i rovi ci provarono, e lui li prese di petto. Fu la polizia magiara a fermarlo. Dimitri mostrò il passaporto e venne accolto.

I vestiti stracciati

Alcune delle connazionali ospitate sotto il suo stesso tetto a Zahony ora lo guardano storto. «Posso capirle: hanno mariti e figli sotto le armi. Ma prima di giudicare bisogna sempre saper guardare dentro sé stessi». È quanto hanno fatto gli amici del fuggitivo entrati nella Difesa territoriale. «Ognuno ha rispettato le scelte altrui». Ora, il disertore è in attesa di ripartire. Non andrà subito in Spagna. «Voglio lavorare un po’: non posso certo presentarmi a mani vuote» sorride. E ancora di più sorride a sentire che in Occidente i bravi elettricisti sono molto apprezzati. Viene da chiedergli se il suo rifiuto delle armi sia davvero assoluto: lui che ha sul petto il volto del guerrigliero per eccellenza... «Questa con il Che? - sgrana gli occhi -. Non è mia. Altre magliette che mi andassero bene al centro non ne avevano. La mia l’ho dovuta buttare, così come pantaloni e scarpe: tutto stracciato e sporco». Di fango e sangue. Non sarà stato per la patria, ma anche Dimitri ha versato il suo.

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