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Casa Guareschi compie 70 anni

Casa Guareschi compie 70 anni

27 Luglio 2022,03:01

Bisogna decidersi a dare un nome alla casa» afferma la Pasionaria entrando in cucina e sbattendo la borsa di scuola in un angolo. […]«Chiamiamola l’Incompiuta» rispondo. Margherita non solleva nessuna obiezione. Le solleva invece la Pasionaria che dice: «L’Incompiuta è un nome provvisorio che va bene soltanto fino a quando la casa non sarà finita». «L’Incompiuta è un nome che va bene come definitivo perché questa casa non sarà mai finita!» replica perentoriamente Margherita. «Fin che Dio lascerà in terra vostro padre sarà sempre la stessa musica.» «E quando mio babbo non ci sarà più, continuerò me!» afferma decisa la Pasionaria. «Ho già in mente anch’io delle modifiche» dice Albertino...».

Agosto 1952: settant’anni fa Giovannino Guareschi decide di ritornare alla Bassa e di costruirsi una casa. Quella casa che porta indelebile la sua impronta: quella casa che, da quel 1952, la famiglia Guareschi chiama l’Incompiuta. L’idea, però, di un «nido» nella Bassa, covava da tempo: «Per anni e anni mi sono scaldato nel cuore il mio dolce sogno, la piccola casa per vivere con la mia famigliola. Un rifugio tranquillo, sereno. […] Appena sistemata la mia casetta di Milano come voleva Margherita, l’ho abbandonata scappando qui alla Bassa dove mi sono fatto un nuovo nido». Va da sé che Giovannino, fiero del nuovo edificio, da lui disegnato e progettato, volesse poi descriverlo: «La cucina di casa mia. Quando io parlo di cucina voi dovete pensare alla stanza più ampia e ospitale della casa; qui, eccettuata la lavatura delle stoviglie, si fa tutto quanto si fa nelle normali cucine. In più la cucina serve da sala da pranzo, salotto, stanza di soggiorno. Qui si fa da mangiare, si mangia, si chiacchiera davanti al fuoco del grande camino, qui si cuce, si rammenda, si litiga, si stira, si ascolta la radio, si legge il giornale. Qui i miei figli fanno i compiti di scuola, qui vengono ricevuti i miei amici e le persone di riguardo. Qui, insomma, si vive. Come esattamente accade in tutte le normali case di campagna». Ma una casa cosa sarebbe, senza gli arredi? E allora ecco: «I mobili di casa mia. Io e Margherita non abbiamo antenati: o meglio, abbiamo degli antenati non qualificati. Nonni, bisnonni, padri, madri: roba comune. Gente che, dopo aver lavorato tutta la vita, è morta senza lasciar niente agli eredi. Così i nostri mobili di famiglia sono costituiti da un tavolino che un tempo aveva servito come scolapiatti e da quattro sedie standard. Tutti i mobili di casa nostra sono perciò nuovi. E brutti. Di una bruttezza non aggressiva ma calma, riposante. Nessun ardimento di concezione o di esecuzione. Nessun materiale strano. Mobili che non si notano addirittura. Come se non ci fossero neppure». Tutto, mobili compresi, porta l’impronta di Giovannino. Lui li ha disegnati, lui ne ha curato la realizzazione e, per non smentirsi, ha voluto qualcosa di assolutamente «suo»: «Il mio rifugio. Mi sono fatta una stanzetta tutta per me: è a soffitta e, per arrivarci, bisogna inerpicarsi su una scaletta ripidissima che porta a una botola aperta nel soffitto. Però ha l’immenso pregio di essere la stanza più isolata e tranquilla della casa. Di fianco alla stanzetta il mio studiolo con annessi servizi. Quando sono quassù, dimentico i miei guai».

Da principio non vuole la parete verso ovest: vuol godersi il tramonto senza intromissioni. Dopo le piogge di «stravento» e qualche nevicata fuori ordinanza ci ripenserà a farà costruire una vetrata: il miglior compromesso fra la visuale e la sicurezza. Ma la connessione, si direbbe oggi, con la realtà, anche nel rifugio soffitta, non può mancare: «Anche se il mio rifugio è al secondo piano, si avverte al piano terreno, dove opera Margherita, la mia presenza perché è collegato alla parte inferiore della casa da un condotto che finisce nel soffitto dell’anticamera. Un rispettabile buco, insomma, attraverso il quale può scendere e salire un secchio agganciato a una funicella scorrente in una carrucola, ma attraverso il quale possono scendere anche le parole che io urlo quando qualcosa non funziona e, s’intende, possono salire le adeguate urla di risposta». È rimasto intatto, da quel giorno di luglio del 1968, il rifugio di Giovannino e, ancora oggi che è abitata da una nipote, da suo marito e dai suoi figli, la casa al margine dell’ettaro delle Roncole resta l’Incompiuta. Tutti sanno che il costruttore, progettista e designer Guareschi non l’avrebbe finita mai…

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