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Lirica

Marta Torbidoni, il soprano che ama Verdi e la Bassa

Marta Torbidoni, il soprano che ama Verdi e la Bassa

di Vittorio Testa

04 Agosto 2022,03:01

Certo che lei così giovane, chiamata nel 2015 a sostituire quell’autentica primadonna che è Mariella Devia in «Anna Bolena», uno dei ruoli più impegnativi di Donizetti, dev’essere stato emozionante…«Emozionante? Direi di sì…Ero tesa ma poi è andata bene».

Tutto qui? Non ama affatto parlare di sé Marta Torbidoni. Intervistarla è un esercizio rischioso. Bella e aitante ragazza, soprano rivelatosi di grande bravura a Busseto nel 2016 - poi diventata famosa per la bellezza della voce potente e al tempo stesso delicata e in grado di compiere autentiche raffinatezze vocali - se le fai una domanda che secondo lei è banale, vale a dire quasi tutte, ti scocca un’occhiata sarcastironica che ti fulmina. E poi, selvatica come una volpe, non le piace nemmeno star lì alla fine sul palcoscenico a prendere carrettate di applausi. Insomma, se non ti comporti bene Marta Torbidoni resta nel freezer della sua sorridente e cordiale ma inaccessibile riservatezza. La spiegazione di routine - mura difensive e olio bollente a proteggere una speciale timidezza - non incanta più nessuno. «Non sono altezzosa, non è vero che io sia diffidente» dice lei: «E’ che la mia mente è sempre requisita dal canto da mattina a sera, dallo studio ostinato. Sono una perfezionista, autocritica e mai contenta di me stessa».

Busseto è un luogo dove questa artista nata nel panorama di Montemarciano sopra Ancona - colline verdi e dolci, la luce chiara del mare di Levante capace di inscenare albe stringicuore - sente di aver ricevuto per osmosi verdiana un quid particolare per amare e capire il gigante Roncolese. Martedì 26 luglio, nel piccolo teatro di Zibello, un caldo da morire, Marta ha dato il meglio di sé stessa nel concerto in memoria di Carlo Bergonzi interpretando l’Elvira dell’Ernani con un’intensità straordinaria. Non soltanto note splendide ha regalato la Torbidoni, ma anche una commossa dedica a Paolino Belli, il factotum del Teatro Verdi scomparso sette giorni prima. «Sì cantare a Busseto, a Parma, nella Bassa, per di più in onore di un mito come Bergonzi, mi dà qualcosa che solo qui sento. Busseto è casa mia, nel 2016 il Concorso voci verdiane mi diede la possibilità di vincere il ruolo di Amalia nei “Masnadieri”», poi due concerti nel Salone Barezzi, su invito dell’associazione Amici di Verdi.

Restìa a parlare di sé, osserviamo suscitando una protesta: «Ma non mi dipinga come un’arida antipatica. Le lodi fanno bene ma fino a un certo punto, perché rischiano di farti perdere le proporzioni della realtà». Lodi sperticate, come questa, scritta da un critico bolognese: «ll giovane soprano, al suo debutto nel ruolo, ha riscosso un vivissimo successo di pubblico: il timbro è prezioso, ampio e omogeneo in tutti i registri, il virtuosismo apprezzabile, la musicalità eccellente, il fraseggio sempre espressivo. Molto brava nell’aria di sortita, Marta Torbidoni ha commosso nello struggente rondò finale, sapendo essere nel corso dell’opera allo stesso modo fiera vendicatrice e madre amorosa».

Siamo a Busseto, Marta Torbidoni finge di gradire quei complimenti. Allora le diamo la stoccata finale. Sentiamo quest’altra voce critica sulla sua interpretazione di «LuisaMiller»: «In scena una straordinaria protagonista che a mio avviso godrà di gran carriera e successo, il soprano Marta Torbidoni,  dotata di bella, calda e sontuosa voce che sa usare perfettamente e piegare a pianissimi perlacei o lanciare in acuti folgoranti, ottimamente girati e rotondi anche se estremi ed affascinando con un uso sapiente del fraseggio»: Marta ascolta impassibile e un po’ nervosa: «L’interprete commuove e cattura l’attenzione del pubblico con sincera e contenuta dolcezza, propria della parte, senza strafare o uscire dalle righe. Come si dice? Sentiremo parlare di lei e molto presto!».

Adesso la cantante che vorrebbe meno applausi compie manovre diversive. La prima: torna al 2015, quando a Tenerife venne chiamata a sostituire la grandissima Mariella Devia in «Anna Bolena»: «Non potrò mai ringraziare nel modo dovuto la signora Devia. Come forse lei sa è uno dei soprani più bravi in assoluto nella storia della lirica».. La fermiamo: cara Torbidoni conosciamo benissimo il valore eccelso della perfezione stilistica di Mariella Devia. Ma parlavamo di lei, no? Vorrei chiederle…«Sì, dei miei impegni futuri? Guardi passerò gran parte di quest’anno in compagnia del sommo Maestro Giuseppe Verdi: Traviata, Luisa Miller, Il Trovatore, Nabucco, I Masnadieri, Mi preparo per un’Attila…».

Ma il personaggio verdiano che preferisce qual è? «Tutti!» dice sorridendo, felice di avere interrotto la litania degli elogi. Cosa che le piace al punto di prendere il boccino, come si suol dire, e non mollarlo più. Dice: «In Verdi ci sono decine di momenti bellissimi, anzi centinaia, e io mi sono abituata a ricordarli opera per opera. Per esempio in “Traviata”, c’è il preludio del terzo atto che ogni volta mi prende al punto da farmi piangere...». Sì, ma poi lei deve cantare…«Ecco, sì: un piccolo dramma, perché non posso certo attaccare piagnucolando. Allora fortuna vuole che, a meno di qualche strapensata registica, Violetta sia sul letto di morte. Io con i cuscini e le coperte cerco di non sentire quei violini che mi trafiggono».

Adesso Marta Torbidoni diventa loquace: Racconta l’emozione della visita al Santuario di Madonna dei Prati: «Ho suonato l’armonium che usava Verdi giovane quando accopamgnava le funzioni religiose. Una però, per fortuna la mancò, grazie a Dio». Ed ecco che sciorina la storia terribile del fulmine che uccide sei persone, tra quali quattro sacerdoti, compreso quello manesco che, con uno scappellotto fece ruzzolare a terra il chierichetto Giuseppe Verdi distratto dal suono dell’organo. Cosa che scatenò la prima tremenda maledizione verdiana: «Cat vegna ‘na sajèta?». Episodio confermato dallo stesso Verdi in età avanzata: «Il quindicenne Verdi, l’episodio è del 1828, ne restò sconvolto, ricordava le espressioni dei poveri fulminati». Eccoci allora al Dies Irae della Messa di Requiem? Ipotesi suggestiva…

Altra emozione enorme difficile da controllare è nei «Masnadieri»: «C’è quel preludio del violoncello, nove minuti di estasi malinconica che ti portano a dimenticare dove sei e seguire il richiamo della voce meravigliosa, voce dell’anima è quella del violoncello. Invece io devo stare accorta perché poi devo cantare le arie di Amalia, forse le mie preferite». Adesso ha un’aria contenta , Marta Torbidoni. «La Bassa mi piace davvero, trovo che chi non la conosce perde qualcosa di prezioso per capire Verdi» dice il soprano definito «Lirico di agilità». E infatti la Torbidoni si sottrae agilmemte a un’ultima domanda sul successo che sempre ha avuto nelle esibizioni bussetane. «Sì, grandi soddisfazioni, vero: Se le ricorda anche lei?», chiede con evidente intento polemico.

Ma no niente polemiche, soltanto che lei ha in serbo una mazzata finale: «Accadde al concerto davanti alle Scuderie Pallavicino», mi dice con tono divertito: «Nel presentare la finalista del concorso, scelta per il ruolo di Amalia nei “Masnadieri” cioè io, lei pronunciò una “i” al posto di una “t”….». Vabbene Torbidoni, che sarà mai? «No nulla di grave» ammette l’accusatrice: «Sono cose che possono capitare, però…». Di colpo mi viene in mente quella gaffe imperdonabile: «Già» faccio io, «adesso che ci penso, non ricordo se prima o dopo»…«Prima, prima» irrompe lei: «Nel presentarmi mi chiamò Maria anziché Marta! Passandole accanto le diedi un’occhiata dura». E da allora sto attento, sa? Ha visto che a Zibello tutto è filato liscio? «Sì’’ammette la simpatica Torbidoni ridacchiando: «E' stato bravissimo. Ben tre nomi senza un errore». «Complimenti», dico a me stesso arrossendo sotto lo sguardo divertito del soprano più restìo e simpatico del mondo.

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