×
×
☰ MENU

INTERVISTA

Vittoriano Guareschi: «Vi racconto il “mio” Bagnaia»

Vittoriano Guareschi: «Vi racconto il “mio” Bagnaia»

08 Novembre 2022, 03:01

Vittorio Rotolo

Alle radici di Pecco: l'asso della Ducati, oggi osannato dopo la strepitosa cavalcata che lo ha visto riportare in Italia il titolo nella classe regina del motomondiale, nel 2014 era un giovanotto di belle speranze. Come tanti. Con un talento innato, ma ancora da affinare.

A intravedere le qualità di Bagnaia, allora diciassettenne, fu Valentino Rossi che chiamò il piemontese allo Sky Racing Team VR46.

In quella fase di apprendistato, il neo campione del mondo poté beneficiare anche dei preziosi consigli di un parmigiano: Vittoriano Guareschi, che di quella squadra era il team manager.

Guareschi è uno che nel mondo del motociclismo ha vissuto molte vite: abile pilota in Supersport e Superbike, affidabilissimo collaudatore (era in Ducati nel 2007, l'anno del trionfo di Stoner), quindi dirigente. Uno che ora gioisce dell'impresa compiuta da Pecco, fenomeno che ha visto sbocciare e che non ha mai dimenticato.

«Sono legato a tutti i miei piloti, indistintamente - rivela -: quelli che vanno veloci e quelli che vanno meno veloce. Con Bagnaia non ci sentiamo da un pezzo, ma l'affetto è rimasto immutato. Oltre ad essere un campione, Francesco è infatti un bravissimo ragazzo: umile, disponibile, rispettoso e con una straordinaria cultura del lavoro. Io ho sempre creduto in lui».

Chi era il giovanissimo Bagnaia che lei ha conosciuto?

«Un tipo già allora perfettamente consapevole di ciò che avrebbe voluto fare: il suo sogno, pensi, era vincere un Mondiale in sella alla Ducati. Ci è riuscito. E lo ha fatto in MotoGp, dopo aver messo in bacheca il primo in Moto2».

Come andò quella stagione allo Sky Racing Team?

«In quella squadra c'era anche Fenati. Di Bagnaia mi colpì subito la determinazione: a dispetto della giovane età, in pista era un uomo che sapeva come far andare forte la sua moto. È stato bravo anche a gestirsi, perché quando ti ritrovi in una dimensione nella quale regna un altissimo tasso di competitività, il rischio di perdersi è perennemente dietro l'angolo. Lui, invece, ha avuto la testa giusta. E quello che è successo dopo lo dimostra: per uno col suo talento, sarebbe stato un vero peccato non raggiungere determinati traguardi».

Già qualche anno fa, lei definì Pecco un artista. Perché?

«Perché un artista non ha bisogno di studiare per plasmare le proprie opere: è una dote naturale. Per Bagnaia, vale la stessa cosa: di allora ricordo alcune sue gare, a Jerez e a Le Mans ad esempio, dove fece benissimo. Doveva crescere, certo, ma si intuiva che quel ragazzino fosse un fuoriclasse».

A Valencia, domenica, Bagnaia ha mostrato grande lucidità nella conduzione della gara.

«Pecco è stato bravissimo. Magari in quest'ultima prova non avrà espresso appieno il suo potenziale, ma è normale che fosse così: poteva succedere di tutto e immagino quanta paura abbia avuto di veder sfumare un Mondiale praticamente già vinto. Ha mantenuto la calma e ha saggiamente scelto di non correre rischi, lasciandosi passare da chi stava dietro: non poteva e non doveva fare altro».

È chiaro che le pressioni maggiori fossero tutte addosso a Quartararo.

«Sì. E credo che queste, alla fine, abbiano inciso sulla gara del francese. Quartararo aveva avuto un bel passo nelle prove e poi in qualifica: domenica, al di là della brutta partenza, ci ha provato ma è rimasto bloccato in mezzo al gruppo e non è più stato in grado di colmare il gap accumulato».

Qual è stato, secondo lei, il segreto del trionfo di Bagnaia, in questa stagione?

«Avere una moto superiore a quelle della concorrenza ha avuto un peso specifico non indifferente. Ma Francesco, gara dopo gara, ci ha messo tanto del suo: classe, coraggio, intensità».

Eppure l'avvio era stato in salita...

«La moto doveva ancora trovare l'assetto giusto e forse questo gli ha fatto perdere un po' di concentrazione. C'è anche un altro fattore da non sottovalutare, ma che rende ulteriore merito all'affermazione di Bagnaia».

Quale?

«Ai nastri di partenza del campionato, c'erano ben sette moto Ducati: la rivalità interna, con tanti piloti giovani e motivatissimi, pronti a dargli del filo da torcere, è stata forse più dura di quella vissuta con Quartararo. Ma ripeto: alla lunga Pecco si è rivelato il più forte».

In queste ore i paragoni si sprecano, al pari delle attestazioni di stima nei riguardi di Bagnaia: Valentino Rossi lo ha incoronato quale suo erede, Giacomo Agostini dice che si somigliano. Lei che idea si è fatto?

«In realtà, Pecco è molto diverso da entrambi. Con Agostini credo che il paragone sia impossibile da fare, dal momento che parliamo di un'altra epoca. Rispetto a Vale, invece, le differenze sono piuttosto marcate anche sotto il profilo caratteriale. Bagnaia è Bagnaia: riesce a far tutto con eleganza e pacatezza».

Può ripetersi?

«Certo che può: ha stoffa da vendere. Se dovesse riuscirci in futuro anche con altre marche, questo non potrà far altro che infondergli ulteriore carica e autostima».

© Riproduzione riservata