Guidò la Fabbriceria per oltre trent'anni
«Il Duomo è stato la sua seconda casa e, in alcuni momenti, forse la prima». Questa frase della figlia Giovanna vale più di mille parole. Tratteggia, infatti, chi era l'ingegner Gualtiero Savazzini, presidente emerito della Fabbriceria del Duomo, che lunedì avrebbe compiuto 94 anni.
Savazzini, conosciutissimo in città e non solo, se n'è andato circondato dall'affetto della sua grande famiglia, i figli Giovanna, Federica, Giovanni Battista ed Edoardo Ferdinando, i nipoti, i parenti, gli amici e i tantissimi che lo stimavano per quello che ha fatto per Parma e per i suoi tesori artistici. Una vita, quella dell'ingegnere parmigiano, scandita dalla passione per le cose belle e contrassegnata da una grande capacità professionale, sempre unita ad altrettanta modestia. Un signore a tutto tondo, che dopo la laurea in Ingegneria civile all'Università di Genova nel '56, a Parma aveva aperto uno studio vicino al Duomo.
Ma Savazzini è ricordato soprattutto per essere stato 34 anni presidente della Fabbriceria del Duomo, carica che aveva lasciato nel 2013, mantenendo fino al suo ultimo giorno di vita quella di presidente emerito.
Al vertice della Fabbriceria, ente antichissimo sorto con la stessa Cattedrale, ha guidato oltre un centinaio di interventi. Quelli, ovviamente, a cui era più legato erano il restauro del Battistero e gli interventi che ebbero come oggetto il Duomo di cui, nel corso degli anni, vennero sistemati il tetto, gli affreschi interni, le cappelle laterali, gli esterni, la cripta e l'organo. Oltre al ritorno dell'Angiol d'Or in cima al campanile. Lui stesso, intervistato da Luca Molinari sulla Gazzetta, li aveva definiti «momenti esaltanti che ci hanno permesso di far tornare al loro antico splendore i monumenti simbolo della città».
In quell'occasione, Savazzini aveva sottolineato che gran parte dei lavori erano stati realizzati con il contributo di enti e sponsor parmigiani, oltre che dello Stato, ma aveva dato merito all'impegno profuso dall'allora vicario generale della Diocesi, monsignor Franco Grisenti. Tra le «medaglie», di cui Savazzini andava particolarmente fiero, anche quella d'oro del premio Sant'Ilario assegnata alla Fabbriceria.
«Lui e la Fabbriceria erano un tutt'uno - lo ricorda l'architetto Sauro Rossi, suo successore alla presidenza -. Per me è stato un maestro che mi ha anche aiutato a entrare nei “meccanismi” di realtà come Duomo e Battistero, facendomi comprendere come muovermi sia dal punto di vista amministrativo che umano». Rossi conferma che il Duomo era davvero la sua casa, dal momento che «aveva lo studio nei pressi della Cattedrale e, quindi, qualunque cosa succedesse, arrivava immediatamente. Pronto a risolvere qualsiasi problema con competenza, modestia, senso dell'umorismo e anche ottimismo. Devo a lui la scoperta di questo mondo».
Oltre all'arte, Savazzini, il cui rosario sarà recitato oggi alle 20,15 mentre il funerale avrà luogo domani alle 15 nella chiesa di San Sepolcro di via della Repubblica 75, era un grande appassionato di musica. Suonava, infatti, pianoforte e organo e aveva trasmesso anche questa passione ai figli. Una vita piena di soddisfazioni, quella dell'ingegnere, ma anche di dolore dal momento che qualche anno fa aveva perso la sua amatissima moglie. Sempre interessato a ciò che avveniva nel mondo, fino all'ultimo è stato anche un appassionato lettore della Gazzetta.
«L'impegno nella Fabbriceria - conclude la figlia - lo ha portato avanti oltre che con passione, con grande spirito di servizio. E sempre rimanendo fedele a se stesso. Nella sua vita come fabbricere ha, infatti, ricevuto papi, principi e re. Ma metteva lo stesso grande impegno quando doveva ricevere i bambini di una scuola elementare».
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