Tutta Parma
Pensavamo fino ad un anno fa che le guerre fossero una cosa lontana. E non perché fossero miracolosamente terminate. Ma perché scoppiavano, eccetto rari casi, come in Serbia, lontano dall’Italia. Invece, eccoci daccapo con l’incubo di una terza guerra mondiale proprio alle porte di casa nostra. Tantissimi parmigiani, nostri padri e nostri nonni, parteciparono anche in prima linea sia alla prima che alla seconda guerra mondiale nelle varie Armi, molti dei quali indossando l’uniforme degli alpini della Julia o quella dei bersaglieri la cui specialità in bici, ossia i bersaglieri ciclisti, nacque proprio a Parma il 15 marzo 1898, fondata dal capitano Camillo Natali in forza alla Scuola Centrale di Tiro (Palazzo Ducale). I bersaglieri ciclisti, grazie alle loro prerogative, erano in grado di spostarsi da un luogo all’altro della battaglia con estrema velocità. I droni a quei tempi non esistevano e, per combattere, oltre che molta forza, c’era bisogno di velocità e tanto coraggio. Doti che i bersaglieri hanno sempre posseduto. Comunque, al fronte ed in trincea, in qualsiasi parte del mondo, era il Natale il giorno che ai soldati faceva avvertire maggiormente la lontananza da casa, dai propri affetti, dai propri cari, dalle proprie cose.
Un magone diffuso che stringeva come una corda la gola sia dei soldati semplici che degli ufficiali. Ed allora, nelle trincee scavate tra le rocce o nell’infuocata sabbia del deserto, si festeggiava la nascita di Gesù come si poteva sperando che, in quella notte santa, bombe, granate e proiettili, come per miracolo, si dissolvessero nell’aria senza colpire nessuno. Il rancio era sempre il solito ma, a Natale, la cucina militare con le poche risorse di cui disponeva cercava di fare qualche miracolo gastronomico per dare ai quei ragazzi in uniforme almeno la sensazione di trascorrere una giornata diversa. «Ottimo e abbondante signor generale». Una frase che passerà alla storia, non solo perché pronunciata dall’indimenticabile Alberto Sordi in quel capolavoro del film «La grande guerra» di Mario Monicelli ma, perché, fu il ritornello dei marmittoni alla richiesta di un loro giudizio sulla quantità e qualità del rancio da parte dei superiori. Per rievocare i drammatici anni ed anche i relativi Natali della Grande Guerra, che per i nostri soldati non si svolsero solo in trincea ma anche sotto le tende e nelle cucine da campo, nel 2018 nella nostra città si svolsero due interessanti mostre. Una dedicata appunto al «Rancio del soldato» e un’altra che ebbe come leit motiv «Parma nella Grande Guerra».
Ma cosa arrivava dalla nostra città al fronte nella mensa in grigioverde natalizia? In mostra furono esposti significativi reperti rinvenuti nei luoghi dove sorgevano le trincee, come scatolette di cibo di alcune aziende parmigiane tra le quali: «Rodolfi Mansueto», «Rizzoli Emanuelli», «Polon - Musi», «Bertozzi Formaggi» e «Filippo Corradini», azienda agricola di San Prospero che inviava al fronte il burro in scatolette di latta. Inoltre si svolse una relazione: «Atti nei piatti, ricette di guerra, briciole di storia» che vide come relatori Anna Maria Ferrari, presidente Soroptimist, Giancarlo Gonizzi, Alessandra Mordacci e Maria Ortensia Banzola. Un anziano agricoltore di Vigatto, presentato al cronista dall’indimenticato tenore della «Corale Verdi» Tonino Fereoli, panocchiese doc, ricordava ciò che asseriva il proprio nonno paterno, ovviamente un alpino impegnato sul fronte del Carso.
«Mé non al dzäva che i zgagnävon dal gran tabach e i bvävon ädla grapa e dal cordjäl. Da magnär a gh' n’éra poch e sémpor compagn' mo la fama l’éra tanta ch' i'arìsson magnè anca il sóli dill scärpi». Ma i ricordi del canuto contadino non finirono qui in quanto rammentava una serie di episodi che, ovviamente, gli furono riportati dai suoi vecchi. Essendo, la sua, una famiglia patriarcale, il Natale, veniva celebrato dal primo giorno dell’Avvento fino all’Epifania solennizzando quelle tradizionali usanze molto più sentite della gente dei campi che non da quella di città. In montagna, poi, era di rigore fare la spongata preparando addirittura il ripieno in prossimità della ricorrenze dei Santi e dei Morti in modo che la dolce amalgama, riposta in una terrina avvolta in un candido «boràs», si imbibisse di sapori e profumi come quello del miele e degli aromi che caratterizzano questo dolce natalizio che veniva conservato gelosamente nella madia perché, coloro della famiglia che non potevano essere a casa per Natale, come ad esempio chi era emigrato per lavoro (minatori o boscaioli) o chi era impegnato al fronte, lo potesse poi gustare anche dopo mesi in quanto la spongata è un dolce fatto appositamente per durare.
Ma dalle nostre parti, Natale, significava e significa ancora anolini fino a che la globalizzazione deciderà di cancellare anche questa ultima tradizione gastronomica che ci è rimasta. L’anolino fece proprio parte dei ricordi dell’anziano agricoltore il quale riportò un bell’aneddoto riguardante la «grande guerra». Le «rezdóre», un sacchettino di anolini lo prepararono anche per i loro uomini al fronte e lo inserirono in quei famosi pacchi contenenti generi alimentari, lamette da barba, fotografie, santini, ricordi e speranze che venivano spediti ai loro congiunti con le stellette che dialogavano con la famiglia attraverso lettere e cartoline nelle quali facevano parlare il proprio cuore. In che modo arrivavano al fronte quei pacchi rimarrà un mistero, fatto sta che arrivavano, magari ammaccati dallo sballottamento del viaggio non percorso certamente dai comodi e veloci mezzi dei moderni corrieri. Per i soldati l’arrivo di quei pacchi era una festa, non solo ad aprirli, ma nell’avvertire al loro interno il profumo di casa e di quelle cose care al cuore.
Nel Natale del 1916 sul fronte del Pal Piccolo arrivò un pacco dentro al quale per il bersagliere Giusto Ferrari c’era un sacchettino di anolini che, con il freddo che c’era, erano intirizziti. Il Pal Piccolo è una cima (1866 metri) in prossimità del Passo di Monte Croce Carnico al confine tra l’Italia e l’Austria. Ma come fare per poter gustare decentemente gli anolini con quella brodaglia che veniva servita nelle gavette?
Il racconto del vecchio contadino diventa fiaba quando fa riferimento al fatto che, non si sa da quale provenienza, dalle retrovie, arrivò una bella gallina già «giustiziata» che il gruppetto di soldati parmigiani (bersaglieri ed alpini) non esitò a spennare, pulire e gettare nell’acqua calda di un piccolo paiolo da polenta. Il brodo, quindi, fu assicurato e, dentro quel brodo di guerra, furono gettati gli anolini di Vigatto. Non servirono certamente a sfamare quella pattuglia di ragazzi in griogioverde ma, come sostenne il vecchio contadino «l’é städa par chi ragas 'na bocäda äd l’aria äd ca'». Stessa identica storia se, al fronte, fosse arrivata una spongata agli alpini nativi delle nostre vallate. Il Natale con le stellette sarebbe stato meno freddo e meno triste e, dentro la capanna di un presepe di trincea allestito con misere cose, il Bambinello, in quella magica notte, avrebbe strizzato l’occhio a quei giovani che indossavano la gloriosa uniforme dei sodati italiani.
Lorenzo Sartorio
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