×
×
☰ MENU

La storia

Quella lettera del soldato Pinazzi mai consegnata e ora ritrovata

Quella lettera del soldato Pinazzi mai consegnata e ora ritrovata

10 Gennaio 2023, 03:01

Siamo qui alla ricerca di un finale da scrivere, e quel finale è una famiglia da ritrovare. La storia inizia con un incontro: è durato forse meno di un minuto ma è stato capace di portarsi dietro , in quasi 80 anni, un incredibile alternarsi di fato avverso e destino benevolo. E il finale, appunto, lo vorremmo lieto.

L'incontro di cui sopra lo possiamo solo immaginare: i tre protagonisti non ci sono più e non ne hanno lasciato memoria. Ci aiutano le ricostruzioni degli storici, ci aiuta conoscere il clima di quei giorni e anche l'indole di due di loro. E allora è così che lo immaginiamo: è il 21 settembre del 1943 e Alceste Pinazzi, nato a Sorbolo e residente a Castelnuovo di Golese, è appena giunto al porto di Venezia. Ha 34 anni ed è un soldato del XXVII Settore di Copertura della Guardia alla Frontiera. Sono i giorni che seguono l’armistizio e lui e i commilitoni che operavano a Fiume sono stati catturati e imbarcati a Trieste. E ora c’è un altro viaggio che li attende: verso la Germania dei campi di internamento militare.

Davanti a un futuro incerto e buio, Pinazzi scrive su un foglio a righe pochissime parole per la famiglia: «Carissimi, sono giunto a Venezia. Sto bene, spero di voi. Attendete mie notizie». Affranca la lettera, pensa di spedirla alla Croce Rossa perché possa fargli da tramite. Ma succede qualcosa.

E’ probabilmente tra la banchina del porto e la stazione ferroviaria che il suo sguardo incrocia quello di una coppia veneziana. Si chiamano Ugo Borghi e Iolanda Forcellini e immaginiamo che siano stati gli occhi limpidi o un cenno di compassione (patire con, s’intende) e benedizione a convincere il soldato parmigiano a fidarsi e affidare la sua lettera a mani sconosciute. Il giorno dopo, da «Venezia, San Rocco 3075», la lettera parte per «Vicomero Golese, Parma» con un biglietto d’accompagnamento. Ci sono più parole di quelle scritte in fretta e furia – e probabilmente angoscia - dal militare. C’è un’altra volta il patire-con, l’empatia verso un’altra famiglia quando si legge: «Come sentite egli sta bene, quindi state tranquilli». Non saprà mai, Alceste Pinazzi, che il suo istinto non si era sbagliato. La guerra in corso, la censura, il caos delle poste: la lettera partì, appunto, ma a Vicomero Golese nessuno la consegnò mai. Alla porta di casa, a fine guerra, bussò invece il soldato stesso. Tornato ma probabilmente molto provato dall'internamento: morì pochi mesi dopo, il 1° gennaio del 1946. La sua tomba al cimitero di Valera però è «viva», qualche giorno fa c'erano ancora fiori freschi ed è a chi li ha portati che facciamo oggi appello: contattateci. Perché c'è ancora molta storia da riconsegnare.

Lo ha scoperto con grandissima sorpresa anche Marco Borghi, nipote di Ugo e Iolanda. Ricercatore, direttore per quasi 20 anni dell’Istituto veneziano per la storia della Resistenza e della società contemporanea, di documenti di quel periodo ne ha visionati a migliaia. Nel 2010 l'idea di «Resistere senz'armi», un progetto - diventato poi mostra - per valorizzare il patrimonio di memoria dell'Arnp sui reduci dall’internamento militare nei campi di concentramento nazisti. Sa che a Parma c'è un «segugio degli archivi», Andrea Di Betta, e a lui nel 2014 chiede aiuto. «Ho scansionato e inviato 153 documenti che consideravo interessanti: avevamo appena allestito una mostra delle lettere degli abitanti del Golese finiti nei lager tedeschi e conservate all'Archivio Storico - racconta lui, presidente della sezione dell'Associazione Nazionale Combattenti Forze Armate Regolari Guerra di Liberazione -. E all'ultimo momento mi sono ricordato di una lettera che arrivava da Venezia e l'ho aggiunta».

Una sola da Venezia, e l'unica che si rifiutava di lasciare il pc fino a nuova insistenza. Ma era quella voluta dal destino. «E' la grafia di mio nonno, e quello è il loro indirizzo», gli ha detto un incredulo Marco Borghi. Incredulo allora, e da allora orgoglioso e commosso. Qualche settimana fa ha voluto pubblicare la lettera sui social, come atto d'amore e di riconoscenza privata e pubblica verso i nonni e quel loro gesto di spontanea umanità. «È parte di quel racconto anonimo, importantissimo e silenzioso della solidarietà italiana nei confronti dei prigionieri di guerra - dice Borghi - Oltre alla guerra partigiana, ci furono anche atti nobili e diffusi di resistenza civile e politica con cui ci si distanziava dal fascismo. Abbiamo trovato notizie di medici che hanno falsificato i documenti o addirittura drogato torte per far fuggire internati, di funzionari comunali che nascondevano gli elenchi dei renitenti alla leva: piccole azioni ma di grande rischio». E c'era chi quotidianamente portava acqua alle navi arrivate cariche di prigionieri, chi raccoglieva i bigliettini lanciati dai treni per le famiglie, chi portava cibo.

«Nemmeno mio padre Bruno sapeva di quell'episodio - continua il ricercatore veneziano - La mia era una famiglia antifascista e forse era più preparata di altre ad attivarsi. La migrazione imponente di soldati catturati in Istria e nei Balcani ha stimolato qui una solidarietà diffusa: molti rivedevano un figlio o un marito. Da nipote, mi ha emozionato sapere che la mia famiglia ha dato un piccolo contributo». E ha fatto nascere un desiderio: poter ritrovare i discendenti di quel soldato e scrivere insieme a loro il finale. Anche noi, arrivati fino al penultimo capitolo, lo aspettiamo.

Chiara Cacciani

© Riproduzione riservata

CRONACA DI PARMA

GUSTO

GOSSIP

ANIMALI