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Nel 1250 a.C.

Il primo divorzio della storia finì con un femminicidio

Il primo divorzio della storia finì con un femminicidio

03 Maggio 2023, 03:01

I primi di marzo, giornali e tv dettero una notizia importante che passò inosservata. Annunciava l’entrata in vigore delle norme che regolano la separazione e il divorzio, introdotte con la riforma avviata dall’ex ministro della Giustizia Marta Cartabia allo scopo di rendere – con un unico atto – più semplici e rapide le pratiche per concludere l’iter legale, entro un anno dalla presentazione dei documenti necessari. Un traguardo raggiunto cinquantatré anni dopo l’introduzione del divorzio nell’ordinamento giuridico italiano – il 1° dicembre 1970 –, grazie alla legge Loris Fortuna-Antonio Baslini e alla lotta condotta già dalla metà degli anni Sessanta dal Partito Radicale guidato da Marco Pannella, grande difensore dei diritti civili di cui oggi avremmo tanto bisogno. Una conquista che fu immediatamente messa in forse dagli antidivorzisti organizzati dal democristiano Amintore Fanfani che, dopo pochi giorni, depositarono in Corte di Cassazione una richiesta di referendum per abrogare la legge.

Cominciò così lo storico scontro conclusosi col referendum abrogativo del 12-13 maggio 1974, che portò alle urne l’87,7 per cento degli aventi diritto e divise il Paese: votarono No il 59,3 per cento, votarono Sì il 40,7 per cento. Così il divorzio fu messo in salvo.

Abbracci e brindisi in via Solferino

Difficile dimenticare la notte del 14 maggio nella redazione del Corriere della Sera, quando il direttore Piero Ottone entrò nello storico Salone Albertini – dove lavoravano i redattori delle sezioni Interni ed Esteri – per annunciare che, nonostante lo spoglio delle schede fosse ancora in corso, i No erano in tale vantaggio che il risultato era ormai sicuro. L’austero palazzo di via Solferino 28 fu scosso da un’esplosione di gioia, grida, risate, abbracci, brindisi. In quell’attimo avemmo la sensazione di essere finalmente entrati nella modernità.

Proprio così, quel giorno entrammo a far parte dei Paesi in cui il divorzio era un diritto, ma lo conquistammo con un ritardo di circa 3.300 anni rispetto a un atto giuridico di divorzio inciso in cuneiforme babilonese su una «tavoletta» di terracotta scoperta dagli archeologi negli anni Cinquanta del secolo scorso, negli archivi reali dell’antica città di Ugarit, sulla costa settentrionale della Siria. Una di quelle scoperte archeologiche che hanno una singolare forza di suggestione proprio per capacità di illuminare il microcosmo di una singola vicenda umana, come un matrimonio interdinastico finito in tragedia.

La strana accusa del mal di testa

La tavoletta che decreta il più antico divorzio conosciuto ha le dimensioni di un cellulare (cm 14,2x8,8), è databile a circa il 1250 avanti Cristo e porta impresso il sigillo di Tudhaliya IV, sovrano di Khatti, cioè del regno ittita, esteso in gran parte dell’Anatolia (Turchia), sotto la cui sfera di influenza c’erano due regni minori dell’attuale Siria: Ugarit, porto sulla costa settentrionale del Mediterraneo, e Amurru, situato nella zona montana; entrambi dipendevano direttamente dal re di Karkemiš, principale referente degli Ittiti per l’area siriana. Questa situazione politica spiega l’esistenza di una quindicina di frammenti di tavolette che si scambiarono i sovrani degli Stati vassalli e il Grande Re ittita.

Il decreto di divorzio tra Ammishtamru II, re di Ugarit, e una «figlia di Bentešina», re di Amurru, presenta una singolare anomalia: la principessa non è indicata col suo nome proprio, e la stessa assenza si nota negli altri scritti che la riguardano. Eppure non era certamente un personaggio minore della nobiltà del tempo poiché, oltre a essere una principessa degli Amorrei, la ormai ex moglie del re di Ugarit era anche nipote del re di Khatti, lo stesso sovrano ittita che decretò il divorzio interdinastico. Nonostante questo, è passata alla storia senza nome proprio: un silenzio anagrafico spiegabile solo alla fine della storia.

Ecco in sintesi la traduzione del decreto reale: «Davanti al Mio Sole, [io] Tudhaliya, il Grande Re di Khatti [dichiaro che] Ammishtamru II, re di Ugarit, prese in moglie la figlia di Bentešina, re di Amurru, ma lei ha cercato di fargli venire il mal di testa [sic!]. Perciò il re di Ugarit ha divorziato da lei. Per sempre».

Le regole per l'erede designato

Seguono indicazioni sulla divisione dei beni tra i due divorziati, poi il testo prosegue per occuparsi del loro figlio. «Utri-Šarruma è l’erede designato a regnare su Ugarit, ma se dirà: “Andrò dietro a mia madre”, dovrà deporre la sua veste sul trono [cioè lasciare i suoi beni mobili - N.d.R.] e andarsene. Allora Ammishtamru nominerà un altro suo figlio come principe ereditario».

Il testo prende in considerazione anche l’eventualità che il principe diseredato torni a reclamare diritti in caso di morte di suo padre: «Se il re di Ugarit andrà incontro al suo destino e Utri-Šarruma prenderà sua madre e la riporterà a Ugarit come regina madre, Utri-Šarruma dovrà deporre la sua veste sul trono e andarsene dove vorrà. Allora sarà il re degli Ittiti a nominare re di Ugarit un altro dei figli di Ammishtamru e la figlia del re Bentešina non solleverà alcuna richiesta riguardo ai suoi figli, alle sue figlie e ai suoi generi. Sono tutti sudditi del re di Ugarit. Se nel tempo a venire la figlia di Bentešina avanzerà pretese, questa tavoletta prevarrà su di lei».

In occasione della prima pubblicazione della tavoletta del divorzio (nel 1956), Claude F.A. Schaeffer, l’archeologo francese traduttore del testo, fece notare che «l’unica accusa rivolta dal re di Ugarit alla moglie era quella di “avere cercato di causargli un mal di testa”, la cui esatta interpretazione era così difficoltosa da ipotizzare che dietro quelle parole vi fosse qualcosa che aveva creato al re un grave imbarazzo politico o privato. «Per dirla in termini moderni – aggiunse l’archeologo – potremmo parlare di incompatibilità. Ma qualunque sia stata la ragione, ha causato al re abbastanza mal di testa che ha divorziato da lei».

I documenti trovati negli archivi

Parole profetiche quelle del professor Schaeffer, perché nei decenni successivi negli archivi dei diversi Stati coinvolti nella vicenda del divorzio furono ritrovati quindici documenti, tra atti giuridici e lettere confidenziali, che paiono giustificare – non dal punto di vista clinico – il forte mal di testa di Ammishtamru e la sua decisione di divorziare dalla moglie indicata come «figlia del re Bentešina» e in qualche caso «figlia della Grande Signora», in riferimento a sua madre Gassuliyawiya, principessa ittita moglie del re Bentešina. Un silenzio non casuale che fa ipotizzare una damnatio memoriae senza appello. Ma di quale «Grande Colpa» si sarebbe resa responsabile questa principessa tanto blasonata per essere esiliata «per sempre» e costretta a tornare ad Amurru, sua terra d’origine?

Un puzzle scomparso da millenni

Come abbiamo detto, i documenti ritrovati successivamente alla tavoletta del divorzio sono frammenti sparsi di un carteggio certamente più ampio che non ci è pervenuto. Gli stralci che seguono paiono tessere disperse di un puzzle scomparso da millenni e non permettono di ricostruire chiaramente l’evolversi della vicenda, ma lasciano intuire la complessità della situazione e la gravità della crisi internazionale che provocarono. Fino al tragico epilogo.

Secondo alcuni esperti di cuneiforme babilonese, i termini utilizzati per indicare il reato di «Grande Colpa» portano a concludere che si sia trattato di adulterio, ripetuto nel tempo e con amanti diversi. Questa notizia e altre ancora più sconcertanti – se non enigmatiche – compaiono in due scritti di Ini-Teshub, re di Karkemish, che sembrano destinati al re degli Ittiti. Il primo dà notizia dell’isolamento della principessa divorziata: «Ammishtamru re di Ugarit ha cacciato la sua sposa e l’ha mandata ad Amurru, dal re Šaušgamuwa, [successore di Bentešina]. Lui l’ha mandata in un’altra città, lei non dovrà presentarsi né parlare al re ed egli non dovrà consentire che lei torni a Ugarit. Se tutto questo non verrà rispettato questa tavoletta avrà le meglio su di lui».

Le accuse alla donna

Nel secondo scritto, Ini-Teshub riferisce dell’esistenza di un accordo tra il re di Ugarit e quello di Amurru: «…che ha inviato emissari e soldati per prelevare la principessa esiliata» [dalla città dove era nascosta? N.d.R.]». Il testo continua con accuse circostanziate sul comportamento della donna e rivela un ripensamento apparentemente inspiegabile del suo ex marito: «Ammishtamru meditava di andare dietro a sua moglie per riprendersela, ma il popolo dice: perché la vuoi riprendere? Quando tu eri lontano dal palazzo, quando marciavi verso Karkemiš, la figlia della Grande Signora rideva [ovvero, si divertiva e ti tradiva ripetutamente - N.d.R.] con i servi e con i Grandi Signori. Il re di Amurru ne faccia quello che vuole. Se il re di Ugarit, i suoi figli o i suoi nipoti cercheranno di riprenderla dovranno pagare al re di Amurru sette talenti». Quasi 12 chilogrammi d’oro.

La situazione sembra sempre più tesa e ingarbugliata tanto che, in alcuni casi, è difficile capire chi scrive a chi. Intanto da Hattusa, capitale degli Ittiti, arrivavano messaggi perentori: «Si vieta al re di Amurru di opporre resistenza alle navi e ai soldati che Ammishtamru manderà a riprendere sua moglie». Ma alla fine i tentativi del re di Ugarit di riavere con la forza l’ex moglie fallirono, e il re dovette versare il riscatto, senza però riuscire a farsi consegnare l’adultera.

Il nuovo re di Amurru, Šaušgamuwa – fratello dell’adultera – la fece imprigionare e lo comunicò al re di Karkemiš, il quale scrisse al re di Ugarit: «Riguardo al caso di tua moglie, questa donna ha prima commesso gravi mancanze contro di te e contro di me, ha detto parole che non erano buone. È proprio per te che ho scritto al re di Karkemiš e questa donna l’ho trattenuta qui».

A quel punto intervenne il re ittita Tudhaliya che inviò ad Ammishtamru un terribile ultimatum: «La figlia della Grande Signora è responsabile di una Grande Colpa nei tuoi confronti. Fino a quando io dovrò continuare a sorvegliare chi si è macchiata di gravi colpe verso di te? Ecco dunque la figlia della Grande Signora, la colpevole verso di te: prendila e fanne quello che vuoi. Se ti va uccidila. Se ti va gettala in mare. Oppure fai quello che vuoi della figlia della Grande Signora».

La condanna a morte

Dopo quelle parole, il re di Amurru consegnò l’adultera al marito che la riportò a Ugarit, ma non per reintegrarla nel suo ruolo di moglie, bensì per ucciderla. Come prevedeva la legge ittita in rari casi, tra cui la «Grande Colpa» di adulterio.

Il Grande Re ittita emanò un ultimo decreto vietando al re di Ugarit di scegliere come successore un figlio nato dal suo matrimonio con la figlia del re Bentešina, perché avrebbe potuto diventare un soggetto pericoloso dopo l’uccisione della madre. Infine decretò con un tocco di humor nero che il caso era chiuso: «poiché la figlia della Grande Signora è scomparsa». Nel nulla e senza nome.

Rimane da capire perché in un primo momento l’adultera fu condannata all’esilio, mentre gli sviluppi successivi al decreto di divorzio portarono di fatto a una condanna a morte. Sono state avanzate diverse ipotesi, ma quella che meglio si adatta al succedersi degli eventi è quella che prende in esame la diffusione della notizia del vero tipo di reato. Inizialmente l’adulterio fu tenuto segreto per evitare il grave danno d’immagine che avrebbe comportato per il re di Ugarit. Inoltre, trattandosi di un matrimonio interdinastico, la pena capitale non avrebbe potuto essere inflitta automaticamente, anche perché i rapporti politici col regno di Amurru sarebbero stati seriamente compromessi. Per questo la natura del reato fu nascosta dietro la formula «la principessa causa preoccupazione» al reale marito.

Solo quando i nobili di Ugarit rivelano ad Ammishtamru il comportamento della moglie durante le sue assenze, diventò evidente che la principessa era accusata di «Grande Colpa» – cioè adulterio –, e la notizia era ormai di pubblico dominio in tre diversi Stati. La reazione del sovrano scattò immediatamente coi tentativi, poi riusciti, di riprendere la moglie adultera: per ucciderla e salvare così il proprio onore. In sostanza, la fine della principessa siriana «senza nome» ricorda da vicino il classico «delitto d’onore», cancellato dal codice penale italiano soltanto il 5 settembre 1981.

Viviano Domenici

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