Condanna
Un processo nel processo. Con una causa per stalking a carico di madre e figlia dalle cui «fasi tecnologiche» ne nasce un'altra per diffamazione. Un processo che vede un 54enne entrare in scena da perito informatico dell'accusa per poi sedere al banco degli imputati, il pm Andrea Bianchi chiamato a testimoniare e Daniele Carra (difensore delle due donne a giudizio per atti persecutori) non più nella toga di avvocato difensore ma nelle vesti di parte civile, assistito dalla collega Giulia Alfieri. Quando si dice un cambio generale delle prospettive.
All'origine della singolare vicenda, le questioni legate all'estrazione della copia forense di due smartphone e due pc sequestrati alle donne accusate di aver perseguitato una ragazza «rea» di aver rubato il fidanzato alla più giovane. Al conferimento dell'incarico, il 20 dicembre del 2019, Carra chiese al pm la possibilità di ottenere dal suo perito una copia del suo lavoro e di concordare l'inizio delle operazioni con lui. Richieste accordate verbalmente da parte di Bianchi, ma non accolte nei fatti non dal suo perito, che sostenne di volersi mantenere alla lettera al verbale di conferimento dell'incarico (nel quale non si accennava a questa possibilità). Vane, per il collega nominato dalla difesa, le successive domande di ottenere la copia forense del contenuto dei supporti «indagati». Così, tre settimane dopo, Carra arrivò a chiedere al pm una formale istanza di autorizzazione.
La questione parve risolversi il giorno seguente, con la risposta di Bianchi: sarebbero state date istruzioni al consulente. Nonostante questo, non ci fu alcuna apertura: e le quattro relazioni scritte previste dall'incarico furono disponibili in cancelleria solo dal 21 febbraio. Fine della storia? Tutt'altro.
Nelle quattro relazioni, il perito del pm aveva riferito (nell'incipit, ribadendolo in chiusura) di circostanze che a suo dire sarebbero state tali da intralciare o alterare il suo modus operandi «per fini personali, mediatici o di altra natura». Tirando in ballo non solo l'avvocato e il suo perito, ma anche due ufficiali di polizia giudiziaria, per poi «rimettersi» a Bianchi. A quel punto, l'avvocato - che tra l'altro in quel periodo ricopriva anche un ruolo istituzionale, da presidente della Camera penale - decise di sporgere querela, chiedendo la condanna del consulente al risarcimento simbolico di un euro.
La causa avrebbe potuto costare anche meno: a Carra sarebbero bastate le scuse, per chiuderla lì. Ma quelle parole il perito ha rifiutato di pronunciarle fino all'ultima udienza. Il pm Elena Riccardi ha chiesto a carico dell'imputato 400 euro di multa; il giudice Francesco Guerino Gatto ritenendo il 54enne colpevole di diffamazione aggravata (dal fatto di aver recato l'offesa in un atto pubblico) ha stabilito che la multa sia di 550 euro, condannando il perito anche al pagamento delle spese processuali e al rimborso dei costi sostenuti da Carra per la costituzione di parte civile. Infine, l'euro di risarcimento, la cifra più ingente dal punto di vista morale.
Roberto Longoni
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