Il caso
Per poter dire di essere stato assolto, ha dovuto aspettare più di dodici anni. Un «limbo» che assomiglia più a un inferno. Dopo che la motivazione dell'ultima sentenza è stata depositata, la sua vicenda, non unica in Italia, viene riassunta dal suo avvocato, Ernesto Calistro, del Foro di Parma.
I fatti risalgono al luglio 2010. Il cliente (di cui, come degli altri protagonisti, non si forniscono nomi o particolari utili a identificarli) del legale viene informato che una giovane donna l'ha querelato per molestie sessuali che «sarebbero avvenute a Parma durante un turno di lavoro». L'uomo respinge ogni accusa affidandosi immediatamente all'avvocato parmigiano. «Nel frattempo viene convocato dal suo datore di lavoro - prosegue - che lo sospende dal servizio. Lui però dimostra, attraverso immediate indagini difensive, che quel giorno, a quell'ora, aveva incontrato casualmente due giovani donne, una delle quali, mai vista né prima né dopo, dopo aver scambiato qualche battuta con lui, gli aveva lasciato un biglietto con il suo numero di telefono. Un elemento che si rivelerà fondamentale» spiega l'avvocato. Così come puntualizza che «tra le due querele della donna, la prima ai carabinieri e la seconda alla procura di Parma, c'erano delle contraddizioni».
Si arriva, comunque, per i tempi della giustizia, piuttosto rapidamente al giudizio davanti al gup del tribunale di Parma, nel maggio 2012, non prima che l'imputato avesse sporto denuncia («poi frettolosamente archiviata» commenta l'avvocato) per calunnia. «Il giudice - riprende Calistro -, dopo aver sentito le due giovani donne, assolve l'imputato perché il fatto non sussiste. Ma la procura generale di Bologna fa appello contro la sentenza». Nel 2013 si arriva al processo di appello nella città felsinea dove «si ridiscute tutto ripartendo da zero». Esito: ribaltata la sentenza di assoluzione con l'imputato che viene condannato a due anni di reclusione per aver commesso il fatto. Contro la sentenza la difesa ricorre per Cassazione e la Corte nel novembre 2014 annulla la sentenza di condanna con rinvio ad altra sezione della Corte d'appello «sostenendo che la valutazione diversa della corte dell'appello era stata effettuata senza aver sentito di nuovo le fonti di prove, in questo caso le due testimoni».
«Il problema è questo - continua l'avvocato -: la sentenza della Cassazione è del 2014 e la motivazione viene depositata nei primi mesi del 2015. Da allora il protagonista della vicenda è un imputato assolto, ma ha sulla testa ancora una spada di Damocle, dal momento che c'è un procedimento in corso». L'uomo rimane così in questo «limbo» fino al luglio 2022, quando viene fissato nuovamente il processo di rinvio. Ma l'accento è sulla situazione più che mai difficile in cui, in questi anni, si è trovato.
«Dopo un primo periodo di sospensione - spiega -, lui sposato e con un figlio a carico, ha perso quasi totalmente lo stipendio. Per non rimanere in quella situazione di indigenza, ha dovuto licenziarsi e trovare un altro impiego. Una condizione che lo ha portato, oltre che a uno stato di fortissimo stress personale, anche alla separazione dalla moglie. Inoltre, ha avuto serissimi problemi di salute culminati in un ictus cerebrale».
Dunque, nel luglio 2022 viene finalmente iniziato il processo di rinvio d'appello a Bologna dove, trascorsi altri mesi, «vengono sentite le due testimoni chiave e viene ribadita la sentenza di assoluzione in primo grado perché il fatto non sussiste. Però sono passati dodici anni e mezzo. La sentenza - rimarca Calistro - dice, dunque, che questo fatto non è accaduto». Ma la «notizia» non è solo questa. «Prima di tutto - conclude l'avvocato -, come si dice in ambito forense, il processo, anche quando finisce bene, è sempre una pena. Ma un processo che dura dodici anni, in casi delicati come questo, dove uno passa da assolto a condannato ad annullato e riassolto, è un incubo. Che può stravolgere la vita. Il mio cliente nel frattempo ha cercato di rifarsi un'esistenza, ma via da Parma». Malagiustizia? «Su questo non mi esprimo - conclude -. Piuttosto non posso non riflettere anche sul fatto che, a volte, la sorte dei processi è molto legata al caso o a dettagli. Se non ci fosse stato quel provvidenziale bigliettino, l'esito forse sarebbe stato differente».
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