L'intervista
Laura c'è. E non ha affatto paura del ring, né dei (pre)giudizi della gente. Tu la guardi e pensi che davvero una donna possa riuscire a fare mille cose, senza trascurarne una sola. Ricaricando automaticamente le pile. Lavoro, famiglia e... pugilato. Con il sogno, ormai alle porte, del primo incontro ufficiale, da Élite nella categoria 60 kg.
Laura Parisi, parmigiana, tesserata con l'Asd Pugilistica Kid Saracca, a 36 anni debutterà nella sua città il prossimo 14 luglio al «Memorial Mauro Azzali». Ha uno sguardo magnetico, Laura. Che dice tutto. I suoi occhi brillano ben prima che lei, superata l'emozione della prima intervista, possa sciogliersi in un sorriso. «Non pensavo che la mia storia potesse essere interessante per la Gazzetta di Parma» dice. «Di me, generalmente, parlo pochissimo. Ma se farlo potrà servire ad avvicinare anche solo una donna o una ragazzina al ring, questo mi renderà orgogliosa».
Come ha iniziato a fare pugilato?
«Sono sempre stata una sportiva: dopo quindici anni dedicati alla pallavolo, ho cominciato a frequentare una palestra per tenermi in forma. Lì c'era un personal trainer che nei circuiti aveva inserito alcuni elementi di boxe, come il sacco. Erano nozioni base, ma notavo che mi facevano stare bene».
E allora?
«Un anno e mezzo fa sono diventata mamma di un bambino, Leonardo. Un evento che ha cambiato, naturalmente in meglio, la mia vita. Gli impegni si sono moltiplicati. Ma il pensiero della boxe, non so perché, continuava a bussare alla mia porta. Due mesi dopo la nascita di mio figlio, ho rotto gli indugi: mi sono ritrovata qui al palazzetto, con Matteo e Zied (Azzali e Ouerghi, tecnici della Kid Saracca, ndr). Sono due persone meravigliose, che continuano a dedicare tante ore del loro lavoro in palestra alla mia preparazione».
Quando ha capito che dall'attività amatoriale avrebbe potuto aspirare ad un vero incontro?
«È una consapevolezza che maturi nel tempo, via via che impari ad affrontare i tuoi limiti, ad acquisire certezze. La fiducia di chi ti sta attorno, certamente, incide: ricordo una frase di Matteo Azzali, durante uno dei miei primi allenamenti...».
Cosa le disse?
«Fu perentorio: “Da questo momento ti allenerai con i pugili, sei troppo avanti”. Parole che non dimenticherò mai».
Chi pratica la boxe, pur senza necessariamente velleità di carriera, asserisce che è una valvola di sfogo. Per Laura, invece, cosa rappresenta?
«Il pugilato mi completa, mi restituisce un equilibrio interiore. Rispetto ad uno sport di squadra, come può essere la pallavolo, è chiaramente un altro mondo: qui ci sei solo tu e il ring».
E questo l'ha mai spaventata?
«Certo. E non ho alcuna difficoltà ad ammetterlo. Anche chi fa pugilato è un essere umano, con le sue fragilità. L'impatto col ring è durissimo. Ma quando ci sei sopra, la voglia di metterti in gioco e di vivere una sfida con te stessa, ti permette di andare oltre».
In famiglia come hanno accolto questa sua scelta di fare sul serio?
«Luca, il mio compagno, mi ha subito assecondata: del resto è anche lui ama lo sport, gioca a calcio in Prima Categoria. Mamma, invece, si è mostrata più dubbiosa: ha paura che mi possa far male. E la capisco. Perché adesso sperimento tutti i giorni sulla mia pelle quel continuo senso di protezione che una madre riversa sui figli».
Laura, nell'immaginario collettivo il pugilato viene visto come violento. Lei che ne pensa?
«Un luogo comune, che non ha un minimo di aderenza con la realtà. Basterebbe venire in palestra, una sola volta, per comprendere quanta disciplina, autocontrollo e rispetto per gli altri ci siano, nella boxe. Sono solo stereotipi. Come quando si dice che ti romperai il naso o che il pugilato non sia un affare per donne: pregiudizi che vanno sradicati. Salendo sul ring, nel mio piccolo cerco di combatterli. Il miglior alleato è la testa. Perché nel pugilato servono fiato, gambe, cuore. Ma il valore aggiunto, che fa la differenza, è dato dalla solidità mentale».
Mi dicono che lei, in allenamento, riesce a dare del filo da torcere persino agli uomini.
«Cerco di farmi valere, di migliorarmi. Capita di fare i guanti con Failla e Scardina, due ragazzi che hanno già una certa esperienza. Con me è chiaro che loro controllino i colpi, ma è un confronto che mi aiuta e mi diverte».
Come lo immagina il suo debutto?
«Sono giorni di attesa, questi. Penso al mio bimbo che verrà a vedermi: è ancora piccolo, ma vorrei comunque trasmettergli qualcosa. Sostenere un confronto a 36 anni, quando la maggior parte delle pugilesse inizia a 16-17, fa uno strano effetto. Non so cosa succederà dopo il 14 luglio. Ma di sicuro questo è il mio sogno. E voglio viverlo fino in fondo».
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