INTERVISTA
Ruben Razzante
Professor Razzante, partiamo dal titolo, I (social) media che vorrei: come sono i social media che vorrebbe lei? Nel libro pubblica un saggio sul decalogo dei suoi desideri.
«Nel mio “decalogo” provo a offrire un contributo all’accensione della luce nella caverna digitale, all’individuazione degli interruttori che possono guidare Stati, organizzazioni, imprese, famiglie, cittadini nell’utilizzo sapiente degli strumenti digitali, mettendoli al servizio della crescita individuale e comunitaria. I (social) media che vorrei sono social che offrono un controllo completo sulla privacy dell’utente e sono social regolamentati in modo efficace per evitare abusi e manipolazioni, senza sacrificare la libertà d’espressione. Inoltre, un social media ideale potrebbe investire nella formazione degli utenti per promuovere un uso responsabile e consapevole della piattaforma».
Un tema caro a noi giornalisti è quello dell’informazione di qualità e del contrasto alle fake news. Qual è la situazione e cosa si può fare?
«Oggi il contrasto alle fake news richiede una combinazione di sforzi da parte delle piattaforme digitali, dei giornalisti, delle istituzioni educative e dei cittadini stessi. È necessario affinare sempre più i criteri di trasparenza nella verifica dei flussi informativi e nella rendicontazione ai cittadini degli interventi effettivamente attuati in difesa dei contenuti autentici e verificati, dando un contributo fattivo alla realizzazione di un ambiente digitale più attento alla qualità dei contenuti. Un punto qualificante della strategia di contrasto alla disinformazione è sicuramente la riduzione degli incentivi finanziari per i fornitori di informazioni false e fuorvianti (demonetizzazione)».
Il libro è un “coro” di opinioni. Ha chiesto saggi a autorevoli rappresentanti di mondi molto diversi tra loro. Che sintesi ne viene fuori, secondo lei?
«Con questo libro ho inteso realizzare una sorta di manifesto per il futuro della Rete. Con impegni precisi da attuare. Sono profondamente convinto che solo un coro polifonico rappresentativo di tutte le anime e identità che popolano l’ecosistema mediale possa offrire ai decisori istituzionali un’analisi non superficiale per valutare possibili interventi legislativi e nuove linee guida finalizzate a governare al meglio gli urti dei cambiamenti indotti dalla digitalizzazione. La multidisciplinarità che anima questa pubblicazione richiama l’idea di scrivere tutti insieme le regole, con una visione prospettica che guarda al futuro della democrazia della Rete in modo costruttivo e inclusivo».
Sul giornalismo – sul diritto all’informazione di qualità e sull’etica del giornalismo – ha chiesto di intervenire al sottosegretario all’Informazione e all’editoria, Alberto Barachini, e al presidente dell’Ordine dei giornalisti, Carlo Bartoli. Lei come “legge” le trasformazioni in atto?
«Sicuramente la digitalizzazione ha rivoluzionato il giornalismo, rendendo più accessibile l'informazione, ma allo stesso tempo ha introdotto sfide come la proliferazione delle fake news. Il diritto all'informazione di qualità si scontra con la sovrabbondanza di contenuti online. Ciò solleva la questione dell'etica giornalistica anche tra gli utenti comuni, che ora condividono notizie e informazioni online. I saggi di Alberto Barachini e Carlo Bartoli affrontano in maniera esaustiva questi temi».
Altro argomento di stretta attualità: l’intelligenza artificiale. Lei sostiene che sia utile se fa crescere l’umanesimo digitale. Come?
«L’uso indiscriminato dell’intelligenza artificiale può portare a una serie di problemi sociali e culturali, tra cui l’isolamento sociale, la dipendenza dai dispositivi e la mancanza di privacy. L’umanesimo digitale cerca di affrontare queste sfide promuovendo l’importanza della cultura umanistica nel contesto digitale, incoraggiando la riflessione critica sulle implicazioni sociali e culturali delle tecnologie digitali, e promuovendo un uso responsabile e consapevole delle stesse».
In generale, l’ecosistema digitale, ormai da anni, sta crescendo a dismisura, tra luci e ombre. Il Presidente Mattarella, per esempio, ha recentemente lanciato un appello ai giovani, perché usino i social con equilibrio e intelligenza, senza mai rinunciare alle relazioni personali. È solo uno dei tanti pericoli. Quali sono quelli che le fanno più paura?
«Alcuni dei pericoli che mi preoccupano di più includono la diffusione incontrollata di notizie false e fuorvianti, la crescente raccolta di dati personali da parte delle aziende digitali, la minaccia di cyber attacchi, la manipolazione dell'opinione pubblica attraverso la diffusione mirata di contenuti politici o propagandistici, il bullismo online, la dipendenza dai social media, la concentrazione del potere nelle mani di alcune aziende digitali giganti, il divario digitale. È importante affrontare questi pericoli con una combinazione di regolamentazione efficace, alfabetizzazione mediatica, etica digitale e responsabilità individuale».
Altro tema molto delicato: la protezione dei dati. Nel libro se ne occupa il Garante della privacy, Pasquale Stanzione. Come giudica il «capitalismo delle piattaforme» di cui parla?
«Il saggio del Presidente Stanzione solleva importanti preoccupazioni riguardo alla sicurezza dei dati e alla potenziale concentrazione di potere nelle mani di poche grandi aziende tecnologiche. Il “capitalismo delle piattaforme” è un’espressione che evidenzia efficacemente queste criticità».
La cybersicurezza è una priorità assoluta: per gli individui, le aziende e i governi. Che fare?
«Gli individui dovrebbero essere istruiti sulla cybersicurezza, imparando a identificare le minacce comuni come phishing, malware e truffe online; le aziende dovrebbero stabilire regole di sicurezza informatica chiare e farle rispettare da tutti i dipendenti e i governi dovrebbero sicuramente adottare pratiche e politiche solide per contribuire in modo significativo a mitigare le minacce e proteggere i dati dei cittadini».
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