Tribunale
Anziché a scuola, dove andava Anna con lo zaino zeppo di libri e quaderni? Al bar, in giro per la città, al parco con le amiche o con un ipotetico ragazzo? Niente di tutto questo. Anna (il nome è di fantasia) si rifugiava in chiesa a pregare o ad ascoltare messe: molto più rassicuranti per lei i banchi tra le navate che quello in aula, testimone di troppe e ripetute assenze e di presenze spesso accompagnate da voti poco confortanti.
Meglio interrogare il Signore nella propria lingua che essere lei stessa sulla graticola delle domande del prof di turno, alle prese con un italiano con il quale lei, da poco arrivata dall’Africa subsahariana, non aveva ancora preso le misure. L’ispirato «fogone» è durato fino a quando la madre della ragazza un bel giorno non l’ha pedinata, scoprendola, per poi accoglierla a cinghiate al rientro. Frustate che hanno lasciato segni ben più profondi degli ematomi sulla pelle.
Era il gennaio del 2021: Anna aveva compiuto i 17 anni un paio di settimane prima. Da poco aveva raggiunto a Parma la giovanissima madre, allora 34enne, immigrata anni prima in Italia. Il periodo era ancora quello della pandemia, con la Didattica digitale integrata: un po’ in presenza e un po’ al computer per gli studenti a casa. Fu proprio durante una di queste lezioni che un’insegnante si rese conto dello strano comportamento della ragazza. Un paio di domande, e fu chiaro che si dovesse cercare di capire che cosa ci fosse dietro i suoi lunghi silenzi e il suo sguardo incupito.
La docente riferì al preside che a sua volta informò la Procura: con l’aiuto di una psicologa, Anna venne ascoltata in forma protetta. Lei non dimostrò alcun astio nei confronti della mamma (memore del comandamento di onorare il padre e la madre): raccontò sia aspetti positivi che negativi (e qui entra in scena il comandamento di non dire falsa testimonianza). Fin da subito fu considerata attendibile. La stessa impressione la ragazzina la diede anche nell’incidente probatorio, dove cercò di sminuire le violenze subite dalla genitrice.
Ma non bastò a evitarle il rinvio a giudizio: la mamma è finita a processo con l’accusa di abuso dei mezzi di correzione. È dal 1991 che se ne parla, quando il nostro Paese recepì la convenzione dell’Onu del 1989 con la quale si ripudia qualunque forma di violenza nell’educazione dei minori. Solo così, si spera, si può provare a rendere il mondo un luogo più pacifico. «Anche uno sculaccione è un reato» ha sottolineato il pm Laila Papotti nella propria requisitoria, prima di chiedere tre mesi di reclusione a carico della madre della ragazza durante il giudizio per rito abbreviato. Il giudice Alessandro Conti ha condannato la donna a un mese, con pena sospesa e non menzione. E lei, Anna? Ha già perdonato. Lo sapeva. E nei suoi «fogoni mistici» deve averlo ripassato a dovere.
Roberto Longoni
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