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IL CASO

Il video hot di un'amica di Parma finisce in rete: a processo ex calciatore del Sassuolo

Il video hot di un'amica di Parma finisce in rete: a processo ex calciatore del Sassuolo

29 Novembre 2023, 03:01

«Mandami un video un po' sexy». Un messaggio WhatsApp per esprimerle il suo desiderio. Lui, allora, una promessa del calcio. Lei, una giovane ragazza, con casa a Parma, che aveva già dovuto dribblare qualche difficoltà nella vita. Si erano conosciuti tre anni prima e ogni tanto uscivano insieme, senza nessuna promessa d'amore eterno. Ma Anna (la chiameremo così) aveva scommesso su quel ragazzo. «Mi ero innamorata», ha sottolineato nella querela. Già, perché quel video che le aveva chiesto è poi finito in rete, sui profili Facebook di una marea di persone. E lui - Raman Chibsah, 30enne, ghanese, due stagioni al Sassuolo dal 2012 al 2014 e ora in serie D alla Caratese - è finito sotto processo per diffamazione. Un video diffuso nell'aprile del 2019, a meno di tre mesi dall'entrata in vigore della norma sul «revenge porn» contenuta nel Codice rosso, che prevede pene fino a 6 anni, mentre la diffamazione non aggravata, come in questo caso, non può andare oltre un anno.

Anna l'ha ripetuta, ieri, la sua storia, in un'aula di tribunale, nel primo giorno di processo, davanti al giudice Cristina Pavarani e al pm Massimiliano Sicilia, oltre che a Michele Cammarata, difensore d'ufficio del calciatore. Ha distillato i ricordi tra dolore e imbarazzo. Aveva conosciuto Chibsah, grazie a un amico, quando lui giocava nel Sassuolo. Con il suo trasferimento al Frosinone, nel 2015, gli incontri si erano diradati, ma avevano continuato a sentirsi, anche in video chat. E nel 2018 lui si era fatto avanti con la sua richiesta inattesa: avrebbe voluto che lei si riprendesse in atteggiamenti sexy e poi le inviasse le immagini.

Si fidava, Anna. Ma forse temeva anche che un no l'avrebbe allontanato da lei. «Così feci un video hard di circa 50 secondi in cui mi si vedeva completamente nuda e glielo inviai tramite WhatsApp. Ma poi gli raccomandai di non conservarlo nel suo smartphone e chiaramente di non condividerlo con nessuno», aveva spiegato davanti agli agenti della polizia postale.

Lei e Chibsah si vedevano sempre meno, vivendo ormai distanti, ma il 29 aprile 2019 sul telefonino di Anna compare quel video di cui si era quasi dimenticata. Arriva via WhatsApp dal numero di Chibsah, con tanto di messaggio inquietante allegato: «Aspettalo su Facebook».

Anna era disorientata. Faceva fatica a capire cosa stesse accadendo, ma temeva qualcosa di terribile. Gli aveva scritto di «smetterla», eppure continuava a ricevere messaggi. Il giorno successivo era arrivata anche la minaccia: «Ti vedranno insieme a persone moleste con foto nude che non conosci», gli aveva scritto. E poco dopo lei aveva capito il significato di quelle parole, perché amici e parenti avevano cominciato a chiamarla per dirle che il suo video circolava su Facebook.

La sedia dell'imputato, ieri, in udienza, era vuota. «Sto cercando da qualche tempo di contattarlo», si limita a dire l'avvocato Cammarata. Chibsah si era fatto vivo con Anna, nel maggio 2019, dopo un paio di giorni dalla diffusione del video, giustificandosi a suo modo: «Mi dispiace tanto, non è colpa mia, ma mi hanno rotto il vetro dell'auto e rubato il telefonino». Eppure, non aveva fatto alcuna denuncia per il furto. Ma era tornato alla carica qualche settimana dopo. Tramite un amico comune, aveva fatto avere ad Anna 1.200 euro. Era stata lei stessa a parlarne ai poliziotti durante la denuncia: «Ne avevo bisogno, perché sono sola con una figlia piccola, ma dopo quella volta ho rifiutato ogni aiuto». E ieri si è presentata al processo. Più forte di ogni ritrosia.

Georgia Azzali

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