Memorie
Pione, località a 8 km da Bardi: case sparse, una chiesa, un circolo Acli, un ufficio postale aperto il mercoledì, un albergo chiuso. Sulla strada verso Santa Giustina, passato il rio Porcellana, si affaccia un imponente edificio, avvolto da un’aura fascinosa, da tempo abbandonato.
È l’antico palazzo comunale, custode di tante storie. Il “palazzo” ospitò la sede del Comune di Boccolo dei Tassi, che comprendeva Boccolo, Cassimoreno, Monteregio, Pione, Ponteceno e Santa Giustina.
Pione fu scelto come sede municipale per la sua posizione privilegiata, al centro dell’area tra val Dorbora, val Lecca e val Ceno.
All’istituzione delle province, i Comuni di Boccolo e Bardi furono inseriti in quella di Piacenza fino al 1923 quando passarono alla provincia di Parma. Nel 1926 il Comune di Boccolo assunse il nome di Pione ma nel 1927 fu soppresso e il suo territorio smembrato tra Piacenza (Cassimoreno e Monteregio) e Parma (Boccolo, Pione, Ponteceno e Santa Giustina). Al “palazzo”, divenuto proprietà del Comune di Bardi, arrivò agli inizi degli anni ‘30 Carlo Bertolucci, la guardia municipale che da qualche tempo prestava servizio nel capoluogo. In quegli anni, racconta il figlio, Renato Bertolucci, classe 1931, «il palazzo ospitava l’ufficio postale, l’ambulatorio medico, la scuola, le maestre e la nostra famiglia». Carlo Bertolucci e la moglie Luisa Spaggiari, arrivati con tre figli – Gianni, nato a Parma; Giovanni e Renato, nati a Bardi – al palazzo ne concepirono altri quattro: Angelo, Romano, Mariastella e Giovanna. «A Pione, nonostante i tempi difficili, siamo stati bene – racconta Renato -. La gente era buona e ci ha aiutati quando mio papà è tornato ferito dalla guerra ed è morto». Ricorda quei giorni anche Dorina Rolleri, nata nel 1930 a Cremadasca. «Il palazzo era stato costruito da un mio avo, don Bartolomeo Rolleri, per ospitare un convento che non fu mai aperto. Io andavo a scuola là; ero in classe con Renato, il figlio della guardia».
Un’inquilina è stata anche Franca Uggeri, classe 1948: «Sono nata nel palazzo perché mia madre era ufficiale postale. Abitavamo là in tanti. Poi lei è stata trasferita a Ponteceno di Bedonia per un anno. Ho finito le elementari a Pione; non abitavo più nel palazzo ma in una casa nuova dove c’era anche la posta». La sua coetanea Carla Boraschi è stata un’altra alunna del palazzo. «Andavo a scuola a piedi dai Filippini, c’erano due pluriclassi per i bambini e le bambine di tutta la zona. Le maestre, Tina Trombi e Marianna Boccacci, abitavano lì e anche il dottor Bonardi e le guardie forestali».
Sono dell’ultimo periodo i ricordi di Gabriella Cavozza, maestra in pensione nata nel 1957. «Fino al 1968 ho frequentato le elementari nel palazzo, eravamo una ventina. All’inizio ci portavamo da casa un pezzo di legna per scaldarci. Per un po’ c’è stata anche la mensa. Sopra di noi abitava una signora sola con due figli. Nella Festa degli alberi con le guardie forestali piantavamo attorno al palazzo dei pini che sono ancora lì. La scuola è stata l’ultima attività rimasta, nel 1969 è stata trasferita nella casa della parrocchia».
Riprende Uggeri: «Qualcuno aveva avviato nelle cantine un allevamento di avanotti che non è continuato. Un gruppo di svedesi affezionati a Pione volevano comprare il palazzo per ristrutturarlo. Ma non se n’è più fatto niente. L’edificio è molto spazioso: c’erano sei grandi appartamenti con bei camini in pietra, la soffitta e una grande cantina. È un peccato che vada perso».
Laura Caffagnini
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