Lesignano
Lesignano La Storia, e i suoi protagonisti, continuano a parlarci. Nelle testimonianze dirette o attraverso documenti che spesso giacciono nei faldoni degli archivi e di cui nessuno ha memoria. E così le parole di un giovane alpino sul fronte russo sono rimaste custodite per 80 anni nell’archivio comunale di Lesignano de’ Bagni. Grazie alla ricerca di Andrea Di Betta, Presidente della Sezione di Parma dell’Associazione Nazionale Combattenti Forze Armate Regolari Guerra di Liberazione, la storia di Antonio Ferretti è venuta alla luce e con essa il desiderio di trovare i suoi familiari e dare un volto a quelle parole.
«Una scoperta che ci ha emozionato e di cui sono orgogliosa – commenta il sindaco Sabrina Alberini -. È una lettera che è rimasta negli archivi per anni, giace in Comune dal 1943 e tante amministrazioni si sono alternate da allora, ma noi l’abbiamo trovata. È l’ultima che l’alpino, dichiarato disperso dopo due settimane, ha scritto alla famiglia che abitava a Mulazzano».
Archivista e studioso della storia militare, Di Betta è abituato a «cercare tra le carte», a consultare archivi e i documenti alla ricerca delle storie di quei giovani finiti al fronte, «per rinverdire la memoria delle comunità». E così è avvenuto a Lesignano.
«Quando ci siamo incontrati con il sindaco Alberini durante le cerimonie del IV Novembre è nata la proposta di una visita nell’archivio di Lesignano» racconta. Quindi la scoperta. Un semplice foglio scritto fronte e retro, di un alpino dell’8° Reggimento alpini, Antonio Ferretti, classe 1911. La data 28-12-’42: «Caro padre – si legge nelle prime righe -, con piacere oggi ho ricevuto la vostra lettera e sento che vi trovate in ottima salute, così vi posso assicurare di me…». «Quelle sparute righe dell’alpino Antonio Ferretti, sono uno spazio di tranquillità ritagliato negli ultimi giorni dell’operazione sovietica “Piccolo Saturno” che ha sfibrato le forze italiane sul Don – spiega Di Betta -. Sono la voglia di casa, di ritornare agli angoli familiari, alle piccole preoccupazioni che sono nulla in confronto alla terra che trema sotto l’artiglieria o i carri armati. Sono il preoccuparsi di persone adagiate sulle curve morbide delle prime colline del Parmense, a ripensare ai colori d’inverno ed alla prima neve che sarà sempre meno di quella che c’è in Russia. La Posta Militare 202 che è riportata in fondo alla lettera si traduce nella 3a Divisione “Julia”, l’ufficio militare «era attivo dal 15 settembre 1942 a Rossoš», ora in Russia. La notte tra il 15 e 16 gennaio 1943, inizia il ripiegamento su Marievka». Dopo mesi da quella lettera il padre Bonfiglio la consegna in Comune per dimostrare che il figlio non ha mancato alla «chiamata» alle armi, ma si trova al fronte. Una «prova in vita» come richiesto dall’autorità, per i tanti giovani «attualmente irraggiungibili».
E la speranza del genitore è che sia ancora in salute. L’archivio comunale restituisce però l’amara verità: «il 15 ottobre 1943, con un telegramma di Stato, l’alpino Antonio Ferretti, è dichiarato disperso il 16 gennaio 1943» dice Di Betta. Affiancato da Valter Bussoni, capogruppo della sezione locale degli alpini - «Serviva quello che io chiamo uno sherpa, una guida alpina che conoscesse tutti i sassi, le case e le famiglie» -, si è messo sulle tracce dei famigliari, «ma senza l’ausilio della macchina comunale che ci affianca puntualmente, non è che possiamo andare tanto lontano. E per questo ringrazio il sindaco Alberini. Perché c’è anche un colpo basso del Destino: di Antonio Ferretti ce ne sono pure due. Ed entrambi dispersi sul fronte russo, a due settimane di distanza. Per questo l’intrico delle genealogie e delle parentele è più difficoltoso». «Abbiamo individuato i genitori (Bonfiglio Ferretti e Caterina Donati) ma dalle ricerche effettuate sembra che il padre abbia assistito alla morte di tutta la sua famiglia – spiega Alberini -. Il rischio quindi è che la sua linea familiare si sia estinta. Stiamo verificando l’intestazione delle luci votive, ma ci appelliamo alla cittadinanza perché ci aiuti a trovare la famiglia, un discendente: ci piacerebbe «restituire» una copia della lettera». «E’ un bisogno di immaginazione – conclude Di Betta -, anzi di togliersi la fantasia di chi erano quegli uomini travolti dalla guerra. Per poterli ricordare meglio e riallacciare i fili della memoria».
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