FUNERALE FIACCOLATA
Novellara È arrivata a Novellara poco dopo le 13.30 di ieri pomeriggio, in una giornata particolarmente fredda e piovosa. Il paese l’ha aspettata in silenzio, come si fa quando si attende il feretro di una persona cara alla comunità.
Saman Abbas, in questa piccola cittadina, aveva vissuto l’ultima parte della sua adolescenza e della sua vita, prima di essere uccisa dai suoi familiari dopo essersi opposta a un matrimonio forzato e fatta sparire nei pressi di un casolare poco lontano dall’abitazione della famiglia. Di lei, a lungo, non si è saputo più nulla, fino a quando, nel novembre del 2022, è stato ritrovato il corpo. Ne è seguito un processo, che si è concluso pochi mesi fa e che ha condannato all’ergastolo i suoi genitori e a 14 anni uno zio.
Ieri, Novellara, però, l’ha salutata con un funerale con rito islamico, celebrato da Yassine Lafram, presidente dell’Unione delle comunità islamiche d’Italia, in veste di imam.
«Saman è stata uccisa da chi doveva proteggerla e noi, come comunità islamica, abbiamo sentito il dovere di accompagnarla per quest’ultimo saluto, insieme a suo fratello Ali Haider – ha spiegato -. Abbiamo celebrato il rito funebre islamico, come si fa di solito per tutti i fedeli musulmani, proprio per dire che Saman, da viva e da morta, è parte integrante della comunità islamica, non l’abbiamo rinnegata da viva e non la rinneghiamo da morta».
Alle esequie erano presenti diversi rappresentanti delle comunità religiose islamiche, segnale che per Lafram significa un posizionamento netto. «Come Ucoii ci siamo costituiti parte civile nel processo, e siamo stati ammessi, per rimarcare, senza se e senza ma, la nostra posizione: noi siamo dalla parte della vittima e non del carnefice – ha proseguito -. Siamo dalla parte di Saman perché lei ha subito una barbarie indicibile e come comunità dovevamo assolutamente essere in prima linea per dire che siamo dalla parte delle donne, che hanno tutto il diritto di scegliere liberamente il proprio destino».
Fuori dal cimitero, sotto la pioggia battente, Nour El Huda Khams, della comunità islamica di Reggio Emilia “Al Nour”, ha voluto ribadire come la morte della 18enne rappresenti un momento doloroso, che scuote profondamente la collettività: «Per la comunità islamica, questo è anche un momento di unione: siamo uniti per ricordare a tutti i fedeli e a tutti i cittadini che nessuna donna deve essere trattata in questo modo, la religione islamica lo vieta e lo condanna».
Ai funerali, che si sono svolti in forma strettamente privata, era presente il fratello della giovane, Ali Heider, che al momento del femminicidio era minorenne e che oggi, come confermato da Lafram, appare ancora «molto provato» dall’evento, visto il forte legame con la sorella. Alla domanda se ci sia stato un «problema culturale» legato a questa vicenda, il presidente dell’Ucoii rimarca: «Sicuramente ci sono alcune famiglie provenienti da zone rurali che, purtroppo, si portano dietro atti tribali e retrogradi che non fanno più parte e non possono assolutamente fare più parte di quella che è la nostra cultura, la nostra identità e la nostra tradizione. E questi atti tribali vanno combattuti».
«Ci auguriamo che Saman possa avere piena giustizia: certo, non possiamo entrare nel merito delle sentenze, ma sappiamo che lei è stata tradita e uccisa da chi doveva tutelarla – ha concluso Lafram -. Speriamo, davvero, che i nostri giudici possano applicare il massimo della pena per coloro che hanno tolto la vita a questa povera ragazza».
Giovanna Pavesi
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