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ISTRUZIONE

Stranieri in classe, i presidi replicano al ministro: «Inapplicabile il limite del 30%»

Stranieri in classe, i presidi replicano al ministro: «Inapplicabile il limite del 30%»

30 Marzo 2024, 03:01

Il mondo della scuola continua a essere sotto i riflettori. Dopo le polemiche sull'istituto di Pioltello, in Lombardia, che chiuderà per la fine del Ramadan (10 aprile), adesso sono le parole del ministro Giuseppe Valditara (Istruzione) a scatenare il dibattito, con paginate sui principali quotidiani nazionali. E Parma come reagisce? Cosa ne pensano i dirigenti scolastici di porre il limite del 30% alla presenza di alunni stranieri in classe? Per i più diplomatici è «condivisibile, in linea teorica, ma inapplicabile nella pratica», mentre i più critici parlano di «falso problema». Tutti sono concordi su un punto: lo Stato garantisca più risorse alle scuole. E per risorse si intendono soldi, ma anche personale adeguato a garantire una reale integrazione linguistica e culturale.

«Il tema del limite è molto difficile tradurlo in un obbligo. Ci sono contesti in cui non esistono margini di manovra, perché è impensabile spostare gli alunni stranieri da una scuola all'altra», premette Andrea Grossi, preside del liceo «Sanvitale», reggente dell'istituto comprensivo «Montebello» e presidente dell'Asapa, l'Associazione delle scuole autonome della provincia di Parma. Alle elementari e alle media «tutto dipende dal contesto geografico», spiega, dato che le classi con più stranieri sono nei quartieri più multietnici, mentre alle superiori è l'indirizzo a determinarne una minore o maggiore presenza. «È chiaro che se un ragazzo vuole iscriversi a meccanica non può essere obbligato a frequentare l'alberghiero o un altro istituto», fa notare Grossi, mostrando nella pratica i limiti della proposta del ministro Valditara.

Una proposta che, a dir la verità, non è una novità, perché già nel 2010 una circolare dell'allora ministro Gelmini stabiliva nel 30% il tetto massimo di alunni stranieri nelle classi. Le scuole, ogni anno, comunicano i dati all'Ufficio scolastico regionale il quale solitamente concede, senza problemi, una deroga al limite fissato dalla circolare.

«Alle scuole servono risorse economiche e personale formato per garantire corsi di lingua e percorsi di conoscenza degli aspetti culturali. In più le scuole devono fare rete con enti e associazioni del territorio per costruire un vero progetto inclusivo».

Paola Piolanti, dirigente scolastico dell'«Albertelli-Newton» guarda oltre le mura scolastiche per entrare direttamente nelle case degli alunni. «Il problema nasce quando gli alunni stranieri, una volta a casa, non sentono parlare italiano. Bisognerebbe coinvolgere i genitori, per farli parlare nella nostra lingua. Alle mamme e ai papà poi suggerisco di far vedere ai figli la tv in italiano e non i programmi nella loro lingua d'origine». Tornando in classe aggiunge: «Ho visto i miei insegnanti fare miracoli. Ma soprattutto per esperienza dico che gli studenti stranieri non sono un ostacolo, per gli studenti italiani, al raggiungimento degli obiettivi fissati». Insomma, almeno per le elementari e le medie non ci sarebbe alcun «freno» nell'apprendimento.

Maurizio Olivieri, dirigente scolastico dell'istituto comprensivo «Parma centro», è diretto: «In generale, sulla scuola si fanno dichiarazioni politiche e puramente ideologiche». Poi affronta i problemi pratici legati alla proposta del ministro. «Deportiamo gli alunni stranieri? Oppure andiamo a prelevare gli italiani e li portiamo nelle scuole con tanti stranieri per abbassare la media di questi ultimi?». Domande che possono suonare provocatorie, ma che tengono conto di una realtà che non può essere governata a colpi di circolari. «La scuola - assicura - è l'unico ente che fa vera integrazione. Se la politica vuole aiutarla, si aumentino le ore per l'insegnamento dell'italiano e si faccia in modo di tenere i bambini il più possibile a scuola. Bambini che si integrano perfettamente tra loro, mentre sono i grandi che vogliono vedere le differenze».

Pier Paolo Eramo, preside del «Romagnosi», sa che nel suo liceo di stranieri ce ne sono relativamente pochi. Ma ha ben presente il problema. «Più che limiti imposti per legge servono soluzioni praticabili. I ragazzi non si possono deportare da una scuola all'altra. Bisogna invece avere risorse per una reale integrazione».

Pierluigi Dallapina

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