PARMA
Sono i ragazzi con la faccia che parla. Racconta di origini altre in un passato recente o remoto e li mette «sfacciatamente» a confronto con i temi dell’appartenenza, dell’identità, del razzismo. Della maturità o meno della società italiana di fronte alla loro storia giovane. Del sentirsi né carne qui, né pesce là, dove ancora li portano i legami familiari e un tassello di patrimonio culturale.
Di loro, giovani con un background migratorio (o giovani italiani razzializzati, termine che non ha connotazioni discriminatorie), si occupa lo studio «Negoziare confini e rivendicare appartenenze nell’interazione quotidiana» del dipartimento di Giurisprudenza e studi politici e internazionali dell’Università di Parma. È un progetto triennale finanziato dalla Commissione Europea, Next Generation Fund, dal Mur con il Pnrr, e metterà a confronto la realtà di Parma e quella della Gran Bretagna grazie alla collaborazione con l’università di Saint Andrews in Scozia.
In questi primi mesi le ricercatrici del nostro ateneo Annavittoria Sarli, titolare del progetto, Kombola T-Ramadhani-Mussa e Mackda Gebremariam Tesfaù hanno promosso focus group negli istituti Bodoni e Ipsia, dove partecipanti di diverse classi si sono uniti in un confronto aperto di vissuti ed esperienze, all’inizio timido ma dal finale sempre vivace. Un incontro ha coinvolto iscritte del liceo delle Scienze umane Sanvitale, un altro la giovane generazione che frequenta il tempio Sikh.
Le voci dei ragazzi sono state registrate e stanno diventando un’esperienza di teatro forum con la cooperativa Giolli e l'attrice Gaja Ikeagwuana: mettendo in scena storie quotidiane di razzismo, esclusione, alterizzazione, discriminazione, permetteranno al pubblico di altre scuole parmigiane di interagire in diretta inserendo ogni volta elementi nuovi. E portando in circolo la sensazione di esclusione o di accoglienza, il peso del pregiudizio e la leggerezza dell'incontro tra diversità. Per farne qualcosa di trasformativo e positivo.
«Ormai nel nostro Paese tante persone hanno connotati fenotipici diversi e appartengono, a livello etnico e culturale, a gruppi sempre più diversificati. Ma la narrazione di cosa è l’italianità sembra restare immutata, anche a livello legale», spiegano le ricercatrici. Di fronte agli episodi di razzismo che – non ci sono eccezioni – gli studenti hanno sperimentato, c’è chi racconta la rabbia e chi il tentativo di avviare una discussione costruttiva, chi di un più distaccato riderci su. «Ma anche chi parlava con sarcasmo degli episodi vissuti su di sé, si commuoveva, invece, di fronte alle discriminazioni subite dai genitori - sottolineano -. Se loro sono più consapevoli e rivendicativi, padri e madri spesso sono più silenti e invitano a stare calmi per non passare dalla parte del torto e finire nei guai. In questo senso, i figli vivono queste situazioni come una grande ingiustizia, pensando alla minore possibilità dei genitori di reagire a causa del problema della lingua e a volte della ancora mancata cittadinanza».
Il riscontro di un'ampia diffusione degli episodi di razzismo era (purtroppo) messo in conto, ma stanno emergendo aspetti inattesi anche per chi da tempo si occupa di studi sulle migrazioni. «Interessante ascoltare che ci siano luoghi specifici in cui questo accade - commenta Ramadhani-Mussa -: il bus su tutti. Ma anche la scuola non è luogo neutro. Mentre ci sono insegnanti che promuovono l'integrazione e il valore delle differenze, dai racconti ne emergono altri spiccatamente razzisti, o in alcuni casi inesistenti, restando fuori di scena invece di intervenire di fronte a fatti o parole».
E restando in tema di parole, citano «la banalità del pregiudizio benevolo, che ha conseguenze molto nefaste». Frasi come «Se l'ha capito perfino lei...» o lo stupore di fronte a dei voti alti o «addirittura» migliori rispetto alla classe. «A volte gli studenti finiscono per accontentarsi di quel posto assegnato per stereotipo, rinunciando a impegnarsi - sottolinea Sarli -. Così come il non sentirsi accettati fa raggiungere un rapporto con l'Italia per cui “Tu non mi vuoi? E allora sono io che non ti voglio”: è per questo che diversi di loro dichiarano appartenenza al Paese d'origine dei genitori». La buona notizia è che «sono comunque speranzosi: non negli adulti, verso cui nutrono poca fiducia, ma verso loro pari con cui c'è un dialogo franco, più o meno conflittuale». Che può aiutare a riconoscersi davvero.
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