Psichiatra
Medico il padre com'era stato il nonno e come sarebbe diventato anche il fratello minore Paolo, stimatissimo chirurgo del Maggiore andato in pensione un paio d'anni fa, anche lui si iscrisse a Medicina. E forse lì per lì lo decise più per rispettare un contratto di famiglia che per vera vocazione. Ma laurearsi con profitto è un conto; ben diverso è corazzarsi alla vista del sangue e di tutto quanto la pelle nasconde. L'«impermeabilità dello sguardo», Raffaele Dell'Abate non l'avrebbe mai sviluppata del tutto. Piuttosto, era nato per contemplare l'abisso, per affrontare le ferite che quasi sempre mettono più a disagio chi indossa un camice: quelle dell'anima, con le loro emorragie invisibili ancora più subdole e difficili da fermare.
Lui l'avrebbe scoperto sul campo. «Serve un medico a Villa Maria Luigia» gli disse un giorno il padre. Raffaele andò per non venir più via: alla clinica di Monticelli avrebbe dedicato il resto della vita professionale, diventando anche primario di uno dei suoi reparti. E se non fosse stato per il precario stato di salute (che non gli impedì di continuare a seguire da casa i malati per i quali oltre che un medico era un punto di riferimento), non si sarebbe chiuso alle spalle la porta dello studio ancora pieno di passione per il proprio lavoro. Dell'Abate è morto 77enne l'altro ieri, una decina d'anni dopo l'ultimo giorno a Monticelli: un tempo vissuto fronteggiando la malattia con dignità, avvolto dall'affetto della famiglia della sorella maggiore Angela e di Paolo.
I funerali saranno celebrati oggi alle 9,30 nella chiesa di Coenzo, il paese dal quale partì la storia di Raffaele Dell'Abate nato nel maggio del 1947 a Sorbolo e poi trasferitosi con la famiglia in città negli anni '60. Fu a Parma che si laureò, per poi svolgere il servizio militare da ufficiale medico degli Alpini, corpo al quale sarebbe rimasto molto legato. Forse anche per motivi geografici, perché è a Napoli che le penne nere nacquero nel 1872 ed è da Napoli che provengono i Dell'Abate. Un'appartenenza che per lo psichiatra (e non solo per lui) si esprimeva soprattutto con la fede calcistica. Per questioni di carattere, però, Raffaele era lontano dai cliché del classico napoletano. Piuttosto introverso, era d'umorismo sottile, più inglese che meridionale. Ma la Campania significava anche le vacanze più belle con la famiglia, da bambino, a Torre del Greco: e qui sarebbe tornato ogni estate, più a lungo dei fratelli, come per un viaggio nel tempo.
A calcio aveva anche giocato, ala sinistra della Rocca 68, squadra montecchiese fondata da un amico medico (e nella quale ha militato pure il fratello Paolo). Aveva dovuto smettere ancora giovane, anche in questo caso per problemi di salute (così come presto aveva dovuto abbandonare la bicicletta): alla compagine sarebbe rimasto vicino come medico sociale.
Psichiatra era anche la moglie di Dell'Abate, Maria Vittoria Benecchi, direttrice dell'ex ospedale psichiatrico di Reggio Emilia. Con lei aveva trovato casa a Sant'Ilario d'Enza: luogo strategico per entrambi. Da lì, lui non avrebbe mai voluto venir via, nemmeno dopo la morte della moglie, avvenuta dieci anni fa, poco prima che lui si ammalasse. Abitare in quella casa, significava dare vita ai ricordi. E finché aveva potuto, lui aveva accudito il cane adottato con la moglie, prima di affidarlo a un amico infermiere che glielo riportava non appena possibile.
Vedovo, senza figli, era avvolto dall'affetto delle famiglie dei fratelli. A casa di Angela, era stato soprattutto lui, finché ne aveva avuto le forze, a curarsi delle rose in giardino. Lui le aveva piantate e le potava, come faceva con quelle sui terrazzi di casa propria. Amava le rose, Raffaele. La vita gli aveva più volte fatto sentire le spine, ma non per questo lui si era dimenticato della bellezza dei fiori.
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