Un cinquantenne parmigiano
«C’è chi mi chiede se non sono matto a restare in una situazione del genere. Io invece rivendico i miei sentimenti e la scelta di volerle stare accanto. Uscirò dalla sua vita se lei mi dirà che non mi vuole più, ma non me ne vado certo per questo».
“Questo” è - sintesi estrema di un tempo lunghissimo di cui non si vede la fine - «che ad oggi sono una persona che ha paura: quando arrivo a casa mi guardo intorno, quando vado dalla mia compagna e mi fermo là, la notte non dormo per la preoccupazione di cosa possa capitare. E ogni volta che sono al lavoro o lontano e squilla il telefono, ho paura che qualcuno mi dica che domani me la ritroverò sul titolo di un giornale». Un altro modo per dire violenza fisica estrema, femminicidio anche.
Stavolta è un uomo a decidere di parlare: «Vorrei spiegare cosa significa vivere accanto a una donna perseguitata da un ex, in questo caso l’ex marito. Io ho sempre cercato di essere sensibile al tema della violenza sulle donne ma posso dire che solo trovandomici dentro ho capito davvero che inferno è».
Lui, parmigiano cinquantenne, non la conosceva ancora quando ha avuto un indizio di ciò che lei stata affrontando. «Siamo colleghi in una realtà con tanti dipendenti, non ci vedevamo spesso ma ero stato molto colpito quando da voci riportate tra gli uffici avevo saputo che era arrivata al lavoro con diversi graffi addosso. E che aveva una brutta situazione a casa».
Quando, molto più avanti, si sono incrociati e hanno iniziato a vedersi per un caffè o un aperitivo, sono arrivati a poco a poco i tasselli di confidenze. Aggressioni fisiche e verbali, minacce di morte e di botte di cui rimane traccia in innumerevoli vocali depositati, appostamenti sotto casa, i referti del pronto soccorso per lesioni e per lo stato di choc, polizia e carabinieri più volte intervenuti. Tutte cose che poi ha conosciuto da vicino e conosce ancora.
«Sono stato molto deciso nello spingerla a ricontattare il Centro Antiviolenza e a fidarsi. Lei, come capita a tante vittime, aveva trovato alcune volte la forza di chiamare per fissare un appuntamento. Sono momenti di lucidità in mezzo alla disperazione, ma poi si rischia di farsi prendere dal panico, rientrare in una dinamica e rinunciare. Invece quella volta ha tenuto duro ed è stato un percorso utilissimo per liberarla dalle gabbie mentali in cui era imprigionata. E l’ho vista un po’ rinascere. Come con un'operatrice che l'ha presa in carico al Centro per le famiglie, visto che sono coinvolti anche i suoi figli poco più che bambini». Ma.
Ma poi - appunto - c'è l'incubo che non finisce, le concitate richieste di aiuto via telefono «quando fuggi via da una tranquilla cena tra amici e non sai cosa ti aspetterà», il bisogno di supportare anche i suoi genitori ormai provatissimi e soprattutto la difficoltà di trovare sponde concrete. «Ho mosso le mie conoscenze, ho cercato alleanze. Le forze dell'ordine intervengono e fanno verbali, i servizi competenti protocollano ma dicono di non poter fare di più. A volte riceviamo addirittura risposte opposte su come comportarci. E io come posso vivere sereno se non riesco a tutelarla?».
Non solo: «Sono deluso e amareggiato anche dal contorno, dal disinteresse di chi sa e dall'ipocrisia, che in giorni come questo mi pesa ancora di più: dov'è la solidarietà quando ne hai bisogno per davvero? Nel frattempo ho incrociato altre storie: ci sono donne che lasciano il lavoro per le molestie subite. Ma se non si interviene, al loro posto ci sarà un'altra che subirà le stesse cose».
E a proposito di chi subisce: i figli minorenni della compagna. «Vedono la violenza dei gesti, ascoltano gli insulti, soprattutto il più piccolo va in tilt emotivo: non vuole che si spezzi il legame col padre ma è spinto a reazioni e frasi che non gli appartengono e di cui poi si pente, sia nei confronti della madre che nei miei. E come noi va in panico quando succede qualcosa». È per questo, racconta, che «la scorsa estate ho rinunciato a stare con loro nella casa delle vacanze: che responsabilità morale mi sentirei addosso se succedesse qualcosa anche a lui? Sto molto attento, si cammina sui pezzi di vetro».
Cosa chiede? «Ogni mattina ci svegliamo con un senso di abbandono altissimo da parte delle istituzioni. Con la mia testimonianza vorrei “svegliare” le persone non tanto sul nostro caso ma sul tema: se si affronta la questione “collettiva” poi va da sé: ne beneficeremo anche noi».
Chiara Cacciani
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