Tutta Parma
La Befana, come vuole la tradizione, è rappresentata come una brutta vecchiaccia dal naso adunco, gonnellone ampio e scuro, uno spesso scialle nero, un fazzolettone o un capellaccio in testa e un paio di ciabatte consunte a cavallo di una scopa dal manico rigorosamente di nocciolo, legno magico, secondo la tradizione, in grado di poter volare. Ma, il simbolo vero della Befana, oltre la scopa, è il suo grembiulone con le tasche tappezzato di toppe.
Quindi, se è giusto per l’Epifania ricordare la Befana, è altrettanto giusto e doveroso ricordare chi, quelle toppe, le faceva con grandissima abilità negli abiti di tanta gente che presentavano tagli o strappi. Si chiamava Teresa («Terezén’na»), abitava all’ultimo piano di una vecchia casa dalle parti di Borgo del Canale e Borgo San Silvestro e, chi l’ha conosciuta ed ha potuto apprezzare le sue doti artigiane, sostiene, che alla fine degli anni quaranta- inizio anni cinquanta, fosse una delle migliori ricamatrici e rammendatrici di Parma. Una «pramzàna» dalla battuta pronta e sagace. Seguendo un’antica tradizione, fino agli inizi degli anni Settanta, Strada XXII Luglio, ad una ben precisa scadenza dell’anno, usava indossare eleganti paramenti sacri. Infatti, una settimana prima del 14 luglio, solennità della Madonna dell’ Aiuto, dinnanzi alla chiesa di San Quintino, parrocchia della Teresa, veniva issato un elegante telone settecentesco che ormai, data l’usura, era veramente mal ridotto.
Un giorno alla Teresa un'amica disse: «Teréza cóll tlón chì bizognarà ch' a t’al comòd tì». Risposta della rammendatrice : « par comodär cóll bagàj lì a mégh' vriss dill cambri con di tavlén grand cme còjj dal castél äd Torcèra». La rammendatrice, molte volte anche ricamatrice, era una donna abile nel cucito ma, soprattutto, molto paziente, alla quale venivano portati abiti o camicie che, per i più svariati motivi, si strappavano, oppure capi di biancheria da ricamare, magari, con le iniziali del nome di battesimo dei futuri sposi.
Quando un paio di pantaloni o una giacca, a causa di un maledetto chiodo si laceravano rischiando di essere inutilizzati, a quel punto, se le «rezdóre» di casa non erano in grado di riparare il danno, bisognava ricorrere alla rammendatrice. Recita un saggio adagio «meglio il buco della toppa» che, per simile sia al tessuto, è pur sempre riconoscibile, quindi, ci voleva il.. miracolo. E, quel «miracolo», lo poteva compiere solo la «donna dei rammendi». La rammendatrice, sempre e comunque accanto alla finestra per fruire di più luce e alla sera accanto alla lampada, consumava occhi e pazienza nel rattoppare quel buco o quello strappo che avevano «ferito» un abito nuovo. Ed era un vero guaio in quanto, una volta, il vestito nuovo rappresentava un lusso, infatti «al gnäva spianè» per Natale e Pasqua festività, quest’ultima, in cui i parmigiani «is' metävon in spèda», ossia, riponevano il capotto o il tabarro nell’armadio sfoggiando l’abito nuovo. Le case, un tempo, non è che fossero spaziose e razionalmente divise come le attuali.
La gente viveva in un paio di stanze, il servizio igienico era sul ballatoio delle scale o nella corte e tutto si concentrava nella cucinona che fungeva anche da sala, soggiorno e, al bisogno (dotata di un paio di brande), anche da stanza da letto se la famiglia era numerosa.
La rammendatrice, quindi, lavorava nella grossa cucina alternando i suoi intrecci di filo alla cura delle pentole che borbottavano sulla stufa o sul camino. Quindi non era raro, quando si andava a ritirare l’abito perfettamente rammendato, che lo stesso «profumasse» intensamente «äd sofrìtt o stracòt». Un lavoro paziente, dunque, ma anche lungo e pesante che impegnava la rammendatrice non solo di giorno, ma fino a notte inoltrata.
Ed era proprio di notte che quelle due manine svelte ed esperte lavoravano meglio alla luce di una fioca lampada in quanto non distolte da altre occupazioni pesanti come il cucinare, il lavare, il riassettare la casa. Accanto alla finestra mentre riparava gli strappi, la rammendatrice, era a diretto contatto con il suo mondo.
Un mondo piccolo fatto, a volte, di una fettina di cielo, di tante tegole, comignoli e abbaini se abitava ai piani alti, oppure di un tappetino d’orto se la casa era a piano terra.
La campanella del convento di strada Farini della «Céza dal Bambén», anche dopo l’avvento del timer, era l’ unica azionata a mano dalle monache cappuccine di clausura. Particolare cura, inoltre, veniva riservata dalle monache al loro roseto che, nel mese di maggio, era un trionfo di rose e di profumi.
Come pure, nel tempo di Avvento, il presepe allestito dalle religiose era un inno alla semplicità ed al buon gusto con la raffigurazione plastica della Natività che ricalcava le antiche tradizioni presepistiche.
Ma le cappuccine, oltre essere bravissime giardiniere, erano abilissime nel ricamo, nel rammendo, al tombolo ed all’uncinetto come pure le consorelle carmelitane del vicino monastero di borgo Felino. Infatti, tempo addietro, alle suore del «Bambén», venivano portati tessuti da ricamare e riparare in cambio di una piccola offerta o di qualche genere alimentare poiché le religiose vivevano di carità ed il contatto con il mondo era possibile solo attraverso un’ antica ruota di legno. Ricordate le nostre nonne quando stiravano camice e pantaloni con il ferro che mettevano a scaldare sulla stufa economica?
Ebbene, dopo avere steso il panno sul tavolo e posato il capo da stirare, scaldavano il ferro sulla stufa economica, quindi passavano il dito indice sulla lingua per poi toccare la piastra del ferro per verificare se era di temperatura giusta: avevano inventato il termostato dei ferri da stiro!
C’era anche il ferro da stiro nel quale si introducevano, aprendo un apposito sportello, frammenti di carbone ardente. Indispensabile, per le «rezdóre», era stare attente a non strinare ciò che si stirava. Infatti, sui vari capi, veniva steso un panno opportunamente inumidito grazie ad aspersioni d’acqua che la «rezdóra» faceva con le mani dopo averle intinte in una scodella che teneva sul tavolo.
Solitamente i vestiti erano stirati dalle «rezdóre» però, chi aveva molti capi da stirare e se lo poteva permettere, ricorreva alla «stiradóra» (stiratrice) che provvedeva a fare tutto ciò nel proprio negozio, oppure, nella propria abitazione ed anche a domicilio. Una delle più note stirerie di Parma fu quella ubicata nel piazzaletto che si affaccia in Strada Bixio Bixio proprio di fronte a borgo Catena.
Lì dentro, fino ai primi anni Sessanta, impugnava il ferro la «stiradóra» Maria Mordacci, avvenente oltretorrentina del sasso di Borgo Marodolo, nonna di Moreno Gerbelli, « al pastisér del Santa Cristina indòvva al pasti i pärlon al djalètt pramzàn».
La Maria, «la stiräva» con altre due socie nel proprio negozio, mentre la suocera Severina « l’andäva a lavär i pagn in - t- al canäl ädla Bevradóra». «Al lavandéri» (lavandaie) andavano a ritirare i panni sporchi, abitualmente al lunedì, per poi lavarli nei vari canali e, una volta asciugati, li riportavano ai legittimi proprietari in cambio di una bassissima paga.
Un’ epopea quella delle rammendatrici, ricamatrici, stiratrici e lavandaie che, ormai, fa parte del capitolo romantico dei lavori domestici per eseguire i quali, come usava dire un’anziana «rezdóra» oltretorrentina, fedele «tombolaia» del circolo «Aquila-Longhi» «a gh' vól bzónt äd gòmmot, pasénsja, òc' e schén’na bón’na».
Lorenzo Sartorio
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