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Operazione dei carabinieri in via Trento

Blitz alla «casa verde», il rifugio dei disperati

Blitz alla «casa verde», il rifugio dei disperati

21 Febbraio 2025, 03:01

Qualcuno ci viene per dormire, molti per trovare un momento di tregua nel ritmo ramingo della strada. Quasi tutti per sballarsi.

E i segni di queste presenze sono li, evidenti, anche se è buio. Se ne sente l'odore - anzi, la puzza -, s'incespica su cumuli di bottiglie vuote e pattume, se ne scorgono le ombre: e loro, appena lo capiscono, si rintanano. Sapendo benissimo che tanto è sempre così. Magari vengono visti. Mai davvero guardati.

Lo dimostra quello che è successo ieri mattina, intorno alle 6, quando diverse pattuglie della compagnia di Parma dei carabinieri sono arrivate al civico 65 di via Trento. Per chi transita nel quartiere è «la casa verde», ora avvolta da impalcature. Per chi abita intorno è invece una ferita nel cuore di San Leonardo. E' brutto doverlo ricordare: da troppo tempo qui la piaga si è infettata.

I militari sono arrivati in silenzio, senza sirene o lampeggianti, e hanno circondato l'edificio che da molto tempo è interessato da un progetto di ripristino che doveva rinnovare l'immobile, farlo tornare un'abitazione come le altre. Invece, i mesi si moltiplicano e anche le grate che dovrebbero proteggerla, nel frattempo, sono arrugginite.

Alcuni carabinieri hanno puntato direttamente al retro della palazzina, dal vicolo che le passa a fianco, mentre altri si sono piazzati davanti, verso la facciata.

Una porta spalancata nel cantiere - in teoria sigillato - è il segnale che qualcuno si è infilato li dentro. Pochi istanti dopo ecco una coppia, lui ghanese, lei italiana, sorpresi ma non troppo di essere stati intercettati.

«Cosa ho fatto di male?», prova a giustificarsi lui, volto noto alle forze dell'ordine, guardandosi intorno. «Fa freddo, dove devo andare?», è poi la sua replica.

Da qualche parte, su un pezzo di carta, sta scritto che abita in provincia, nella casa di chissà chi. Invece è qui che passa le notti, qui e in decine di altri posti simili dove c'è un qualcosa che assomiglia ad un tetto. Lui, poi, ha finito la mattina in caserma, dove lo aspettava un ordine di rintraccio, mentre la donna, sguardo timido e capelli ricci, si è allontanata a piccoli passi dopo l'identificazione. In faccia portava la delusione di chi sa che la dose quotidiana dovrà andare a cercarla altrove.

Così come gli altri che qui si rifugiano. Il piano terreno della vecchia casa verde è ormai una distesa di immondizia e feci. Il retro è diventato la latrina, sulle impalcature, invece, si incontrano i giacigli.

Il cartello di cantiere allude a vaghi lavori in corso ma i residenti raccontano tutta un'altra storia: «Hanno montato i ponteggi, iniziato a fare qualche intervento ma è finito presto. Si parla di un fallimento dell'impresa edile – spiega una residente che sbircia da lontano il viavai delle divise.- Ed è stato invaso dai disperati».

Gli stessi che, lo sanno quasi tutti, comprano le dosi tra il sottopasso di via Trento e le vie laterali e poi cercano un angolo dove buttarsi a terra. Va bene tutto: anche questa desolazione.

I carabinieri, come già tante volte prima, torcia in mano per tagliare il buio, si sono infilati nelle stanze, hanno scalato le impalcature. Durante il giorno il movimento che si nota qui intorno è quello dei tossici; a quest'ora, quando manca ancora parecchio all'alba, sono quelli che non hanno nessuna altra tana. Di loro restano scarpe abbandonate, resti di cibo nella plastica, una distesa di birre e alcolici. Per dormire in queste condizioni non basta il sonno: occorre stordirsi.

Il lamento dei residenti che parlano di paura quotidiana a passare intorno alla casa è facile da condividere: le finestre dovrebbero essere murate ma sono invece orbite vuote tra i mattoni e un paio di stanzoni sul retro, più volte ripuliti, sono di nuovo invasi di rottami di ogni genere.

In più, il cantiere ha creato anche comode via d'accesso ai piani superiori attraverso una ragnatela di scalette. Non serve essere un acrobata: basta non avere niente di meglio.

Infilandosi all'interno si notano, struggenti, le tracce di quando questo non era solo un numero civico: uno scaldabagno scrostato, qualche residuo di mobile. E poi, più recenti, i rimasugli dei giacigli.

I militari, le forze dell'ordine, questi luoghi li setacciano con frequenza ma ascoltando i racconti degli abitanti servirebbe altro: finire i lavori al più presto, rendere la casa abitabile. Oppure sigillare tutto per davvero.

Un compito che non spetta ai carabinieri che controllano chi si incontra, chi si affaccia qui intorno. Dal bar di fronte, già aperto a quest'ora, titolari e avventori si sporgono sul marciapiede per vedere come va a finire il controllo.

Tanto è un finale scontato: identificati i presenti, ci si accerta che in giro non ci siano persone in difficoltà e poi - la città è grande e i servizi devono proseguire - , le pattuglie riprendono il loro vagare, vanno a bonificare e setacciare altri luoghi come questi.

Quando inizia a spargersi un po' di sole lungo via Trento irrigidita dal freddo «la casa verde» è di nuovo silenziosa e vuota. Probabilmente tra qualche ora arriveranno di nuovo quelli frementi di spararsi la prossima dose e, più tardi, quelli che provano a sconfiggere il gelo della notte con una manciata di coperte luride. Resta la ferita malsana nel quartiere. Ma quando la disperazione si moltiplica anche uno squarcio malato può bastare.

Luca Pelagatti

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