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Pandemia

Covid, 5 anni fa Parma entrava in lockdown

Covid, 5 anni fa Parma entrava in lockdown

08 Marzo 2025, 03:01

Cinque anni fa Parma entrava in lockdown. Una serrata totale - partita dalle zone con più contagi e poi allargata gradualmente a tutto il Paese - decisa per contrastare la diffusione del covid, attraverso un decreto dell'allora premier Giuseppe Conte.

Sono trascorsi cinque anni, ma sembra trascorso molto più tempo da quell'8 marzo che ha stravolto la nostra vita quotidiana imponendo la chiusura di scuole e università (già da fine febbraio), negozi, bar e ristoranti, vietando gli spostamenti non necessari e invitando tutti a rimanere a casa. Da quel momento l'incubo covid è esploso in tutta la sua drammaticità, tra picchi di contagi, conte quotidiane di malati in rianimazione e un numero di morti simile a quello di una vera e propria guerra.

In realtà, le prime avvisaglie del pericolo incombente - sottovalutate - erano arrivate nelle settimane precedenti. La prima data simbolo è il 29 gennaio 2020, quando si scopre la positività al covid di una coppia di cinesi provenienti dalla provincia di Wuhan, mentre si trova in vacanza in Italia (i due avevano fatto tappa anche a Parma). Il virus è già in Italia, ma nessuno ne è ancora consapevole. Bisogna aspettare il 20 febbraio per averne conferma, quando a Codogno risulta positivo il famoso “paziente 1”.

Pochi giorni dopo, il 25 febbraio, si registrano i primi due contagiati parmigiani: una donna di Monticelli che era andata all'ospedale di Codogno per assistere la madre ricoverata, e un cinquantenne di Lesignano, anche lui nel lodigiano per una serata di balli caraibici. La prima morte per covid al Maggiore è datata 27 febbraio, si tratta di un 70enne lodigiano.

Il virus continua a circolare, ma non si ha ancora la percezione delle gravità di quanto sta accadendo. Tanto che anche dal mondo politico arrivano messaggi di ritorno alla normalità e inviti (unanime quello del consiglio comunale di allora) alla «ripartenza».

Pochi giorni dopo però l'Italia chiude e inizia la parte più drammatica della pandemia.

Da metà marzo raramente i necrologi pubblicati sulla «Gazzetta» scendono sotto le cinque pagine e il nostro territorio non fa che piangere morti, che nessuno può accompagnare nell'ultimo saluto. Commovente la preghiera del vescovo Enrico Solmi in una Villetta deserta per «i morti che nessuno ha accompagnato». Si ripetono gli appelli a restare in casa, tra mascherine introvabili (soprattutto nelle prime settimane) e file di auto davanti agli uffici dell'Igiene pubblica dell'Ausl per sottoporsi ai tamponi.

Poi, nell'arco di un mese e mezzo i contagi, ma soprattutto i morti, calano sensibilmente. Tanto che in estate c'è una sorta di ritorno alla normalità, ma non appena torna l'autunno il covid torna a circolare e a mietere vittime. Soltanto con l'arrivo dei vaccini si ha una vera svolta e un lento ma progressivo ritorno alla tanto desiderata normalità di cui, cinque anni dopo, godiamo pienamente.

Uno dei momenti più attesi e seguiti, durante i momenti più duri della pandemia, erano le dirette sui social network di Sergio Venturi, l'ex assessore regionale alla Sanità che in quel frangente Stefano Bonaccini aveva nominato commissario all'emergenza coronavirus. «Ricordo che facevamo una diretta al giorno - racconta - prima dalla sede della Regione e poi da casa, a Parma. Era un metodo artigianale ma efficace. È la cosa che la gente ricorda di più perché ci siamo trovati tutti nella stessa barca. Durante le dirette raccontavo tutto senza filtri, ma offrendo anche un senso di speranza. Senza speranza non saremmo riusciti a uscirne , perché tutti abbiamo perso amici, conoscenti, parenti in quel frangente. Ricordo che in quel periodo tanti amici medici, con cui avevo lavorato, se ne sono andati in pochi giorni. C'erano polmoniti inaffrontabili. Sono ricordi che fanno male. Tante persone pur non conoscendomi mi scrivevano su Messenger e mi aiutavano a farmi forza. Anche io sentivo decine di ambulanze passare e sapevo, avendo lavorato otto anni in quell'ambiente, che erano costrette a fermarsi in fila davanti al pronto soccorso perché gli accessi erano troppi. Siamo stati la regione più colpita, abbiamo avuto più di 20mila morti di covid. Numeri atroci, ma ne siamo usciti bene. Capisco che la gente voglia dimenticare, ma non dobbiamo scordarci quanto abbiamo imparato, soprattutto a livello scientifico, perché non è escluso che qualcosa del genere in futuro possa ripetersi».

Massimo Fabi, assessore regionale alla Sanità, in quel periodo era il direttore generale dell'Azienda ospedaliero-universitaria. «Il ricordo è ancora vivo e nitido di questo dramma che abbiamo vissuto improvvisamente - afferma -. Non posso dimenticare la velocità con cui il virus si diffondeva tra la popolazione, colpendo soprattutto le persone più fragili. Al rapido sovraffollamento dei nostri pronto soccorso era seguito, subito dopo, quello dei reparti di degenza, in gran parte trasformati in covid hospital. La drammaticità profonda di quei momenti è segnata dalle vittime che questa pandemia terribile ha mietuto in quelle settimane. Ricordo il sacrificio di tanti operatori che sono riusciti a combinare la capacità di intervento sia in ospedale che sul territorio, con i limiti legati alle misure di distanziamento e ai dispositivi di protezione che facevano venire meno l'essenza del rapporto di cura, basato sulla relazione tra il curante e il paziente. Tuttavia, il senso di umanità riusciva a permeare».

L'organizzazione del mondo sanitario nel nostro territorio «ha retto bene - prosegue -. Tutti i soggetti politici istituzionali concordavano sul fatto che un Servizio sanitario nazionale pubblico e universalistico fosse stata l'essenza alla resistenza a questo virus, culminata con quelle grandi innovazioni che hanno portato alla scoperta del vaccino, fondamentale per vincere la battaglia».

Oggi «siamo più solidi, più pronti, anche dal punto di vista tecnico - sottolinea -. Come regione siamo consapevoli e lo abbiamo detto negli obiettivi di mandato, che occorre lavorare soprattutto sulla prevenzione delle malattia oltre che sulla qualità organizzativa e sulla gestione di ospedali e case della comunità, facendo tesoro dell'esperienza pandemica. Dispiace che ci siamo rapidamente dimenticati, nei governi che si sono succeduti, di garantire un adeguato finanziamento del Ssn».

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