Era il 1985
Erano le 22.45 del 29 aprile 1985 quando, su Raidue, andò in onda la prima puntata di «Quelli della notte», programma che rivoluzionò la televisione di allora, perché nacque la seconda serata. A capo di tutto questo c’era Renzo Arbore - insieme a Ugo Porcelli, l’altro autore - il quale in coppia con Gianni Boncompagni aveva, negli anni ‘70, con «Alto Gradimento» cambiato il modo di fare radio. «Quelli della notte» - adesso visibile su RaiPlay con tutte le puntate fino al 14 giugno 1985 - era un programma di pura evasione, la formula magica che l’ha reso unico stava nell’improvvisazione.
L'unicità
«È stato come ai tempi dell’invenzione del jazz - ha ricordato lo stesso Arbore -. I primi che hanno visto le orchestrine che improvvisavano dietro ai funerali a New Orleans probabilmente si saranno chiesti: “Ma come può essere?”. Anche noi abbiamo creato una tecnica completamente nuova, un divertimento che si trasmetteva al di là del video, un’emanazione di “good vibrations”, come cantavano i Beach Boys. Sono le vibrazioni che arrivano al pubblico da chi improvvisa, completamente diverse da quelle degli attori».
A proposito di «Quelli della notte», Emmanuele Milano, all’epoca direttore di Raiuno, diceva: «Renzo Arbore ha inventato la sit-com in diretta». Nel salotto di casa Arbore, dove il padrone era l’indiscusso regista, c’era una banda ben amalgamata: dal filosofo partenopeo (Riccardo Pazzaglia, grande amico di Renzo), che ogni sera sceglieva l’argomento da discutere, all’intellettuale viveur (Massimo Catalano, noto trombettista e musicista) dai ragionamenti scontati ma di grande effetto; dal frate Antonino da Scasazza (Nino Frassica, in seguito partner di Arbore in altri programmi di successo come «Indietro tutta») devoto a Sani Gesualdi al rappresentante romagnolo di pedalò (Maurizio Ferrini), dalla militanza filosovietica. Senza dimenticare la centralinista (Simona Marchini), amante dei fotoromanzi, la cugina zitella di Arbore (Marisa Laurito) a caccia del grande amore, l’arabo Harmand (Andy Luotto), che fu al centro di una crisi diplomatica, il lookologo Roberto D’Agostino, l’esperto di musica pop Dario Salvadori e Giorgio Bracardi, che ogni sera prima della messa in onda della puntata inventava un personaggio, vero maestro dell’improvvisazione: risuona ancora il suo tormentone «in galeraaaaa…!».
Ogni puntata era un grande divertimento, giocato sull’ironia, l’improvvisazione e la colonna sonora, affidata alla New Pathetic Elastic Orchestra, diretta da Gianni Mazza, e alle performance di Silvia Annichiarico, Gegè Telesforo, Stefano Palatresi, Sal Genovese e Antonio & Marcello. Le due sigle «Ma la notte no» e «Il materasso» sono rimaste nella memoria collettiva degli italiani. «Quelli della notte», come detto, riscosse un grande successo di pubblico anche se all’inizio gli ascolti non furono incoraggianti, positiva anche la critica, con qualche eccezione. «La notte di Arbore - sottolinea il critico Aldo Grasso - è una notte d’evasione, caciarona, volutamente cialtrona. In un salotto arabeggiante e arboreggiante, tra intelligenti banalità e allegri nonsense, scherzano seriamente personaggi e maschere tv». Secondo alcuni critici «i tre personaggi, che ogni sera danno vita alla discussione finta/seria, rispondono all’organizzazione sociale della nostra civiltà: il frate Frassica è l’autorità religiosa; il filosofo Pazzaglia è l’autorità intellettual/aristocratica; il lavoratore comunista Ferrini rappresenta il mondo operaio». Molto critico, a più riprese, Guido Ceronetti che su La Stampa scrisse: «Un oltraggio alla sacralità della notte, già offesa dall’invenzione della lampadina elettrica. L’intemperanza gestuale e verbale di questa trasmissione, sommata alla scomparsa delle belle matite da temperare di una volta e al declino delle stagioni temperate di un tempo, dà il senso dell’irrimediabile decadenza della nostra società». A smorzare le polemiche ci pensò Paolo Guzzanti il 16 giugno 1985 su La Repubblica: «Penso che la trasmissione “Quelli della notte” abbia avuto successo, fra l’altro, perché ha rappresentato, nel suo teatrino così astutamente spontaneo, l’immagine della tolleranza. La tolleranza che ha permesso a un falso comunista filosovietico e altri astuti e disarmanti falsari, di prendere in giro, di sfottere, dissacrare, anche con alcune incursioni nel genere moderato-volgare, senza ottenere altre reazioni che non fossero il meritato successo».
Frasi cult
«Meglio essere ricchi e sani che poveri e malati» (Massimo Catalano). «Abbiamo le mani legate» (Maurizio Ferrini). «Non capisco ma mi adeguo» (Maurizio Ferrini). «Il livello è basso» (Riccardo Pazzaglia).
Vanni Buttasi
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