Sei mesi fa era stato aggredito anche il fratello
Dal primo al secondo round sono passati sei mesi. Ma questo conta poco: le botte fanno sempre male nello stesso modo. Soprattutto, poi, lascia smarriti vedere chi sono i contendenti: giovanissimi, poco più che bambini. Che si affrontano come se la violenza fosse un gioco. Come se fare male fosse normale.
Lo avevamo raccontato in un articolo l'8 novembre scorso: un ragazzino, all'uscita da scuola, era stato circondato e picchiato da un coetaneo. Intorno, silenzioso, il piccolo gruppo degli altri che invece di separarli li ha ripresi con i cellulari. Perché tutto, compreso il dolore, non è reale se non è poi messo in rete.
Sono passati sei mesi e la storia si è ripetuta. Unica differenza il nome, non il cognome, della vittima: perché ad essere picchiato, stavolta, è stato il fratello tredicenne. Una storiaccia di faide da periferia degradata? Per nulla: qui siamo a Parma, in Oltretorrente, e a raccontarla è la madre dei due ragazzini pestati. Se la donna ha la voce spezzata e le mancano le parole è facile capire perché.
«Ogni volta che mio figlio incontrava quello che qualche mese fa ha aggredito il fratello si creava un momento di tensione: “Dobbiamo chiarirci, fare pace”, si dicevano. E l'altro giorno mio figlio ha accettato: “D'accordo vediamoci, serve un incontro”, ha detto all'altro ragazzino”».
Sembrano frasi da telefilm, dialoghi di chi si sente grande e un duro e pensa di vivere in una fiction. Ma alla fine per fermare la scena non basta lo stop del regista. «Mio figlio si è quindi dato appuntamento con l'altro intorno alle 17 di lunedì», prosegue la madre che ancora non sapeva nulla. Luogo della resa dei conti Guasti di Santa Cecilia, a due passi da via Bixio. Chissà cosa pensava di ottenere il fratellino-giustiziere da quell'abboccamento: forse delle scuse e giustizia? Oppure vendetta?
Non lo sappiamo e forse non si saprà mai: ma lui si è presentato da solo all'appuntamento. Quell'altro è arrivato invece con la scorta. Erano in parecchi e non hanno perso tempo. Schiaffi, pugni, parolacce e minacce: il repertorio è sempre lo stesso. Ed è stato rappresentato fino in fondo, fino a quando uno del branco non ha estratto pure lo spray al peperoncino e lo ha scaricato in faccia al tredicenne. Poteva durare ancora e finire pure peggio. Per fortuna, una donna che passava ha sentito le grida di aiuto e ha chiamato la polizia. E soprattutto un uomo si è messo in mezzo: il branco voleva ringhiare e mordere ancora, ma poi ha battuto in ritirata. Sanno che con i grandi è meglio non rischiare.
Pochi minuti dopo è arrivata la volante della questura e ha trovato il 13enne confuso e choccato, con il volto segnato dagli schiaffi e dallo spray urticante. Gli agenti lo hanno soccorso, hanno avvisato la madre mentre un'ambulanza ha portato il ragazzino aggredito al Maggiore dove è stato medicato. Solo contusioni e un po' di bruciore, nulla che non passi in qualche giorno. Ma la madre non si dà pace.
«Come possono succedere queste cose, come si possono accettare episodi simili?», continua a ripetere. La polizia, ed è normale, sta indagando, si stanno cercando nomi e riscontri per risalire ai coinvolti, alle loro responsabilità. Ma questa è una storia di ragazzini, nessuno è maggiorenne e alcuni non hanno neppure quattordici anni. Per loro non esistono neppure sanzioni: la legge stabilisce che al massimo possono essere riaffidati ai genitori. Nella speranza che, tra un giorno, un mese o più in là, due di loro non si diano di nuovo un appuntamento mormorando: «Dobbiamo parlare». Sarebbe il terzo round. Stavolta potrebbe finire molto peggio.
Luca Pelagatti
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