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La storia

Maria, il coraggio di rimettersi sempre in gioco

Maria, il coraggio di rimettersi sempre in gioco

20 Maggio 2025, 03:01

«Cinquantuno interventi chirurgici alle spalle, un marito, un figlio, qualche “problemino” di salute, e mi stavo preparando per andare a giocare. A giocare ». Ha 36 anni Maria Agostino quando parte con la sua nuova scommessa per la vita e con la vita. Quello che sta per iniziare non è un hobby, non è semplice voglia di fare attività fisica ma, come dice lei, «essere avvolta dalla sensazione di trovarmi nel posto che avevo sempre cercato». Quel posto è una palestra, lo sport è il sitting volley, i compagni di viaggio sono quelli della Cedacri Gioco Parma. È questo non è altro che il tassello finale, al momento, di una grande storia di una grande donna come lei. Ed è un bene prezioso che abbia deciso di raccontarla. Lo ha fatto assieme ad Andrea Del Bue per Kriss editore nel libro «Mi rimetto in gioco». Il titolo è tutto un programma, con quel «ri» scelto non certo per caso.

Maria Agostino, scegliendo di diventare, prima, un'atleta paralimpica e poi campionessa italiana ed europea di sitting volley ha «ri»messo a posto tutte le tessere che il destino, all'inizio, le aveva fin troppo mescolato. «La natura mi ha concesso tutto quanto è necessario per funzionare - scrive così Maria, senza nascondersi - Mancano alcuni pezzi e il meccanismo ogni tanto si inceppa, ma poi si ripiglia. La gamba destra non si è mai sviluppata, il piede sinistro ha la sua originalità: è completo, ma palmato. Anche sul fronte arti superiori la perfezione non è di casa».

Una vita in salita
Ma lei è perfetta per mamma e papà. Il 7 novembre del 1978, quando nasce all'ospedale calabrese di Taurianova, sono infatti loro ad opporsi ad un consiglio choc del medico che ha messo al mondo Maria. «Io non posso che consigliarle di farle una puntura e scrivere che non è sopravvissuta al parto - dice senza scomporsi - L'alternativa è una vita di dolore indicibile». Papà Agostino sceglie l'alternativa: «Questa è mia figlia. La sarebbe stata da sana, la è in queste condizioni. Non si azzardi a toccarla». Maria insomma gioca la sua prima partita della vita grazie ai suoi genitori. «La mia infanzia fu meravigliosa, nonostante tutto. Nessuno mi fece mancare nulla. Non mi trovai mai nella condizione di dove rinunciare a qualcosa, anche se a otto anni la mia gamba destra era di otto centimetri più corta dell'altra». Una condizione fisica che la obbliga a continui ricoveri e a dolorosi interventi chirurgici. Ma la famiglia la protegge, da tutto e da tutti. È al suo fianco il cugino Michele, «mio accompagnatore prediletto» che le insegna ad arrampicarsi sugli alberi, lo è maestra Adele che «a ogni rientro in paese dopo uno dei tanti ricoveri veniva sempre da me al pomeriggio per farmi recuperare».

Lastre, attese, speranze
L'infanzia è però una lotta continua fra medici, interventi e fisioterapia. Mamma e papà vogliono il meglio per lei e scelgono una tecnica innovativa per migliorare la sua condizione. «Il mio futuro dipendeva dalle mani di un uomo, ancora una volta un medico», per fortuna ben diverso da quello che la vide nascere. La gamba torna così a crescere anche se «dovevo girare, ogni sei ore, otto viti del fissatore esterno», ma «millimetro dopo millimetro, in tre anni guadagnai undici centimetri». Ma non è finita, «la sfortuna si ricordò di me», rottura di un femore e un'altra dura prova: «altro che gambe, mani, bacino, schiena: è l'osteomelite il vero assassino della mia serenità. È la spada di Damocle della mia vita».

Parma, il futuro
Ma quella spada Maria l'ha tenuta, e la tiene, ben distante dalla testa. Con difficoltà ovviamente, con tanta sofferenza («caddi nell'anoressia e nella bulimia. E nella depressione. Mi sentivo zoppa, storta, brutta»), ma sempre guardando avanti. E per proseguire il suo cammino la scelta di lasciare la Calabria. «Al Sud non potevo avere futuro», la dura analisi. «Sono molto arrabbiata con la mia terra natale. Perché non mi ha supportata nel voler essere me stessa» nonostante, lo sottolinea più volte nel libro, «sia cresciuta in mezzo a comprensione, coccole, attenzioni». Quelle attenzioni familiari che fanno tentennare i genitori quando Maria confida loro di voler «ri» mettersi in gioco al Nord, a Parma.

Prima la patente, una Y10 tutta per sé, infine il fratello Angelo pronta ad accoglierla nella nostra città, assieme ai cugini che abitano a Gaiano. Qui «trovai quello che cercavo: cordialità, civiltà, pulizia. Ma, soprattutto, sentivo di essermi lasciata alle spalle l'impressione odiosa di avere addosso gli occhi di tutti».

Amore e lavoro
Gli occhi addosso però li avrà presto da parte di una persona, una speciale. Giuseppe, suo amore, suo marito, il papà di suo figlio Alessandro. La conquista con la dolcezza nonostante lei non creda possibile l'amore.

Poi l'avventura professionale in Barilla, il suo feeling con i colleghi ed i vertici aziendali, tanto che è del vicepresidente del gruppo Paolo Barilla la postfazione del suo libro.

Prima in Italia e in Europa
Infine, ciliegina sulla torta, lo sport, l'amato sitting volley. Tutto inizia dalle Paralimpiadi di Londra e dalla lettura illuminante della biografia dell'atleta paralimpica Giusy Versace. Poi ci pensa Lucio Mioni, presidente della Polisportiva Gioco Parma, a «gettarla» in palestra. «Quando notai il rettangolo di gioco, trasalii. A bordo campo le protesi, gambe e piedi di ogni materiale sistemate oltre le linee dello spazio gara», dentro al terreni di gioco una quindicina di persone «tutti seduti, tutti allo stesso livello, nessuno che potesse rispondere ad un canone preciso di normalità». Da quel primo approccio, timido e incerto, ai successi in campionato e nella Champions League del sitting volley.

Un esempio per tutti
Così, scrive Luca Pancalli, presidente del Comitato italiano paralimpico, nella prefazione del libro, «Maria ci consegna la lunga strada fatta, con le curve e deviazioni, le fermate, le mete raggiunte e quelle no. Un modo per mettere a sua volta a disposizione di tutti il suo esempio, sperando possa essere d'ispirazione a chi, come lei, ha attraversato momenti di difficoltà e talvolta di sconforto». Insomma «un libro per tutti. Perché parla di forza interiore e resilienza, di amore per lo sport e di voglia di mettersi in gioco. Gli ingredienti di quelle storie che lasciano il segno nella mente e nel cuore».

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