REGGIO EMILIA
«Chi s’accontenta gode… così così»: e allora Luciano Ligabue, per la quinta volta, ha scelto di non farlo, chiamando a raccolta i suoi fedelissimi a Reggio Emilia, nell’aeroporto dei sogni (di rock n'roll). E dopo il 2005, il 2011, il 2015 e il 2022, una tribù di centomila fan ha di nuovo risposto presente e varcato la soglia di Campovolo (oggi ribattezzato RCF Arena) per celebrare insieme al sakem dallo scalpo argentato «La notte di Certe Notti», ossia i trent’anni della canzone - contenuta nell’ormai leggendario album «Buon compleanno Elvis» - che nel 1995 ha segnato la svolta nella carriera del rocker di Correggio.
Come i precedenti anche questo non è stato un semplice concerto, ma una vera e propria festa iniziata venerdì con l’inaugurazione della Liga Street, un’immensa area che ha accolto i partecipanti con giostre, flipper, calcio balilla, mostre di foto e di memorabilia, cinema all’aperto (con «Radiofreccia» in pole), ristoranti (bella la scelta di coinvolgere PizzAut e altre realtà legate all'inclusione sociale e alla sostenibilità ambientale), campeggio e uno spazio per le tribute band. In poche parole, un’immersione totale nel mondo del Liga, training perfetto in vista dello spettacolo.
Per questo, quando ieri sera si sono spente le luci e sulla ex pista si è decollati verso piccole stelle senza cielo, l’atmosfera era proprio quella giusta. «C'è un dato certo: siamo qui! Grazie a tutti voi... però adesso basta con le chiacchiere»: ha esordito Ligabue, dopo un karaoke del pubblico, salendo sul palco con Ray-Ban, gilet nero e gli immancabili stivali. Pronti, partenza, via: uno show di quasi tre ore di musica, effetti visivi e pirotecnici, con una scaletta variegatissima che ha spaziato dai primi successi agli ultimi singoli. Un compendio perfetto di una storia musicale ed esistenziale che inizia a fine anni Ottanta quando, tra autogrill, sale giochi, «ragazzi in giro» e odore dei fossi (che «riconoscono in pochi»), prende forma in note e parole l’urgenza di dirsi di un timido rocker che adora Springsteen e coglie nella pianura emiliana suggestioni della provincia americana. Uno che si sente «fuori moda, fuori posto», ma appena si trova davanti un microfono è capace di trasformare quell’io in un noi generazionale. Sul tappeto sonoro scandito dal basso e dalle chitarre, ma anche dal suono robusto della batteria (suonata per la prima volta a Campovolo dal figlio Lenny), Ligabue ha dunque riavvolto i fili di passato e presente, intrecciando in una trama coinvolgente i grandi temi della sua poetica e dell'oggi che hanno preso forma sulle labbra del pubblico in adorazione. Da un lato la consapevolezza della propria, sempre imperfetta, identità; quella di chi rivendica una orgogliosa autonomia («non è mai successo che pagassero per me»), ama l'ironico e l'inconsueto (come abbinare il lambrusco e i pop corn) e custodisce un'intimità malinconica che trova voce e corpo nella scrittura «quando sono già i ricordi che hanno preso casa qui» come nella magnifica «Lettera a G.», dedicata ad un cugino morto anzitempo. Dall’altro la critica alla società del capitale e del consumo che nega il cambiamento climatico, promuove i conflitti («Ogni parola rischia di essere superflua, dato l’orrore che vediamo, ma dobbiamo pensare che ci sia una fine a questo massacro» le parole dell’artista prima di salire sul palco) e misura il tempo in «Happy Hour», come se i minuti fossero una valuta («la vita che non spendi che interessi avrà?»).
Infine, per tutta la serata, si è presentato, carsico, il filo rosso della canzone d’amore che Ligabue è riuscito nel tempo ad riannodare in modi suggestivi: ecco allora l'erotismo scherzoso di «Bambolina e barracuda», la notevole «Quella che non sei», ritratto di una ragazza che soffre di anoressia e che, nascosta «dietro troppo Rimmel», deve imparare ad accettarsi, fino alla recente «La metà della mela» in cui una coppia ripensa con savio distacco agli alti e ai bassi, concludendo che «una splendida storia non finisce mai più».
Il viaggio nel tempo di Campovolo è stato impreziosito anche dalla presenza dei musicisti che hanno accompagnato negli anni il rocker, a ribadire quanto la sua sia una storia corale fatta di legami genuini e amicizie sincere. L'itinerario sonoro, dopo aver urlato contro il cielo, si è concluso con il brano più atteso: quando nell'Arena è stata evocata la macchina calda «che dove ti porta lo decide lei», la magia ha raggiunto l'acme e la voce di Ligabue ha confermato, se ce ne fosse bisogno, che la musica è davvero un bellissimo vizio che non si può smettere mai.
Filippo Marazzini
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